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Moni Ovadia: «Sono uomo di teatro e attivista dei diritti umani»

L'artista, "quasi vegano" per scelta etica, riflette: «Dobbiamo ripensare il ruolo dell'uomo su questo pianeta»

Maria Enza Giannetto/Nabu
26 aprile 2016

L'attore Moni Ovadia (credit Danilo Riccobene)Una vita nel segno della musica, del teatro e dell’impegno civile per la democrazia, l’uguaglianza e i diritti umani. Moni Ovadia, ebreo errante del teatro italiano, è con la sua stessa vita, un modello di apertura verso lingue, etnie e culture diverse. Nato a Plovdiv, in Bulgaria, da famiglia di ascendenza ebraica sefardita, cresciuto sin ragazzino a Milano (dove vive tuttora anche se si reca, sempre più spesso, in Sicilia per il suo incarico, a titolo gratuito, di direttore artistico del Teatro Margherita di Caltanissetta, e dove è stato recentemente insignito della cittadinanza onoraria di Palermo), Moni Ovadia ha sempre professato una visione dell’essere umano unitaria. «Veniamo tutti dallo stesso homo sapiens sapiens africano – dice – le differenze sono il frutto dell’adattamento ma vanno mantenute perché sono una ricchezza». Una visione dell’essere vivente “inclusiva” che, negli anni, lo ha portato a includere anche gli animali nel suo ideale di pace, comunione, non violenza e, di conseguenza, a diventare vegetariano.

Maestro Ovadia, da quanti anni è vegetariano?

Non mangio carne da trentacinque anni e pesce da dieci. In realtà ho anche una vocazione a diventare vegano, ma per la vita che conduco è un po’ complicato, quindi a volte mi concedo un po’ di formaggio.

Si tratta di una scelta etica o salutistica?

Ammetto che Umberto Veronesi, quando ha saputo che non mangiavo più carne, mi ha detto che era la cosa migliore che avrei potuto fare per la mia salute. La mia è stata, però, principalmente una scelta di tipo etico. Ho la convinzione incrollabile che, finché non cesseremo di perpetrare violenza verso questi nostri infelici compagni di strada che sono gli animali, non cesseremo di perpetrare la violenza fra gli esseri umani.

Come si è avvicinato a questa filosofia?

Tra le altre cose ho letto “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” del romanziere ebreo americano Jonathan Safran Foer. Un libro illuminante da cui ho anche capito che non potevo rendermi complice dello sterminio della fauna ittica che è in atto da tempo nei nostri mari. Secondo Foer si può essere vegetariani convinti o sostenitori del consumo di carne, bisogna però essere consapevoli e sapere da dove viene la carne che finisce sui nostri piatti, come sono trattati gli animali e quali effetti gli allevamenti industriali hanno sul piano economico, sociale e ambientale. Io oggi credo che ogni persona che mangia carne, almeno una volta, dovrebbe visitare un macello industriale.

Moni Ovadia (Foto di Davide Recupido)Il suo è, quindi, un approccio antispecista

Esattamente. Secondo questa filosofia di vita le capacità di sentire, interagire, manifestare volontà non sono prerogative della specie umana, ma appartengono anche agli animali. Dobbiamo quindi ripensare il ruolo dell’uomo su questo pianeta. Basta guardare indietro nella storia per vedere quanti illuminati fossero arrivati a queste conclusioni e alla scelta vegetariana, da Leonardo a Darwin fino a Gandhi che diceva che un Paese si giudica da come tratta i suoi animali.

Il 16 aprile scorso lei ha compiuto 70 anni. Tempo di bilanci?

Sono piuttosto soddisfatto di quello che ho fatto e di chi sono, perché anche se ho cominciato a vivere del mio lavoro di teatro a 48 anni, dopo 31 anni di attività professionale, posso dire di non essere mai stato lo yes man di nessuno.

Lei è sempre stato un attivista politico. Alle Elezioni europee del 2014 si è candidato è stato eletto per L’Altra Europa con Tsipras, rinunciando poi al seggio in favore del secondo eletto Curzio Maltese. Si è mai pentito di aver rinunciato?

Mai. Innanzitutto l’avevo già detto quando accettai la candidatura che non lo facevo per andare in Parlamento ma per dare una mano al mio gruppo. Ho lasciato il posto a un bravo giornalista e so che a Bruxelles le mie convinzioni erano perfettamente rappresentate dagli eletti e da Alexis (Tsipras, nda). Non avrei mai lasciato il mio lavoro da cui dipendono gli stipendi di tante persone per un seggio in parlamento e soprattutto non sarei mai stato uno di quelli che va a Bruxelles per due giorni e continua a fare le sue cose prendendo soldi pubblici. Se qualcuno ha mai pensato il contrario,  non ha proprio capito chi sono io.

Perché, chi è Moni Ovadia?

Un uomo di teatro e un attivista dei diritti.

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