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Roberto Bolle: insieme alle emozioni, vorrei regalare un aiuto ai più deboli

Notato quando era un ragazzino da Rudolf Nureyev. Oggi balla in tutti i maggiori teatri del mondo e con le compagnie più prestigiose. Un talento naturale arricchito dalla voglia di usare fama e successo per dare voce ai deboli. E' anche protagonista di un libro fotografico a edizione limitata, "An Athlete in Tights", 127 immagini in bianco e nero e 24 a colori, frutto di una collaborazione artistica con il grande fotografo Bruce Weber

di Anna Maria Catano
27 novembre 2009


Roberto Bolle - Foto Bruce Weber

Perché un libro fotografico?

Questo libro è il mio ritratto. Da ballerino. È stato pensato da un grande fotografo e realizzato in tre lunghi anni di collaborazione. È stata sua l’idea di voler fare addirittura un libro fotografico. E per me è un grandissimo privilegio essere protagonista di un libro realizzato da un grande maestro come Weber.

 

Quali sono gli ingredienti del suo straordinario successo ?

Gli elementi sono sicuramente molti. Il successo talvolta si raggiunge facilmente ma si può perdere altrettanto velocemente. Il mio non è arrivato all’improvviso o grazie a qualche evento fortuito. L’ho conquistato piano piano con anni di sacrificio, di preparazione. Tutti gli anni della scuola di ballo sono stati di completa abnegazione. Prima la danza poi lo studio al liceo scientifico serale, anni davvero dedicati. Poi la promozione in compagnia, ho cominciare ad andare come primo ballerino ospite all’estero. Così nel tempo ho rafforzato la mia esperienza e la mia posizione all’interno del mondo del balletto.

 

È stato il primo italiano a calcare il palcoscenico del Metropolitan di New York…

Sì, il primo italiano ad avere il titolo per ballare al Metropolitan, onore che mantengo ancora. Infatti tornerò anche il prossimo anno. La stagione passata è stata straordinaria. Altissimo livello, un pubblico formidabile. Mi sono sentito ai vertici della danza mondiale, un grandissimo riconoscimento. Ma dietro c’è stato tantissimo lavoro, quattro produzioni diverse in poche settimane. Per me è davvero stimolante essere a New York e ballare con l’American Ballet.

 

Quali sono stati i suoi eroi o i suoi maestri?

Per la mia formazione e la mia crescita umana e professionale la famiglia è sempre stata il punto di riferimento fondamentale. Mi sono stati insegnati e trasmessi valori, il rispetto degli altri e anche il senso di sacrificio. Ma soprattutto l’affetto della mia famiglia, in tutti questi anni in giro per il mondo, è stato un’ancora. Quando ero ragazzo per me era molto difficile vivere da solo a Milano. Avevo 12 anni. Soffrivo di nostalgia, spesso volevo tornare a casa, non sapevo se continuare o no. È stato fondamentale il loro incitamento. Ma mi hanno sempre lasciato libero di decidere ciò che era meglio per me. Non sono mai stato forzato a fare nulla.

 

E al di fuori dell’ambiente familiare?

Non c’è stata una persona particolare. Ho cominciato a girare il mondo quando avevo venti anni e devo ringraziare le tantissime esperienze che ho fatto in Italia e all’estero. Mi sono costruito un bagaglio importante, mi sono trovato anche in situazioni difficili, sempre diverse, in teatri nuovi. Questo mi ha dato la possibilità di una crescita umana e professionale incredibile in poco tempo. Anche se all’inizio è stato difficile. Per esempio non avevo una perfetta padronanza delle lingue, soprattutto l’inglese, perché ho studiato il francese. Non è stato facile adattarmi ed essere padrone delle situazioni. Ma viaggiare ti apre la mente e ti cambia la prospettiva.

 

Roberto Bolle - Foto Bruce Weber

Ha portato la danza classica nelle piazze italiane, un passo che nessuno aveva mai osato prima..

Sì ho voluto ballare al Colosseo, in piazza Duomo a Milano e in altri luoghi dove non era mai stato proposto il balletto. È stata una sfida che ho voluto lanciare, dopo aver raggiunto la piena notorietà, quella che nessun altro ballerino in Italia aveva mai raggiunto. In piazza Duomo a Milano c’erano 50mila persone. Un evento per me indimenticabile anche per l’attenzione che mi hanno prestato, quasi da teatro. C’era un’atmosfera incredibile.

 

Quali valori vorrebbe trasmettere ai più giovani?

Quello che si vede dei giovani è molto preoccupante perché in molti sono attratti dal successo facile, quello che arriva dalla tv,  un mezzo che dà velocemente la notorietà e  altrettanto velocemente la toglie. E’ preoccupante perché molti ragazzi non vogliono più sacrificarsi. Snobbano lo studio. Cercano le scorciatoie. Arrivare al successo vuol dire costruire, in qualsiasi settore. Se si vuole arrivare ad avere successo bisogna dedicarsi al proprio lavoro con passione ma anche con sacrificio.

 

Da dieci anni è ambasciatore Unicef…

Sono entrato in contatto con Unicef grazie a molti amici ed è un impegno che mi ha sempre più interessato e coinvolto fino a portarmi in Sudan nel 2006. Credo che le persone famose debbano fare qualcosa nel sociale, nel reale. Non solo regalare emozioni. Io regalo emozioni ma l’arte deve anche dare messaggi importanti per aiutare e cambiare il mondo. 

 

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