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Patricia Urquiola: un pensiero positivo (e critico) per uscire dalla crisi

La vivace architetta e designer spagnola che vive e lavora a Milano da vent'anni, racconta la sua formazione accanto ai grandi maestri italiani, le sue sfide e i nuovi percorsi all'insegna della libertà e della positività critica

Maria Vittoria Capitanucci
6 settembre 2011

Patricia Urquiola by Alessandro Paderni studio EyePatricia Urquiola, 50 anni, è una delle più importanti protagoniste del design internazionale. Nata a Oviedo (Asturie), vive e lavora a Milano da più di vent’anni. Dopo aver frequentato la facoltà di architettura al Politecnico di Madrid, arriva a Milano e si laurea nel 1989 con Achille Castiglioni. Nel 2001 apre, a Milano, il suo studio di progettazione dove si occupa di design, allestimenti e architettura collaborando con le più importanti ascende italiane. Tra i suoi progetti più recenti: il Mandarin Oriental Hotel a Barcellona, il W Resort & Spa a Vieques (Porto Rico), i negozi di Gianvito Rossi, gli showroom di Flos e Moroso a Londra. Mostre personali sul suo lavoro sono state esposte nei musei di tutto il mondo.

Ci racconta che tipo di ricerca sta conducendo in questo momento? Lei di solito spazia tra materiali diversi. Come mai nei suoi ultimi lavori ha usato solo marmo?

Il lavoro degli ultimi due anni sul marmo è nato, paradossalmente, proprio dal mio disamore per questo materiale. Come architetto trovavo fantastico l’uso di una lastra di marmo (dall’onice a quello di Carrara) sia come rivestimento che come elemento divisorio, però per me si trattava sempre di una materia a sé e, come accade a molti di noi architetti, volevo sempre un marmo senza vena. Poi però sono stata coinvolta da una delle aziende dell’eccellenza italiana, Budri, i “sarti” modenesi del marmo, a fare qualcosa di diverso: mi hanno convinta, ed è stato un po’ come aprire una finestra e superare dei pregiudizi. Da qui sono nati parecchi pezzi che ho esposto in una mostra di strutture in marmo al Salone del Mobile 2011: un tavolo intarsiato con delle forature che a un certo punto è come se sparissero lasciando il posto a dei vuoti d’aria. Poi due panche un po’ più severe e due lavori a muro più architettonici.

Dal design all’architettura, dunque?

Questo è un tema che mi interessa molto, perché trascende il processo del designer e mi consente di occuparmi anche di installazioni. Gli avanzi delle lastre usate per panche e tavolo sono diventati rimanenza e l’idea del materiale pesante di grande valore (il marmo appunto) che prima mi bloccava qui diventa modulare fatto di leggerezza, quasi giocoso. Gli avanzi sono diventati in questo caso piccoli giochi, elementi che ho voluto pensare insieme agli intarsiatori che, di solito, mentre tagliano a laser o ad acqua cercano sempre di tenere un filo continuo (meno costoso) ottenendo un ottimo semi lavorato.

Budri, tavolo Biscuit

Che rapporto ha con i diversi materiali con cui si confronta?

Io non sono una designer, quando affronto un materiale ho bisogno di capirlo, di capire come reagisce e che potenzialità ha. Per esempio quando ho deciso di lavorare il vetro di Murano, ho trascorso con il mio team quattro giorni dalle 7 di mattina alle 2 di notte con i maestri vetrai a inventarci i vasi con loro, a fare esperimenti per capire fino a che punto si possa portare la murrina, insomma su come poter anche “dissacrare” certi procedimenti. Nel caso del marmo pensavo non mi avrebbe dato soddisfazione e invece mi sbagliavo. Credo che certi tipi lavori di architettura o design possano essere sempre sfide costruttive. Sono esperimenti che ti lasciano spazio e possono aprire nuove strade. Questo del marmo non so se rimarrà un esperimento o come verrà applicato, forse non lo sanno nemmeno i committenti e questo mi piace molto. C’è molta libertà. Penso che quando affrontiamo qualunque materiale in studio, la cosa più affascinante sia capire cosa è stato fatto fino a quel momento, quale sia insomma la tradizione tecnica per intervenirci su e magari anche modificarla. Nel caso del marmo, per esempio, oggi esistono macchinari di diversi tipi: a due, tre o cinque assi che consentono di lavorarlo in modo incredibile.

È un materiale valido anche dal punto di vista della sostenibilità?

Certo, è stato uno dei materiali più riciclati e riciclabili nella storia delle costruzioni e dell’arte anche perché ha delle valenze di qualità e durabilità  eccezionali. Basti pensare ai tanti capitelli riutilizzati attraverso i secoli. È un materiale molto bello perché avendo queste caratteristiche ha anche una forte sostenibilità.

kartell, "Frilly Domm" 2011Il suo studio oggi si occupa di design, ma anche di architettura. Affronta diversamente i due ambiti?

In effetti negli ultimi tre anni abbiamo affrontato una serie di progetti di alberghi, lo studio è molto cresciuto in questa direzione con un gruppo affiatato di architetti. L’architettura, però, diventa subito complessità e necessita l’apporto di più persone. Il design invece continua a essere un processo che gestiamo sempre in micro equipe e, sinceramente, non voglio che cresca perché vorrei occuparmene sempre in prima persona. L’architettura mi interessa, sempre che ci sia un interlocutore valido, un progetto adatto nel quale trovare l’approccio giusto, anche con il cliente. Ci stiamo aprendo anche ad un percorso museale dopo aver giù affrontato spa e alberghi. Al momento stiamo lavorando su un parco in Qatar e ci sono un po’ di altri progetti importanti che stiamo seguendo. Io sono architetto come formazione e credo nelle valenze emozionali fra tutte le parti coinvolte nel progetto.

Architetto sì, ma anche una delle più importanti protagoniste del design contemporaneo. Come ha iniziato, che formazione ha avuto?

Il mio approccio al design è arrivato dopo anni di studi architettonici e una formazione rigorosa. Quando sono arrivata a Milano nell’84, venivo da tre anni di università a Madrid dove avevo frequentato i corsi di Alvaro Siza, mentre qui in Italia nel 1981 ho trovato Memphis che era già una realtà potente. Milano allora era una città dove si poteva fare esperienza accanto a grandi maestri: c’era molta possibilità di sperimentare e io ho scelto con totale passione di frequentare i corsi di Achille Castiglioni. Vedevo anche Vico Magistretti per la città in bicicletta: aveva già una certa età ma dava un messaggio fantastico di grande leggerezza. A quel punto avevo già deciso che volevo lavorare con lui e con Maddalena de Padova. Ci sono riuscita anche perché ero fortemente attratta dal loro stile di vita dalla loro filosofia…

Glas Italia, tavolo FAINT 2011In quegli anni c’era anche il gruppo Memphis, che lei ha citato, uno degli ultimi importanti movimenti “culturali” italiani…

Si, Memphis è stato il grande fenomeno che ha rivoluzionato le logiche creativo-commerciali del mondo del design negli anni Ottanta ed era veramente dissacratorio. La colonna portante era Ettore Sottsass alla guida di un gruppo di architetti e designer milanesi molti colti cui si aggiunsero presto anche importanti esponenti internazionali. Menphis ha ribaltato  e sconvolto tutti i presupposti circa l’idea di abitare. Con la loro esperienza dimostravano che era sempre possibile ripartire da capo, da zero, anche solo con due laminati.

E quale dei due mondi lei aveva scelto di “inseguire”?

Non sapevo come potevo affrontare la mia vita, dovevo studiare ancora, ma Milano era meravigliosa, fantastica. Ci ripenso con un po’ di nostalgia perchè la nostra città ha sofferto molto negli ultimi anni, e perchè abbiamo grossi problemi anche culturali in Italia, ma dobbiamo mantenere comunque, come dice Tomàs Maldonado (disegnatore, pittore e filosofo argentino ndr) una positività critica, un’”attitude”.  Anche lui insegnava in facoltà, anzi era mio presidente nella commissione di laurea. Insomma sono stata molto fortunata nella mia formazione, nel mio percorso a cavallo fra architettura-rigore e grande libertà come designer. E di questo sono molto grata alla mia esperienza italiana.

Installazione: Not for All - Palazzo Durini, credit Amendolagine Barracchia

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