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Paolo Carnemolla: «Non fidatevi dell’agroalimentare biologico non certificato»

Il presidente di Federbio sottolinea l'importanza della certificazione che ogni consumatore dovrebbe pretendere, ma bacchetta gli enti: «Serve un sistema tariffario univoco»

Mariella Caruso
28 settembre 2015

Paolo CarnemollaNegli ultimi dieci anni le vendite dell’agrolimentare biologico sono raddoppiate. A far volare il settore hanno contribuito le certificazioni che, rilasciate da un ente accreditato, garantiscono il consumatore della qualità del prodotto. Il mondo della certificazione biologica agroalimentare, però, è una giungla nella quale occorre fare chiarezza. Nonostante esistano degli standard molto rigidi, infatti, ognuno dei nove enti di certificazione (Bioagricert, Bios, Ccpb, Codex, Ecogruppo Italia, Icea, Qcertificazioni, Sidel e Suolo e salute) autorizzati da Accredia, unico ente italiano di accreditamento, ha procedure di controllo e, soprattutto, costi molto diversi. Abbiamo cercato di farci dare qualche chiarimento da Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, incontrato a Sana 2015.

Ci si deve fidare ciecamente della certificazione biologica agroalimentare?

«Sì, perché esistono dei parametri precisi da rispettare affinché un prodotto possa dirsi biologico e gli enti di certificazione ne garantiscono il rispetto».

Oggi, però, molto spesso nei mercatini sono state scoperte delle truffe con coltivatori diretti che dichiarano biologici prodotti che non lo sono…

«Infatti non bisognerebbe fidarsi mai, in caso di vendita diretta il consumatore dovrebbe pretendere l’esposizione del certificato dell’azienda che attesti la coltivazione biologica di quello specifico prodotto aziendale. Ci sono, invece, regole diverse per il prodotto agroalimentare biologico che arriva in negozio: dev’essere confezionato ed etichettato. In ogni caso sul sito di Accredia esiste un database di tutti gli operatori biologici certificati, che sono circa 48mila, e per ognuno sono indicate le coltivazioni biologiche certificate».

Image by CorbisQuindi in un negozio biologico tutto deve essere confezionato?

«Se il negozio vende solo prodotti biologici confezionati, ogni confezione deve essere integra ed etichettata con logo europeo e diciture del sistema di certificazione. E se il negozio vende anche prodotto sfuso, deve essere certificato il punto vendita».

Alcuni agricoltori si professano biologici e giustificano la mancanza di certificazione ai costi per l’ottenimento: elevati e diversissimi da un ente all’altro. Come risponde?

«Che le loro coltivazioni non sono biologiche dal punto di vista della normativa. Se l’agricoltore riesce a vendere lo stesso è logico che non si certifica. È chi compra a doversi fare delle domande».

Molti di questi agricoltori vendono ai Gas, che effettuano visite regolari in azienda…

«Non penso che le visite siano fatte da agronomi specializzati che sottopongono i prodotti agli stessi controlli degli enti certificatori».

Quindi il “nodo” sarebbe la corretta informazione del consumatore?

«Sì, miracolosamente la corretta informazione sull’argomento sta crescendo, purtroppo sono gli agricoltori a non essere informati sui benefici dell’agricoltura biologica e sui metodi alternativi all’agricoltura tradizionale».

Come mai?

«Gran parte degli agricoltori s’informano presso le loro organizzazioni di categoria, dai loro fornitori di mezzi tecnici, nelle rivendite dei consorzi agrari. A nessuno di questi interessa che un agricoltori cambi metodo di coltivazione. È diverso se sei giovane e istruito».

Perché c’è questa grande differenza tra i costi delle certificazioni?

«In realtà non dovrebbe esserci, però esistono sistemi tariffari diversi a secondo degli enti di certificazione: a prestazione ora/uomo;  in funzione dei parametri in superficie e del tipo di coltura; di fatturato e quantità prodotte e non solo. È un libero mercato».

Image by CorbisHa senso?

«Bisogna andare verso un sistema tariffario che fa corrispondere univocamente costo e prestazione. Al momento si tratta di un auspicio perché i controlli per la certificazione sono un lavoro complesso, quindi ci sta la variabilità. Come Federbio abbiamo deciso che doveva esserci un minimo di almeno 250 euro all’anno, altrimenti non è possibile garantire la visita annuale e la gestione. Tutto il sottocosto deve esser vietato».

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