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Scoprite il vostro talento per trovare la strada verso il successo

Il formatore e saggista, autore de "Il coraggio di essere te stesso" insegna nel suo nuovo libro a riconoscere ed esprimere al meglio le proprie attitudini per realizzarsi in modo autentico. Superando uno dei principali ostacoli: la paura di riuscirci

Francesca Tozzi
1 febbraio 2013

Alessandro CheloChi di noi non ha mai pensato: “se rinascessi, farei il musicista o la ballerina”, oppure “quanti soldi avrei potuto fare se avessi scelto un altro mestiere”, e ancora “mi sentirei portato verso quell’attività ma ormai è tardi”?

E invece non è mai troppo tardi per scoprire una predisposizione artistica o un’attitudine scientifica.

Ci sono attività in cui pensiamo di poter dare il meglio di noi stessi. A volte ci mettiamo anima e corpo e le chiamiamo obiettivi. A volte rinunciamo in partenza e allora le chiamiamo sogni nel cassetto. Spesso non sappiamo quali sono i nostri veri talenti. Sappiamo invece che non possiamo trascorrere la vita a cercarli, bisogna fare delle scelte e accettare i ruoli e le responsabilità che ne conseguono.

Scoprire davvero chi siamo

 

Cover libro, Il coraggio di essere te stessoMa come si conciliano la ricerca e lo sviluppo della propria autenticità con le responsabilità e i compromessi del quotidiano? Alessandro Chelo, saggista e autore di diversi libri sullo sviluppo della leadership e la gestione del talento, ne ha scritto uno che si intitola Il coraggio di essere te stesso per dare una risposta a questi interrogativi. Il libro, edito da Urra e in libreria da febbraio 2013, è il suo ultimo lavoro. Forse il più maturo. WiseSociety lo ha incontrato per saperne di più.

Ciascuno di noi possiede un talento?

Sì, e questa consapevolezza dovrebbe consentirci di superare la tentazione dei facili giudizi mettendoci invece alla ricerca del talento in ciascuno, a partire dal proprio. Perchè ogni persona è molto più di ciò che fa e delle etichette che può avere.

Il discrimine fra gli individui non è quindi fra chi ha talento e chi no; neppure fra chi è consapevole del proprio talento e chi no. Il vero discrimine è fra chi sceglie di mettersi alla ricerca delle proprie possibilità e chi ne ha invece paura: si può morire ignari di sé e delle proprie potenzialità, ma non si può vivere autenticamente senza ricercarle.

Come si fa a capire chi si è davvero se la realtà e la nostra stessa personalità sono in continua evoluzione?

Dal mio punto di vista le persone non cambiano davvero. Questa è anche la tesi che porto avanti nel mio libro. Mi spiego meglio: la nostra impressione di essere diversi rispetto, per esempio, a cinque anni fa non deriva dal fatto che siamo cambiati ma piuttosto cresciuti, dove la crescita dell’individuo corrisponde non al suo cambiamento ma al suo progressivo allinearsi alla sua autentica essenza. Quindi la ricerca dell’autenticità per me va in questa direzione.

Ma in questa continua ricerca dei propri talenti non si rischia di saltellare da una cosa all’altra senza arrivare a nulla?

Bisogna sgomberare il terreno da alcuni equivoci legati al concetto di talento. Sono fondamentalmente tre. Il primo è quello che porta la gente a confondere i propri talenti con le proprie passioni, alimentata anche da molti talent show.

Non è così: una passione è una cosa che ci piace fare mentre un talento è una cosa in cui riusciamo bene. Credo che il più grande regalo che un individuo possa fare al mondo sia regalargli ciò in cui è bravo e non ciò che gli piace.

Le due cose raramente coincidono. Da questo punto di vista la passione è semmai una responsabilità: se voglio esprimere al meglio un mio talento, esercitandolo e allenandolo, sono chiamato ad appassionarmi a una cosa in cui sono davvero bravo.

Come riconoscere la propria attitudine

 

Il secondo equivoco?

Consiste nell’identificare sempre il talento con qualcosa di necessariamente creativo o artistico per cui uno dice io faccio il bancario ma il mio talento sarebbe la pittura o scrivere o qualcosa d’altro.

Io non credo che sia così: il talento invece corrisponde molto spesso a un’attitudine che nulla ha di artistico. Una persona, per esempio, può avere un grande talento nell’organizzare l’agenda di un manager o di un artista stesso; o magari è imbattibile nel fiutare un affare o nel procacciarsi nuovi contatti…

E il terzo?

Il terzo è la trappola più insidiosa perché è anche la più gettonata: consiste nel confondere il talento con il risultato per cui uno che suona bene la chitarra ha un talento musicale mentre chi realizza dei bei ritratti fotografici ha il talento della fotografia.

Il talento di queste persone non lo conosciamo e va ricercato in quei fattori che hanno favorito il fatto che facciano bene queste due cose. E questi fattori – lo dico per esperienza avendoci spesso lavorato in sessioni one to one di esplorazione del talento – possono essere sorprendentemente distanti dal mondo della musica e della fotografia.

Può fare un esempio?

Ne riporto uno nel libro. Una fotografa molto brava i cui lavori sono esposti in mostre internazionali mi ha chiesto di fare un paio di incontri per curiosità sulle tecniche di esplorazione del talento. Da questo è emerso che il fattore decisivo del suo successo artistico risiede non nella tecnica fotografica ma nella sua straordinaria capacità di instaurare subito rapporti di fiducia con gli sconosciuti.

Come ci siamo arrivati? Intanto osservando che le sue fotografie più apprezzate sono dei ritratti, in secondo luogo ritratti di persone consapevoli di essere fotografate, in terzo luogo ritratti di persone impegnate in momenti particolari del proprio percorso di vita. Memorabile, per esempio, il suo servizio fotografico su persone impegnate in un percorso di transizione di genere, da un sesso a un altro.

La cosa generalmente più apprezzata di questi scatti è la sorprendente ed evidente autenticità e spontaneità dei soggetti fotografati nonostante la loro esposizione, e per di più in un momento molto delicato del loro percorso personale. Questo presuppone empatia e capacità di ispirare fiducia negli altri di primo acchito. Qui alla base del talento artistico c’è una competenza di tipo relazionale.

Esercitarsi nel quotidiano

 

Come possiamo tradurre queste riflessioni in consigli pratici?

Possiamo trasformarle in atteggiamenti mentali che possono essere adottati quotidianamente. Per questo alla fine di ogni capitolo ci sono degli esercizi: le domande che invito il lettore a porsi per portare nella pratica quotidiana questi concetti.

La prima dritta potrebbe essere banalmente quella di scrivere quali sono le proprie passioni e riconoscere in quali di queste c’è un’effettiva espressione di talento e in quali no. Questo si traduce nella consapevolezza, per esempio, di avere una bella passione per la musica da coltivare senza la frustrazione dell’artista incompreso. È già un bel passo avanti. E poi ci sono situazioni più sfumate.

Per esempio?

Immaginiamo che una persona diriga con successo un’azienda e dedichi tutto il suo tempo libero al ballo, canalizzando in questa seconda attività le sue energie e le sue aspettative di realizzazione.

A un certo punto dovrà rendersi conto che in una certa attività spende dei talenti, in un’altra spende solo una passione. Ricavandone serenità. Ma se a un certo punto nel ballo ottenesse davvero dei successi allora potrebbe iniziare a chiedersi “Grazie a quali fattori ottengo i miei successi manageriali?” e poi “questi fattori sono spendibili nel ballo?”: se si, dovrebbe lavorarci sopra.

L’esplorazione del talento parte sempre dall’analisi dei successi di una persona che non sono sempre e solo traguardi di tipo sociale o economico ma anche situazioni in cui ci siamo sentiti soddisfatti, in buona armonia con noi stessi.

Da quelle dobbiamo partire analizzandole – visualizzandole come in un film o raccontandocele sotto forma di voce narrante – per capire quali sono i fattori che le hanno fatte nascere, fattori che possono essere spesi e utilizzati anche in attività diverse da quelle cui ci dedichiamo abitualmente.

Per fare un esempio prosaico ma efficace: la capacità dimostrata da una persona nell’accudire a lungo un familiare malato può trasformarsi in azienda in un fattore di successo nel momento in cui gli viene assegnata la cura dei clienti acquisiti invece dell’acquisizione di nuovi.

A volte però, e in questi tempi di crisi, molti sono costretti ad accontentarsi di lavori che non c’entrano nulla con la propria formazione e le proprie attitudini…

Sono sempre più convinto che l’espressione del nostro talento non la riconosciamo tanto in cosa facciamo, ma in come interpretiamo qualunque cosa.

Quella fotografa di cui ho parlato prima, nel momento in cui fosse costretta a fare un lavoro per niente artistico come per esempio vendere fondi d’investimento in una banca, potrebbe cercare di interpretarla in modo tale da poter spendere comunque il suo talento, cioè la capacità di creare rapporti fiduciari con sconosciuti.

Ottenendo dei successi e delle soddisfazioni inaspettate. Se uno ha studiato ingegneria nucleare e finisce in un call center di sicuro non sarà contento ma quegli stessi talenti che gli avrebbero consentito di diventare un grande ingegnere nucleare, se coltivati in questo ambito, lo faranno probabilmente diventare il miglior operatore, e forse nell’arco di tre anni il responsabile di quel call center, e forse nell’arco di cinque il titolare.

Se invece cadendo nell’equivoco “talento = risultato” si dicesse “io sono un ingegnere nucleare ma ora purtroppo lavoro al call center” farebbe male il suo lavoro sviluppando frustrazione e depressione, passando il tempo in recriminazioni contro la società ingiusta e non meritocratica.

Darsi un’etichetta totalizzante e identificarsi in modo esclusivo con un’attività cui demandiamo lo sviluppo dei nostri talenti è il modo migliore per bloccare le nostre possibilità di crescita.

La responsabilità delle giuste scelte

 

Perché?

Perché si perdono di vista le altri parti di sé e non si riesce più ad esplorarle. È un grande rischio. Ed è anche un modo per nascondersi dietro a un ruolo evitando di prendersi la responsabilità dei nostri comportamenti.

Un uomo che malmena il figlio si giustificherà dicendo “io sono il padre”, ma il problema è farlo bene o male: nel momento in cui io “faccio il genitore” mi domando anche come posso farlo nel modo migliore possibile. Infine bisogna resistere alla tentazione di nascondere il proprio talento per paura.

Come si può avere paura del proprio talento?

Questo lo spiega molto bene Nelson Mandela quando dice che noi non abbiamo paura dei nostri limiti e del nostro buio ma della nostra luce e delle nostre capacità: abbiamo paura di sentirci più potenti di quello che pensiamo di essere perché questa consapevolezza ci impone di accollarci nuove responsabilità.

Si può rinunciare al proprio talento per ignavia e anche per pigrizia ma di solito lo facciamo per paura delle scelte che ci chiama a fare, e delle responsabilità che dobbiamo assumerci per poterlo esprimere al meglio. Scelte, rinunce, potere di fare le cose e di modificare la realtà: tutto questo ci spaventa maledettamente.

È più facile recriminare alla macchina del caffé e ragionare in termini di “io saprei fare… ma non è possibile”: non è rischioso, può essere gratificante. Si evita così di mettere davvero in gioco se stessi attraverso l’espressione dei propri veri talenti.

Un’altra scusa che ci raccontiamo è “in questo settore non sfondi se non hai i contatti giusti”: cerchiamo di usare il nostro talento e la nostra energia per crearli questi contatti perché altrimenti non si va da nessuna parte. E soprattutto non si regala nulla agli altri.

Esprimere il talento, realizzarlo, è anche una grande responsabilità che possiamo assumerci come individui verso il mondo regalandogli questa nostra capacità. Aggiungendo valore ai mondi in cui viviamo: la famiglia, l’azienda, gli amici. In fondo realizzare se stessi in modo autentico significa anche donare le cose che sappiamo fare bene alle persone che fanno parte della nostra vita. Per questo il talento è un dono.

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