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«Il nostro Neuronguard può salvare vite umane come i defibrillatori»

Mary Franzese, co-fondatrice della start up modenese, spiega come funziona il dispositivo salvavita e l'obiettivo di portarlo in ogni ambiente pubblico

Andrea Ballocchi
20 febbraio 2017

Si chiamano danni cerebrali acuti (ABD) e più o meno nel tempo in cui sto digitando questa frase a computer, almeno una persona ne è stata colpita. Infatti, una persona ogni 7 secondi subisce quella che è purtroppo la prima causa di disabilità permanente al mondo.Ictus, arresto cardiaco e trauma cranico sono causa di gravi menomazioni e il fattore tempo, nell’intervento, è cruciale: i danni irreversibili a livello cerebrale iniziano a manifestarsi già dopo pochi minuti d’insufficiente ossigenazione dei tessuti e ogni secondo che passa compromette le funzioni cerebrali del paziente. C’è chi in Italia ha avuto l’idea di sviluppare un dispositivo medico salvavita portatile utilizzando la terapia ipotermica e sta facendo in modo che la sua idea si trasformi quanto prima possibile in una macchina utilizzata e adottata in tutto il mondo. Si chiama Enrico Giuliani è un medico specializzato in anestesia, rianimazione e terapia intensiva e ha messo a punto un particolare collare refrigerante che è alla base di Neuronguard, startup modenese nata nel 2013.

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Il dispositivo Neuronguard è un collare refrigerante che, applicato al collo, consente di abbassare la temperatura dei vasi sanguigni che lo attraversano e quindi del cervello

Ma a far sì che questa idea prendesse piede, fosse conosciuta e attraesse interesse e sostegni finanziari è stata Mary Franzese. Trentenne, laureata in economia aziendale e attuale marketing & communication manager, è tra le finaliste dell’EU Prize for Women Innovators 2017, un autorevole premio attribuito a giovani imprenditrici che hanno portato idee innovative all’attenzione del mercato. Non solo: il suo nome compare nella lista “Top 50 influential people in 2017” stilata da Wired. L’anno scorso ha vinto il Premio Giuliana Bertin Communication Award 2016, un riconoscimento sempre in tema di imprenditoria femminile e giovanile, ed è arrivata finalista al Premio ITWIIN dedicato alle donne innovatrici e imprenditrici italiane.

La incontriamo poco prima di un viaggio che la porterà negli Stati Uniti, il principale mercato di riferimento per il lancio e lo sviluppo sul mercato del prodotto.

Quando ha avuto avvio il tuo percorso con Neuronguard?

Nel 2013, a pochi mesi dall’ideazione del progetto e la richiesta di brevetto in Italia da parte di Enrico Giuliani. La sua intenzione era ricercare risorse finanziarie per l’idea, ma il momento non era facile a seguito del sisma che aveva colpito l’Emilia. Gli fu consigliato di partecipare a un programma di accelerazione d’impresa con la fondazione di una startup, Neuronguard, prevedendo l’affiancamento di un mentore. A quel punto entrai in gioco io, impegnata in un master in imprenditorialità aziendale e interessata al tema delle startup, all’epoca ancora poco conosciute. Svolto il colloquio, fui scelta e affiancata a Enrico come Startup MBA partner.

Qual è stata il primo motivo che ti ha convinto del progetto?

Salvare vite. L’aspetto per me più bello di lavorare in Neuronguard è il suo forte impatto sul sociale. Portare sul mercato un dispositivo salvavita, modificando drasticamente il modo in cui s’interviene su determinate patologie è la motivazione che mi ha spinta a occuparmene insieme all’empatia stabilita con Enrico Giuliani e, in generale, al modo in cui lui mi ha raccontato e fatto partecipe del progetto.

Quali consigli puoi dare a chi ha un’idea e vuole promuoverla attraverso una startup?

Fare una startup non è per niente facile anche se appare quasi una moda. Se si decide di avviare una realtà innovativa, specie nel settore biomedicale, le cose si fanno serie sin dall’inizio, dovendo preoccuparsi innanzitutto di ottenere finanziamenti e poi convincere l’ambiente medico scientifico. In generale, il primo consiglio è analizzare se quell’idea ha mercato e risponde a un bisogno insoddisfatto. Occorre poi cercare persone in grado di accompagnarti nel percorso imprenditoriale, un aspetto fondamentale: senza persone un’idea non può arrivare sul mercato. Terzo: cercare sempre soluzioni alternative per garantire il successo dell’iniziativa. Quarto e ultimo punto fondante sono le competenze specifiche. La fortuna mia e di Enrico Giuliani è stata essere due figure eterogenee ma complementari. E nel tempo con lo sviluppo della realtà sono entrate altre persone a occuparsi di altri aspetti.

Veniamo al dispositivo biomedicale. Come funziona?

Neuronguard è un collare refrigerante che, applicato al collo, consente di abbassare la temperatura dei vasi sanguigni che lo attraversano e quindi del cervello. Ridurla fino a 32 °C per un massimo di 48 ore, aiuta a preservare le funzioni vitali in caso di grave trauma.

Le sue carte vincenti?

Essere un dispositivo che permetta una gestione della temperatura controllata e mirata mediante un’unità di controllo esterna ed essere portatile, in modo da intervenire sul luogo dell’evento. L’idea dell’ipotermia terapeutica non è nostra e neppure nuova, ma oggi sul mercato non ci sono né dispositivi portatili né in grado di permettere di monitorare la temperatura da un sistema di controllo. Ma la principale forza della nostra soluzione è permettere di intervenire sul posto tempestivamente, riducendo il più possibile la perdita di funzioni cerebrali in modo permanente. Il problema più grave causato da ABD non è il numero di morti, ma di disabili, con costi sanitari enormi, comprese le spese socio-assistenziali: si calcola una spesa pari a 335 miliardi di dollari a livello mondiale. Ma soprattutto il disabile necessita di assistenza e comporta un cambiamento significativo nella vita delle famiglie coinvolte.

Qual è il vostro obiettivo più grande?

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Neuronguard: il problema più grave causato dai cosiddetti ABD (cioè i danni cerebrali acuti) non è il numero di morti, ma di disabili, con costi sanitari enormi, comprese le spese socio-assistenziali.

Riuscire a far sì che il dispositivo possa essere usato da personale medico e laico, portando Neuronguard in ogni ambito pubblico alla stessa stregua dei defibrillatori; la prima fase è la presenza negli ospedali, da qui poi arrivare alle ambulanze e, in particolare negli Stati Uniti, al sistema di pronto intervento. Nel momento in cui Neuronguard sarà testato, certificato e adottato, allora sarà possibile pensare a un suo impiego alla stregua del defibrillatore automatico, affiancandolo idealmente, potendo contare su una presenza capillare in impianti sportivi, in grandi centri commerciali e in altri luoghi pubblici.

Le prossime tappe?

Dal punto di vista clinico-scientifico il principale passo è la dimostrazione dell’efficacia clinica del dispositivo, la sua certificazione, il completamento dell’iter regolatorio e brevettuale attualmente da parte di 12 Paesi nel mondo. Una volta svolti i test si passerà all’industrializzazione e al lancio sul mercato dei primi dispositivi nel secondo semestre 2018 e da qui all’espansione in Europa e, in particolare, negli Stati Uniti, che rappresentano il 51% del mercato. Da qui al 2020 si passerà a partnership con player industriali mediante sinergie tecnico-scientifiche oppure pensare a un’acquisizione da parte di una società nel settore medicale.

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