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Raul Pantaleo: «L’architettura sostenibile si fa con rispetto»

Il co-fondatore dello studio TAMassociati, impegnato anche in aree di guerra, spiega quale sia il ruolo dell’architetto nel migliorare la qualità di vita umana

Andrea Ballocchi
11 luglio 2017

Per comprendere quanto il lavoro di un architetto sia considerato non valgono i premi, che pure lo studio TAMassociati ha vinto, quanto il rispetto delle persone. Quel rispetto che in una zona di guerra, lacerata da anni di conflitti e dove i furti sono all’ordine del giorno «in un edificio da noi progettato e praticamente ultimato, le matite sul tavolo sono ancora là». Lo racconta Raul Pantaleo, architetto e graphic designer, fondatore di questo team italiano di architettura, noto in tutto il mondo, in particolare per l’attività nel campo della

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Secondo l’architetto Raul Pantaleo, uno dei tre soci e fondatori di TAMassociati (il primo da destra nella foto) “l’architettura sostenibile si fa con rispetto”, Foto: Andrea Avezzù

sanità. La sede è a Venezia, il… cuore probabilmente è in Africa, dove sono state realizzate diverse opere e progetti che hanno a che fare con l’architettura sostenibile, operando anche in Medio Oriente, oltre che in Italia. È proprio con Pantaleo che abbiamo l’occasione di evidenziare il lavoro dello studio, che ha ottenuto diversi riconoscimenti: tra questi, nel 2014 il Zumtobel Group Award, premio di architettura volto all’innovazione “per la sostenibilità e l’umanità nell’ambiente costruito” per un ospedale pediatrico a Port Sudan, commissionato da Emergency, l’ospedale pediatrico più sostenibile al mondo come è stato definito alla premiazione per la Medaglia d’Oro Giancarlo Ius nell’ambito del Premio Biennale di Architettura ‘Barbara Cappochin’. Ricordiamo anche il premio Aga Khan Award For Architecture 2013 per l’eccellenza rappresentata dal Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan, e il Curry Stone Design Prize per l’insieme della sostenibilità (sociale e ambientale) dei recenti progetti realizzati nel mondo. Lo studio è stato anche riconosciuto Architetto Italiano dell’anno 2014 “per la capacità di valorizzare la dimensione etica della professione”. L’anno scorso ha curato il Padiglione Italia alla Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.

Come si riesce a coniugare l’esigenza di sviluppare un progetto di integrazione e sviluppo in contesti geografici e sociali difficili con la sostenibilità ambientale?

Va fatto un approccio molto pragmatico. L’Africa è un continente che sta crescendo a velocità incredibile. Qui stiamo parlando di uso del territorio, di risorse e noi dobbiamo fare in modo che questo processo sia il più sostenibile possibile. Quindi, ben vengano le ricerche più avanzate sui materiali più sostenibili, come abbiamo considerato nel nostro progetto in Senegal relativo all’eco-villaggio o in molti altri progetti. Però la vera sfida è entrare nei meccanismi che poi generano le città o le periferie o, peggio, i “mostri” che si stanno generando nelle periferie africane. Per capirci meglio: quando sono arrivato a Karthoum nel 2004 era una città di 2 milioni di abitanti, oggi ne conta almeno 6 milioni. La vera sfida è andare a incidere su quei numeri, capire come riuscire a offrire risposte effettivamente sostenibili. Un grosso successo sarebbe, per esempio, ridurre l’uso del cemento del 30%, a favore magari di un maggiore utilizzo della terra cruda.

Poi dipende anche dal committente: Emergency, per esempio, richiede sempre qualità in ogni aspetto per cui se c’è un diritto alla salute c’è anche un diritto al bello e alla sostenibilità. Non c’è una formula da rispettare, ma semplicità da attuare. In alcuni casi come in una valle dell’Afghanistan, abbiamo dovuto usare il gasolio per avviare un cogeneratore, utilizzando una tecnologia adatta al luogo: abbiamo sì usato fonti fossili, ma ne abbiamo ridotto l’impiego del 50%. Anche questa è sostenibilità. Certamente, laddove sia possibile, si adottano pratiche “green”. Ma la sostenibilità non è una formula fissa, ma un approccio concreto mirato a essere quanto meno impattante ambientalmente possibile rispetto al contesto in cui si opera.

L’esperienza fatta in contesti territoriali difficili in Africa è differente dall’approccio in Italia?

Non c’è alcuna differenza perché il principio cardine è porre al centro le persone, gli utenti del progetto. L’architettura non è fine a se stessa, ma a servizio degli utenti. Gli architetti fanno la loro parte intesa come parte di un percorso. Quando ci rechiamo in un

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Il Centro Salam di cardiochirurgia in Sudan. Architettura sostenibile vuol dire anche rispetto delle persone: Foto: Massimo Grimaldi

determinato luogo, l’obiettivo che ci poniamo è realizzare un progetto su misura di quel luogo, ponendo rispetto per quell’ambito e per le persone che lì vivono. L’approccio metodologico è identico, quindi.

Qual è la responsabilità dell’architetto?

Riuscire a essere utile. Il problema è che il 99% del patrimonio mondiale del costruito è opera di non architetti o di processi economici in cui l’architettura non c’entra. E noi rimaniamo ghettizzati nel nostra piccola realtà. Occorre, quindi, cambiare marcia e diventare utili, facendolo capire al mondo intero. Ma prima di tutto dobbiamo esserne capaci.

Nel vostro modo di praticare l’architettura la relazione umana è una componente particolarmente importante. C’è un aneddoto che fa comprendere bene questo aspetto?

Nel nostro lavoro un tema che teniamo in particolare considerazione è quello della fisiognomica, ovvero il modo in cui un edificio assomigli e riesca a “parlare” alle persone. Sappiamo l’importanza di riconoscere un volto amico, come il viso della madre appena nati. A fine cantiere un capo cantiere in Africa mi disse a proposito di un edificio: “ma questo è un volto”, mettendo in pratica proprio questo principio, creando un’empatia con quell’edificio. Il rispetto è un altro fattore importante del nostro lavoro: e non è un concetto che si compra, ma si conquista.

 

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