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Roger Abravanel: fallire è un’opportunità. Per capire il proprio valore

Il noto saggista e consulente aziendale spiega nei suoi libri che scegliere i migliori in ogni campo, dare a tutti le stesse opportunità e rispettare le regole è indispensabile per far crescere un Paese. Ecco perchè l'italia, dove il potere è sempre in mano a poche persone, sempre le stesse è in stallo. Ed ecco perchè bisogna ripartire da qui e dai giovani per costruire un futuro diverso

Sara Donati
7 giugno 2011

Roger Abravanel saggista, foto Sara DonatiIngegnere chimico e manager di alto livello, Roger Abravanel è diventato famoso come saggista, dopo aver pubblicato (per Garzanti nel 2008) Meritocrazia, best seller internazionale presentato in oltre cento convegni e trasmissioni televisive. Le quattro proposte contenute nel saggio hanno suscitato molti dibattiti. Abravanel mette al centro della sua critica la radicata mancanza di merito nei meccanismi che, in Italia, conducono le persone ai vertici del potere economico, politico e sociale. È questa mancanza che ha finito per rendere la nostra società «la più disuguale e ingiusta del mondo occidentale»: chi nasce povero, ha maggiori probabilità che altrove di rimanerlo e i figli troppo spesso seguono il sentiero tracciato dai padri, senza riuscire ad accrescere la loro posizione nelle gerarchie sociali. La  proposta di Abravanel contenuto nel libro, relativa al sistema educativo, è stata adottata del Ministro della Pubblica Istruzione che ha nominato l’ex manager di McKinsey&Co proprio consulente. Nel 2010 esce il secondo saggio Regole (sempre Garzanti, scritto con Luca d’Agnese): «perchè tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle per rilanciare il Paese» che ottiene ancora un grande successo.

La sua storia è molto meritocratica e quindi partiamo dalla sua esperienza. Ce la racconta?

Giulio Natta/WikipediaCominciamo col dire che ho ringraziato Gheddafi, oltre a mio padre, nell’introduzione al mio libro Meritocrazia. Perchè ringraziare un feroce dittatore? Perché sono nato in Libia dove mio padre si era fatto una posiziopne straordinaria solo con le proprie capacità, in quanto proveniva da una famiglia poverissima. Poi è arrivato il signor Gheddafi che gli ha tolto tutto. Noi infatti siamo di origine ebraica e l’antisemitismo arabo è ben noto. Quindi mio papà si è trovato improvvisamente povero. Lui aveva capito questo prima che succedesse e mi ha detto «tu non devi contare su di me, sulla famiglia e sui nostri beni,  devi farcela da solo ed il modo migliore per farcela da solo è andare nelle migliori università del mondo». Volevo studiare ingegneria, fui ammesso all’MIT di Boston, all’Imperial College a Londra ed al Politecnico di Milano. Ho scelto quest’ultimo anche perchè lì a quel tempo insegnava un premio Nobel, Giulio Natta. E quindi ho ringraziato il signor Gheddafi… se non fosse stato per lui, io avrei fatto la fine di tanti figli di papà, ricchi, che non hanno mai saputo quanto valevano veramente perchè troppo protetti dal loro padre, dalla loro famiglia. In Italia ce ne sono tantissimi. Tutti bravi ragazzi, ma che purtroppo, non si misurano mai con la vita.

Al Politecnico di Milano mi sono laureato a 21 anni, giovanissimo. Ho preso persino una medaglia dal Presidente della Repubblica ed una borsa di studio come il più giovane ingegnere d’Italia. In seguito ho lavorato all’Istituto di Fisica e Tecnica del Politecnico di Milano e contemporaneamente per un’azienda che costruiva componenti per l’aria condizionata delle auto. L’esperienza più lunga è stata quella in  McKinsey&Co, società di consulenza manageriale e strategia, leader nel mondo, dove sono rimasto per trentacinque anni. In un posto come quello a sessant’anni te ne devi andare perché sei troppo vecchio e devi giustamente lasciare spazio per i giovani. Questo è stato un bene anche per me, perchè mi ha aiutato a pormi nuovi obiettivi: negli ultimi quattro anni e mezzo sono entrato nel consiglio di amministrazione di aziende fantastiche, una è la Luxottica, l’altra è una società israeliana, la Teva Pharma, oggi la più grande azienda farmaceutica del mondo  sebbene sia nata meno di vent’anni fa.

Cover libro - Roger Abravanel, MeritocraziaCome è arrivato a scrivere libri?

A me è sempre piaciuto scrivere, ma su argomenti di business. Però dopo aver lasciato la Mc Kinsey ho avuto una specie di illuminazione: volevo scrivere un libro. Mi dicevano, sei pazzo, non hai mai scritto un libro in vita tua…eppure Meritocrazia è nato così. L’ho scritto dal 2006 al 2008, l’anno in cui è stato pubblicato con enorme successo. A quel punto la mia vita è cambiata completamente.

Dopo di che mi sono reso conto che mancava qualcosa. La meritocrazia non può nascere se non c’è concorrenza nell’economia, se l’economia non crea opportunità. Allora ho deciso di scrivere un secondo libro: Regole, uscito ad ottobre dell’anno scorso. C’è un filo che li lega: un filo che riporta anche alla mia storia personale e alla gratitudine che sento verso l’Italia, dove, per esempio ho avuto una eccellenze istruzione pubblica e la possibilità di seguire studi universitari. Questo Paese mi ha accolto, mi ha dato una formazione a cui devo la mia carriera. Mi sembra giusto oggi testimoniarlo e restituire così, in parte, quello che ho avuto.

Il mondo del no profit che ruolo può avere, secondo lei, nella formazione di un giovane?

Friends planting community garden, Image by © John Lund/Marc Romanelli/Blend Images/CorbisSuggerisco sempre ai giovani di lavorare nel no profit, perché possono riceverne valori importanti. Nel mio secondo libro parlo molto di come è cambiato il mondo del lavoro per i giovani. In quello di oggi non è più solo necessario  saper fare bene qualcosa: progettare un’automobile, conoscere le leggi se vuoi fare l’avvocato, o la medicina se vuoi fare il medico. Il mondo del lavoro attuale richiede qualcosa di più: quello che gli esperti chiamano, all’inglese “education”, cioè le competenze della vita, ossia saper ragionare con la propria testa, avere un’opinione sul mondo, saper “leggere” la realtà e esercitare il pensiero critico. Il mondo del no profit può essere molto utile sotto questo aspetto e dare ai giovani l’occasione di misurarsi con delle responsabilità, mettere la propria faccia in quello che fanno. Penso alle unità ospedaliere, al lavoro per le Ong in Africa. In più in queste organzzazioni si impara che ci sono anche delle conoscenze e delle persone diverse da noi da rispettare.

In una sua intervista di qualche tempo fa lei parlava dell’importanza dei fallimenti… ce ne spiega il senso?

L”ho provato sulla mia pelle, per fortuna. Se uno non fallisce, non ha mai quel beneficio immenso di sapere sopravvivere con le proprie capacità al fallimento… E quindi cosa fa? Non rischia. Perché se io non ho paura di fallire perché non so cavarmela io non rischio. Il rischio è l’essenza dello sviluppo. Mi sono assunto dei grandi rischi perché ho capito che me la sarei cavata. Dico sempre a tutti i giovani: fallire è una cosa importante, un’esperienza fondamentale, perchè se non rischi non saprai mai quanto vali veramente. Una delle ragioni più importanti del declino italiano è che i giovani non concepiscono che devono cavarsela da soli, impegnarsi, cercare l’eccellenza, e magari fallire.

Quali sono le caratteristiche di una persona di successo?

Per me è una sola: la leadership, quindi la capacità di guidare altre persone, e di poter fare leva su altre persone eccellenti, attrarre persone eccellenti,  lavorare insieme e valorizzarle. Mettiamo da parte i geni,  i premi Nobel. La maggioranza delle persone di successo non sono geni, sono persone più o meno intelligenti, ma che hanno la grande capacità di circondarsi di persone in gamba, farle crescere, motivarle. Un modo di agire che dà sempre ottimi risultati.

C’entra la generosità? E quali altri elementi sono importanti per realizzare idee vincenti?

Si, bisogna credere molto negli altri. Per questo io faccio una vera e propria battaglia a favore delle donne, perché penso che le donne siano veramente l’arma segreta della meritocrazia. Le donne italiane hanno un potenziale enorme. E il fatto che siano tanto discriminate sul lavoro è un’occasione sprecata per tutti: le aziende, lo Stato, la società intera. L’ideale è che i team professionali siano il più “misti” possibile e che quindi ci siano non solo diversità di genere, uomini e donne, ma anche di provenienze e di cultura. Perché le idee nuove e vincenti vengono fuori proprio da persone tra loro differenti che collaborano e interagiscono. Se si mettono insieme persone uguali, che hanno gli stessi valori, gli stessi riferimenti, come si fa a creare dei progetti veramente innovativi e universali?

Group of people, photo by Daniel Koebe/Corbis

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