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Occhio all’etichetta: meglio scegliere il biologico. Ma che sia made in Italy

La richiesta dei consumatori sale, ma in Italia le coltivazioni biologiche diminuiscono. Così molti prodotti vengono importati. Invece, secondo il neo presidente AIAB, bisogna tornare a produrre sulla Penisola. Con una nuova sfida: abbassare i costi senza perdere la qualità

Ilaria Lucchetti
20 dicembre 2011

Alessandro TriantafyllidisAlessandro Triantafyllidis, milanese, agronomo, 45 anni, è il nuovo presidente nazionale AIAB (Associazione italiana per l’Agricoltura Biologica) che succede ad Andrea Ferrante. È stato eletto ai primi di dicembre al congresso che si è tenuto a Milano, dal titolo “Il Bio che cambia”.

Ha una lunga esperienza nel settore, anche personale. Infatti tuttora conduce un’attività agrituristica biologica a Varese Ligure (La Spezia). È fermamente convinto che questo tipo di produzione abbia bisogno di un rilancio per tornare a essere uno dei fiori all’occhiello del Paese. E si batte perché le aziende escano dalla logica dell’individualismo e trovino forme di aggregazione utili a essere più competitive.

Quanto sono sicuri i prodotti organici

 

Che obiettivi si è dato come neo-presidente Aiab?

Congresso federale AIAB 2011Indubbiamente quello di rafforzare la diffusione del Bio in Italia, anche se non sarà facile data la crisi che attraversiamo e considerato che, rispetto agli anni 2000, sono diminuiti sia gli ettari di terreni dedicati al biologico sia il numero di produttori. Ciò a fronte di un aumento della domanda. Quindi bisognerà cambiare le politiche: non a caso il titolo del nostro congresso di quest’anno è “Il Bio che cambia”. Dobbiamo cambiare per tornare a crescere perché la politica agricola comune, così com’è, non ci permette di crescere oltre. Servono nuovi orizzonti, il che non significa soltanto certificare le aziende agricole, ma avere una conversione dei territori e costituire dei bio-distretti uscendo dalla logica della singola realtà. Perché ci troviamo in una situazione in cui i cittadini chiedono il biologico, ma le aziende diminuiscono, tanto che eravamo i primi produttori in Europa e ora non lo siamo più, anche se restiamo molto ben posizionati, in cima alla classifica insieme alla Spagna.

Quando un prodotto si può definire davvero bio?

Logo da cercare vicino ai prodotti bioSono più di vent’anni che abbiamo un regolamento comunitario. Dal 2007 poi è obbligatorio riportare un’etichetta, un logo verde a forma di foglia, con le dodici stelle dell’Unione Europea che significa che quel prodotto è certificato da organismi autorizzati dal ministero e che l’azienda è controllata una volta all’anno. Inoltre nell’etichetta vi è una tracciabilità per cui si può sapere se quel prodotto è italiano, europeo o extraeuropeo. Sulla garanzia poi, dato che spesso ci si chiede se il bio sia anche sicuro, sottolineo che per avere quel bollino l’impresa viene certificata e controllata per legge almeno una volta all’anno. In Italia abbiamo circa 47 mila aziende agricole biologiche e i controlli sono 60 mila, quindi 1.3 controlli ad azienda. Infine, a questi vanno sommati gli accertamenti delle Regioni.

Meglio comprare alimenti bio della grande distribuzione o affidarsi a piccoli marchi?

Sono certificati biologici anche quelli venduti dalla grande distribuzione. Il problema è che perdono in personalità perché quello che interessa è mettere in evidenza il marchio della catena. Sicuramente ciò che bisogna guardare, e questo è possibile come dicevo prima, è la tracciabilità, quindi andare a vedere se il prodotto è italiano oppure no. Perché a volte gli articoli bio che si trovano nei supermercati, essendo a costi molto concorrenziali, arrivano dall’estero. Sta aumentando incredibilmente, infatti, l’importazione dei prodotti biologici dall’estero, soprattutto dal Nord Africa, dalla Turchia, dall’Ucraina e dal Kazakistan. Sono sempre controllati e certificati, ma non italiani.

Le aziende che hanno una marcia in più

 

Cosa determina il successo di un’impresa Bio?

Image by © Doug Wilson/CORBISBe’ intanto come viene condotta l’azienda. Anche se tutte producono all’interno di regole e con il bollino, alcune sostituiscono semplicemente i pesticidi con i prodotti ammessi dall’agricoltura biologica, quindi naturali o minerali, altre invece lavorano con grande impegno anche su quello che poi è l’elemento centrale: la fertilità del suolo. Quando si cura questo aspetto, l’azienda va avanti per anni, perché si riescono a ottenere livelli di produzione simili a chi usa pesticidi. Poi però bisogna vendere per avere successo. Le aziende agricole bio che hanno sviluppato metodi di commercio alternativi, con la vendita diretta, stanno funzionando bene. Chi invece è nei canali della grande distribuzione riscontra gli stessi problemi delle imprese agricole convenzionali.

Noi italiani quanto amiamo questi prodotti rispetto agli altri consumatori europei?

Una recente indagine di mercato ci dice che più della metà della popolazione ha, almeno saltuariamente, scelto un articolo biologico. Mentre la percentuale di chi li compra abitualmente è più bassa, in Italia non siamo ai primi posti, ci attestiamo intorno al 2 percento del totale dei consumi. Ci superano Germania, Danimarca, Inghilterra, Francia, Austria. Un aspetto però che da noi è molto interessante è la ristorazione collettiva nelle scuole, lì stiamo facendo veramente passi da gigante. Sono 800 i comuni che hanno una mensa con prodotti bio. Ad esempio, Roma ne acquista per 50 milioni di euro all’anno ed è il principale compratore italiano. Poi anche Genova, Firenze, Venezia e tanti altri comuni più piccoli. Un altro bel caso che mi piace ricordare è quello dell’ospedale di Asti.

 

Per uscire dalla “nicchia”, avete diversificato le forme di approccio al pubblico?

Si, da una parte con l’ingresso nei supermercati e dall’altra con metodi alternativi di distribuzione che stanno crescendo molto, come i GAS (Gruppi di Acquisto Solidali), la vendita diretta, i mercatini e gli acquisti online.

Gli obiettivi per il futuro

 

E sul fronte dei prezzi, è possibile contenerli per evitare che il bio sia consumato soltanto da un’elite?

Varese Ligure Unione Europea tracciabilità Spazio Bio pesticidi mense scolastiche Gruppi Acquisto Solidale grande distribuzione fertilità emissioni di CO2 educazione alimentare infantile consumo critico consigli per gli acquisti competitività cambiamenti climatici biologico azienda agrituristica Associazione italiana per lAgricoltura Biologica Alessandro Triantafyllidis acquaQuesto punto è fondamentale per Aiab, il biologico non deve essere per pochi ma per tutte le tasche. E ciò si sta realizzando con le forme alternative di mercato. Bisogna migliorare la logistica e la capacità dei produttori di organizzarsi e di stare insieme, quindi creare delle piattaforme logistiche locali. A Roma c’è e funziona molto bene lo Spazio Bio (tel. 06/57289957) . Recepisce i prodotti di tredici soci, che sono cooperative, e che a loro volta associano altri produttori. Hanno un punto vendita al pubblico e poi fungono da piattaforma per i GAS e per altri negozi.

Infine, pensando all’ambiente, questo tipo di agricoltura può diminuire l’emissione di gas nocivi all’ambiente rispetto a quella convenzionale?

Si perché si basa sulla fertilità del suolo, organica, quindi sulla quantità di humus presente nel terreno e l’humus non è altro che CO2, carbonio. Di conseguenza più è alto il tenore di sostanza organica nel suolo, minore è quella presente nell’aria. Inoltre la produzione biologica fa meno uso di acqua e non ricorre a fertilizzanti e pesticidi che si ottengono dall’utilizzo di energia e di petrolio. Detto questo però, anche noi dobbiamo migliorare ancora molto…

Image by © Bridget Besaw/Aurora Photos/Corbis

 

 

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2 risposte a Occhio all’etichetta: meglio scegliere il biologico. Ma che sia made in Italy

  1. Ruggero

    Il biologico è un lusso che l’umanità non si può permettere. Senza prodotti chimici, sopratutto fertilizzanti azotati, con la coltivazione biologica per produrre abbastanza cibo per 7 miliardi di persone, sarebbe necessario coltivare il 78 % della superficie terrestre, perché il biologico ha rese molto inferiori. In quanto al non uso di prodotti chimici non è vero. Nel biologico si usano molto i sali di rame che sono molto tossici sopratutto per il terreno. Gli insetticidi naturali poi sono altrettanto tossici e in molti casi di più di quelli sintetici. Vedi il caso del Rotenone che pur essendo naturale è stato proibito perché gli studi tossicologici hanno evidenziato un’associazione con il morbo di Alzheimer. In quanto a CO2 emessa a causa delle lavorazioni molto frequenti del terreno necessarie per combattere le erbe infestanti molte coltivazioni biologiche inquinano in totale più di quelle convenzionali. L’unica cosa buona del biologico è che fa guadagnare di più agli agricoltori.

    • Alessandro Triantafyllidis

      Risposta Triantafyllidis al commento
      Caro Ruggero, per quanto riguarda il problema della fame nel mondo il punto dirimente della questione non è tanto quanto si coltiva e produce, ma con quali finalità si coltiva la terra, per uso alimentare, per produrre mais, soia e foraggi finalizzati alla produzione di mangimi, o ancora per produrre biocarburanti?
      Già oggi nel mondo si produce una quantità di cibo che basterebbe a sfamare 9 miliardi di persone, il problema vero, casomai, è garantire a tutti i popoli il diritto e l’accesso al cibo. Negli ultimi 50 anni, come evidenziato anche dalla FAO nel recente rapporto The state of the world’s land and water resources for food and agricolture – SOLAW 2011, sebbene sia aumentata la superficie coltivata (+12%) e sia aumentata anche la produzione agricola (+ 150%) non siamo riusciti a risolvere il problema della fame nel mondo e quasi un miliardo di persone sono oggi denutrite.
      Oltre alle finalità con cui si coltiva e con cui si impiega il suolo agricolo, e oltre alla disparità nell’accesso al cibo, il problema della fame riguarda anche gli sprechi di cibo.
      Tanto per dare qualche numero che aiuti ad inquadrare il fenomeno, nella pattumiera degli italiani finiscono ogni anno ben 37 milioni di euro di alimenti, pari al 3% del PIL. Una cifra con cui in un anno si riuscirebbe a sfamare una popolazione pari a quella della Spagna, ovvero circa 44.5 milioni di persone1 (Un anno contro lo spreco 2010). Lo spreco è una pesante realtà in nazioni come la Gran Bretagna, dove l’associazione inglese Waste & Resources Action Programme (WRAP) stima si gettino ogni anno 6.7 milioni di tonnellate di cibo perfettamente commestibile per un costo annuale di 10 miliardi di sterline . O ancora in Svezia dove in media ogni famiglia getta via il 25% del cibo acquistato. Di male in peggio, gli USA sprecano circa il 40% del cibo prodotto nel loro territorio.
      Passando alla questione pesticidi e agrofarmaci, invece, devo precisare che in agricoltura biologica non si usano prodotti chimici di sintesi.
      Il termine “agricoltura biologica” indica un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, organiche o minerali presenti cioè in natura, escludendo l’utilizzo di tutte le sostanze di sintesi chimica (concimi, diserbanti, insetticidi).
      In agricoltura biologica, quindi, si usano esclusivamente sostanze presenti in natura. Sono principalmente tre classi di sostanze che vengono usate in bio: estratti vegetali e composti a base vegetale, come il piretro che viene estratto dal crisantemo (un insetticida naturale molto efficace,il cui principio attivo è stato riprodotto e ‘copiato’ anche dalla chimica di sintesi per produrre insetticidi più persistenti);il piretro pur non essendo selettivo è però fotolabile e quindi ha un’azione insetticida molto breve; oppure microrganismi, come il Bacillus thuringiensis, molto selettivo (colpisce solo alcune famiglie di insetti, risparmiando ad esempio le api) e molto efficace nella difesa delle colture; o minerali, come i sali di rame o lo zolfo utilizzati per il controllo delle patologie funginee. Per la concimazione si usa, oltre al letame e al compost, una serie di prodotti di origine organica e minerale per sostenere le produzioni ove necessario.
      Il rotenone è così poco usato che la sua correlazione con il morbo di Alzheimer mi sembra sicuramente trascurabile vista la diffusione di tale sindrome. Come del resto Lei ben sa i pesticidi che ogni tot anni vengono ritirati dal mercato hanno dimostrato impatti ben più pericolosi e documentati sulla salute umana e sull’ambiente.
      Per quanto invece l’energia è vero l’assoluto contrario, ed ormai esiste una quantità di studi disponibili , anche su internet, che evidenziano la netta superiorità del biologico rispetto all’agricoltura industriale e a quella convenzionale in genere. Nel bio non si usano diserbanti, ma la strategia per sottrarsi alle malerbe, non è la lavorazione bensì l’agronomia: ovvero la rotazione, la pacciamatura, la consociazione, la falsa semina etc. che implicano una consistente diminuzione dei passaggi dei trattori in campo. Infine la fertilizzazione: il solo fatto di non usare concimi azotati quali urea, e nitrati vari, fornisce alle aziende biologiche un netto vantaggio rispetto a chi fa uso di concimi generati esclusivamente bruciando petrolio.
      Il bio fa inoltre guadagnare di più gli agricoltori, come giustamente Lei ha affermato, non è mica poco, ma non solo questo, non impatta l’ambiente e fa bene prima di tutto a chi coltiva oltre che a chi consuma.
      Cordiali saluti
      Alessandro Triantafyllidis

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