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Nicolò Carnimeo: «C’è troppa plastica nel mare»

Il professore dell'Università di Bari, autore del libro "Come è profondo il mare", mette in guardia sui rischi dell'inquinamento dei mari e degli oceani.

Fabio Di Todaro
16 febbraio 2015

Image by © Mark Caney; Ecoscene/CORBIS«Il mare sta cambiando, ma molti di noi faticano ad accorgersene. Il Mediterraneo vive una fase di profonda e rapida mutazione: tutto ciò che vi buttiamo dentro, prima o poi ci tornerà indietro. Dobbiamo abbandonare una dicotomia, quella tra economia e natura, che in realtà non esiste. La natura è una parte dell’economia e il mare è la nostra principale ricchezza».

Basterebbe l’incipit della chiacchierata con Nicolò Carnimeo, docente di diritto della navigazione e dei trasporti all’Università di Bari, per capire che il mare non se la passa bene: tutt’altro. Ma è addentrandosi nella conversazione, in occasione del secondo appuntamento de “Gli aperitivi della Scienza”, che emerge quale sia il principale nemico delle nostre acque, oggi: la plastica, uno dei tre elementi attorno a cui si snoda il libro-inchiesta di Carnimeo, “Come è profondo il mare” (Chiarelettere). Un viaggio tra mari e oceani, durato un paio di anni e partito dalla conoscenza con Charles Moore, raccontato mescolando una prosa scorrevole all’asciuttezza dei dati scientifici che non lasciano scampo. «Se vogliamo evitare quanto accadde a Minamata con il mercurio, dobbiamo correre subito ai ripari».

La plastica è così pericolosa per la salute dell’ambiente?

La plastica è indistruttibile e rimane nel nostro mare per troppi anni. Non conosciamo quali possano essere gli effetti dannosi a lungo termine, ma è il caso di affrontare la questione prima che diventi un’emergenza. I suoi frammenti funzionano come una spugna: si caricano di veleni e si infilano nella catena alimentare, giungendo fino all’uomo. L’organismo cerca di isolarla, di non farsi contaminare. Ma non sappiamo fino a quando ce la farà.

Quanta plastica c’è nel mare?

Sicuramente troppa, ma dare dei numeri non è possibile. Oggi il pianeta conta cinque isole di plastica sparse tra i vari oceani: una delle quali è più estesa di tutta l’Europa. Oltre a una serie di frammenti che navigano nelle nostre acque: a partire dal Mediterraneo. Tra le coste comprese tra lo Stretto di Gibilterra e il versante orientale del Libano, le più sfigurate risultano quelle del Nord Africa, della Turchia e della Grecia: dove la gestione dei rifiuti è più approssimativa e c’è ancora chi scarica l’immondizia direttamente dalle scogliere. In Italia, invece, le acque più ricche di plastica sono quelle del Tirreno: fino a 115mila particelle per chilometro quadrato.

Come è nata l’idea di compiere questo viaggio?

Vivo in simbiosi con il mare, lo guardo ogni mattina dalla mia finestra e quando posso mi prendo qualche giorno per navigare. Frequentandolo, mi sono accorto che stava accadendo qualcosa di cui in pochi erano a conoscenza. Da qui l’idea della traversata. Così mi sono accorto che utilizziamo gli oceani come una discarica e non ci rendiamo conto delle conseguenze.

Image by © Rolf Haid/dpa/CorbisQuali sono le responsabilità dell’uomo?

Il libro è modellato su tre elementi: la plastica, il mercurio e il tritolo. Li troviamo tutti nel mare, ma li ho scelti perché rappresentano la metafora più straordinaria della nostra esistenza, del modo in cui abbiamo scelto di vivere. Sulla plastica il discorso ci riguarda più da vicino. Se gli altri due inquinanti li abbiamo subìti, in questo caso le nostre responsabilità sono evidenti. Ognuno di noi può fare qualcosa per salvaguardare la salute del mare da questa forma di inquinamento. È anche per questo motivo che ho scelto di scrivere un libro simile: occorre sviluppare una coscienza ecologica per lasciare ai nostri figli un mondo migliore.

Di cosa possiamo fare a meno nella vita quotidiana?

È il nostro modo di vivere che va rivisto. Produciamo troppo, consumiamo di più, viviamo aggrappati a delle certezze fragilissime: basta che vada via la luce per due ore e sprofondiamo nel panico. Dobbiamo invece tornare ad avere un contatto con la natura, adattarci alle sue esigenze. Noi altro non siamo che un suo elemento, un suo componente infinitesimo. Troppo spesso, invece, ci vediamo protagonisti di un ciclo naturale che ci vede semplici comprimari. Chi naviga, lo sa: quando arriva la buriana non resta altro che ripararsi e aspettare un tempo migliore. Non ci si può opporre alla forza del mare, ma semplicemente adattarsi a essa.

Esistono dei rischi per la salute umana?

La plastica fa il suo ingresso nella catena alimentare e raggiunge quantità significative nei predatori più grandi: tonni, pesci spada e squali. In pochi di noi lo sanno, ma gli italiani sono i principali consumatori di squali in Europa: attraverso il consumo di verdesca, smeriglio, spinarolo, palombo e gattuccio. Oggi i pesci grandi non riescono più a distinguere il plancton di cui si cibano dai frammenti di plastica. Così questa arriva a noi, secondo un processo che gli addetti ai lavori chiamano di “accumulo biologico”.

Image by © Gary Bell/CorbisE’ ancora possibile invertire la rotta?

Il cambiamento è ancora possibile, credo nella forza rigeneratrice del mare. Noi veniamo da lì: siamo più simili ai delfini e non alle scimmie. Se c’è all’orizzonte un futuro migliore, non può che dipendere dal mare. Ma è necessario che avvenga un cambiamento profondo, che parta dallo stile di vita e dalla consapevolezza di ognuno di noi. C’è bisogno di fare politica attiva. Il mare non è né di destra né di sinistra: tocca a tutti quanti noi proteggerlo.

Twitter @fabioditodaro

 

 

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