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Produrre di più e inquinare meno: la sfida dell’agricoltura di domani

Lavorare e guadagnare in questo settore oggi è più difficile, secondo Denis Pantini, responsabile dell'Area Agricoltura di Nomisma. Ecco perchè e su quali aiuti si può contare

Lia del Fabro
11 maggio 2012

Denis PantiniProdurre di più inquinando di meno. È questo l’ambizioso, ma possibile obiettivo per  l’agricoltura del futuro secondo Denis Pantini (per sapere di più sul personaggio vedi “Denis Pantini, economista“), responsabile dell’Area Agricoltura e Industria alimentare di Nomisma, uno dei principali istituti privati di ricerca economica conosciuto a livello nazionale ed europeo. L’economista aiuta a riflettere su temi importanti  come la scarsità alimentare che si prospetta per l’Europa, le contraddizioni della politica agricola, le difficoltà dei giovani aspiranti imprenditori agricoli, il pericolo di abbandono delle terre da parte di chi già ci lavora. E mette l’accento sia sulle potenzialità dell’agricoltura biologica che sui vantaggi, nel rispetto dell’ambiente, delle risorse rinnovabili per fini industriali.

La crisi strutturale del settore

 

Come descriverebbe la situazione dell’agricoltura di questo secolo, nel nostro Paese?

Le strozzature dell’agricoltura italiana sono principalmente di carattere strutturale. Negli ultimi decenni il settore non è riuscito a migliorare l’organizzazione sul fronte dell’aggregazione produttiva e della commercializzazione. Non si sono neppure diffusi in modo adeguato quegli strumenti assicurativi che limitano i rischi di produzione. Il settore è rimasto molto polverizzato, con imprese di piccole e medie dimensioni.

La nostra è un’agricoltura ad alto valore aggiunto, ma la Francia ha superato la media di 50 ettari ad azienda, mentre da noi non si raggiungono i 10 ettari. Ci sono aziende competitive che superano un reddito di 40mila euro l’anno, ma sono solo 150mila (su un totale di 1,6 milioni). Permane un fenomeno per così dire di rigidità fondiaria, per cui anche le aziende che vorrebbero aumentare la propria superficie non ne trovano di disponibile a costi sostenibili.

C’è poi il problema della contrazione dei redditi, ridotti del 20 percento nel 2011 rispetto al 2005, mentre i prezzi hanno continuato a fluttuare. Il rischio è di non cogliere le nuove occasioni, come invece con tutta probabilità saranno in grado di fare i paesi del nord Europa, subendo invece le trasformazioni decise da Bruxelles.

Quanto incidono le decisione europee

 

Che cosa devono aspettarsi gli agricoltori dalle future decisioni di politica agricola?

La Pac, che sta per Politica agricola comune e che di fatto decide per conto dei paesi dell’Unione europea, sta subendo un’ennesima riforma. La proposta, ancora in fase di negoziato ma che dovrebbe chiudersi entro il 2013 per entrare in vigore a partire dal gennaio 2014, porterà grandi cambiamenti negli aiuti agli agricoltori, che non saranno direttamente collegati alla produzione ma principalmente alle superfici coltivate.

Ciò si tradurrà in un inevitabile e rilevante impatto negativo per coloro che sono meno produttivi, alcuni dei quali vedranno ridursi gli aiuti a ettaro da 1000 a meno di 400 euro, come nel caso degli allevatori di bovini da carne o dei produttori di pomodoro da industria.

Gli aiuti saranno erogati solo se l’imprenditore agricolo dimostrerà di rispettare specifici requisiti di tutela ambientale, anche con la messa a riposo di terreni agricoli. Questo approccio dell’Europa, che ha l’obiettivo di tutela ambientale, va sicuramente bene, non si discute, ma il rischio è quello di non soddisfare la richiesta di beni alimentari del continente. Perché il problema centrale riguarda il fenomeno di scarsità alimentare, con una domanda che cresce più dell’offerta.

Dunque quella dell’Europa non è la decisione giusta?

La riforma ha dovuto fare i conti con le diverse richieste dei paesi membri e trovare un punto di equilibrio tra quelli del Nord Europa, che sostengono di più le ragioni della tutela ambientale e quelli del Sud, legati a un’idea più produttivistica del settore.

Penso che gli interventi a favore dell’agricoltura del futuro dovrebbero ispirarsi allo slogan: produrre di più inquinando di meno. La politica agricola che l’Unione europea avvierà nei prossimi anni, forse aiuterà a inquinare di meno ma sicuramente non a produrre di più.

Le nuove opportunità da cogliere

 

I nuovi fenomeni, come quello dell’agricoltura biologica, non possono cambiare qualcosa?

Sicuramente, a livello di indirizzo politico, c’è un’attenzione particolare verso questo tipo di agricoltura perché, ad esempio, gli aiuti della Pac non si riducono per quegli agricoltori che praticano processi produttivi di tipo biologico e attività sostenibili con attenzione ai problemi del cambiamento climatico.

Ci sono anche le potenzialità offerte dalle politiche energetiche orientate alle biomasse. Lei che ne pensa?

Sono convinto che si tratti di un’opportunità per l’agricoltura. Oggi esiste un dibattito acceso sulla competitività tra produzioni food e no-food , ma dovremmo vedere la cosa in termini di convenienza per l’agricoltura e la collettività: un’offerta agroalimentare diversificata, alcune garanzie per il reddito dell’agricoltore che potrebbe integrare le sue entrate, un contributo a rispettare i principi e gli obiettivi di risparmio energetico. Del resto, gli incentivi, soprattutto quelli nazionali, tendono a privilegiare maggiormente quei prodotti che utilizzano rifiuti o sottoprodotti dell’agricoltura.

È autentico secondo lei l’interesse per un “ritorno alla terra”?

Il ritorno alla terra, il fenomeno dell’hobby farming su cui Nomisma insieme alla rivista Vita in campagna ha svolto di recente un’indagine, riguarda prevalentemente persone che lo fanno a livello amatoriale, non professionale.

Interessa cioè non-agricoltori che vedono nell’orto e nel terreno avuto in eredità o anche acquistato, un passatempo, un impiego del loro tempo libero. Si tratta di un ritorno che coinvolge complessivamente 3,9 milioni di persone, pensionati, impiegati, soprattutto maschi, che producono nel 90 percento dei casi per auto-consumo e che quindi ha rilevanza soprattutto in termini sociali e ambientali.

Le prospettive per i nuovi imprenditori

 

Per i giovani interessati a entrare in agricoltura, quali sono le opportunità concrete?

Ci sono diversi tipi di incentivi per chi decide di intraprendere l’attività agricola in modo professionale. Ad esempio i giovani che vogliono diventare imprenditori agricoli, dopo aver presentato un piano di sviluppo aziendale, possono ricorrere ad aiuti di primo insediamento, sotto forma di premio in conto capitale e in conto d’interessi.

Esistono aiuti anche per cooperative sociali composte al 30 percento da persone definite svantaggiate che vogliono lavorare in agricoltura. Anche per l’acquisto di terreni agricoli è possibile ottenere un mutuo agevolato trentennale. Ci sono finanziamenti per la costituzione o l’ampliamento di società o cooperative, formate soprattutto da giovani.

E ancora la legge 441/98 prevede agevolazioni fiscali per i giovani agricoltori. Esiste anche il Fondo per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile in agricoltura, istituito nel 2007 e che concede diversi aiuti destinati ai giovani imprenditori agricoli. Insomma, c’è disponibile tutta una serie di agevolazioni e incentivazioni per chi decide di entrare in agricoltura, ma il problema è un altro: una volta diventati imprenditori agricoli, un giovane, e non solo lui, nonostante tutti gli sforzi che può fare, difficilmente riuscirà ad ottenere un reddito soddisfacente.

Quindi lei non consiglierebbe a un giovane di dedicarsi a questo settore?

Più che sconsigliarlo gli direi di tener presente che è molto più difficile che in passato. E va aggiunto che la gran parte dei giovani che diventano agricoltori non lo fanno per scelta, ma perché hanno ereditato l’azienda. Oggi comprare terreni rappresenta un investimento pesante, senza contare l’impegno lavorativo: per gli agricoltori non esiste il sabato o la domenica, né le festività “comandate”.

In più, chi entra per la prima volta in agricoltura, lo fa dedicandosi soprattutto ad attività “di moda”, come la produzione di vini e olio d’oliva, tralasciando produzioni, come l’allevamento, che da sempre fanno parte del core business dell’agricoltura ma che richiedono sforzi e impegni tali da rappresentare vere e proprie “barriere all’entrata”.

Cosa si potrebbe fare per il settore agricolo, in generale, dal suo punto di vista?

La fase di insufficienza alimentare dovrebbe essere affrontata in altro modo. Non credo che un ritorno all’agricoltura intensiva in questo momento creerebbe problemi come in passato. In questo senso, la priorità, senza abbandonare la questione ambientale, è di mantenere ai livelli attuali  le “norme di condizionalità” che devono essere rispettate per ottenere gli aiuti, come un uso controllato di fitofarmaci e il ricorso alle cosiddette buone pratiche agricole. Livelli che, del resto, sono all’avanguardia in Europa rispetto al resto del mondo.

Un altro aspetto non secondario riguarda la riduzione della burocrazia. Perché non c’è incentivo alla produzione o alla tutela ambientale che possa risultare conveniente se non si tolgono gli ostacoli burocratici che oggi un agricoltore è costretto ad affrontare per riuscire a ottenere l’aiuto. Il rischio, di fronte a queste difficoltà, è che l’agricoltore esca dal sistema produttivo: un vero paradosso vista la scarsità dell’offerta alimentare prevista nei prossimi decenni.

Image by © Pete Oxford/Minden Pictures/Corbis

 

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