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Inclusiva, autonoma e green: ecco la vera smart city

Secondo Renato Galliano, direttore Economia urbana e Lavoro del Comune di Milano, la città del futuro passa da inclusione sociale, sostenibilità ambientale, migliore qualità di vita dei cittadini

Andrea Ballocchi
4 aprile 2018

Milano è l’esempio italiano più vicino al concetto di smart city. Svariati ranking dimostrano il livello raggiunto in vari aspetti dell’evoluzione del capoluogo lombardo. «Siamo partiti a fine 2012, prima di Expo, un importante tassello nel percorso in chiave smart city. Abbiamo svolto un lungo percorso di partecipazione e di consultazione di tutte le parti interessate cittadine, dalle imprese alle università. Si è arrivati a maggio 2014 con l’approvazione della Giunta sulle linee guida smart city», racconta Renato Galliano, direttore Economia urbana e Lavoro del Comune di Milano, a margine della presentazione dello studio Smart City, Smart Strategy, a cura di Roland Berger.

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Secondo Galliano “sostenibilità ambientale e sociale sono due pilastri della smart city”, Foto: Fototommy/Pixabay

Dopo l’approvazione delle linee guida, e l’individuazione di sette obiettivi strategici il percorso è proseguito con l’avvio di progetti, iniziative sperimentali e aperture di nuovi spazi in aree periferiche. E qui si evidenzia la notevole spinta propulsiva della città: in tema di ricerca e innovazione digitale e sociale per realizzare e sviluppare tecnologie digitali e processi legati al soluzioni di cura nelle comunità (Open Care), in tema di sharing economy, nella quale il Comune di Milano può fregiarsi di essere la prima istituzione in Italia ad averla supportata. Altre iniziative importanti sono state condotte anche per sviluppare un nuovo artigianato e una manifattura digitale in città (col piano strategico “Manifattura Milano”). C’è poi il progetto Crowdfunding civico, primo in Italia per favorire progetti di interesse pubblico con alto impatto sociale

L’elevato livello milanese ha poi raggiunto un primato internazionale a proposito di bike sharing: nella città è attivo il primo Sistema di Bike Sharing «station based» integrato nel mondo. Se poi aggiungiamo i vari dispositivi intelligenti sottoforma di punti luce LED pubblici (quasi 150mila), i 339 semafori LED che rappresentano il 72% del totale, i 300 cestini “intelligenti” che diventeranno 15mila entro fine anno oltre ai sistemi di telelettura e telegestione, i cosiddetti smart metering, sviluppati in maniera sensibile, e del fatto che Milano sia una delle città più cablate d’Europa si ha un’idea del livello raggiunto. Ma c’è ancora molta strada da percorrere, per esempio relativamente alla gestione dei dati: «non abbiamo un contenitore per l’analisi dei dati e questo ci porta ad avere degli score piuttosto bassi nel contesto internazionale: le informazioni così sono difficilmente raggiungibili», ammette Galliano.

Un suo obiettivo, dichiarato alla stampa, è quello di una città policentrica, ovvero non solo centro, ma tanti collegati. È una visione valida anche in ambito smart?

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Milano smart city italiana: primato internazionale per bike sharing integrato, quasi 150mila punti luce LED pubblici, 339 semafori LED, sistemi di telelettura e telegestione (smart metering)

Il policentrismo è un concetto di carattere urbanistico che si declina anche in ambito sociale. Se parliamo in termini di infrastrutturazione IT del territorio in ottica smart city non ha un collegamento diretto, perché deve arrivare dappertutto. Rispetto quindi al policentrismo, l’aspetto tecnologico è indifferente perché l’obiettivo è quello di arrivare a un’azione omogenea per non avere delle parti di città che rimangono indietro. Invece ha un aspetto molto importante per quanto riguarda l’inclusione: devo dire che servizi che si basano sulla disponibilità tecnologica si pongono anche l’obiettivo di includere segmenti di popolazione solitamente esclusi, vuoi perché non hanno un livello di istruzione adeguato o perché l’accesso alla tecnologia ha sempre un costo. In questo senso, è quindi da lavorare sul policentrismo rispetto a un obiettivo di inclusione e anche di miglior distribuzione di risorse in ambito urbano, dal trasporto al tempo libero, vivendo anche meglio le risorse messe a disposizione dall’amministrazione.

Sempre in ottica smart city, aspetti quali la sostenibilità ambientale e sociale come possono essere valorizzati adeguatamente?

Sostenibilità ambientale e sociale sono due pilastri della smart city. La seconda, in particolare, va letta in termini di maggiore equità e inclusione di tutti, altrimenti si rischia di costruire una città che ha diversi livelli e velocità, con conseguenze anche molto pericolose in termini di disuguaglianze che provocano frustrazione in chi non riesce a tenere il passo e crea un conflitto che rende meno interessante la città. Quindi non è solo l’aspetto etico da rispettare, ma anche economico in termini di attrattività.

È possibile pensare a un’interazione virtuosa tra città?

Considerando i casi di Singapore e Tokyo (seconda e terza città nel ranking Roland Berger) vere e proprie città-stato in termini di autonomia e libertà decisionale, mi permetto una battuta: anch’io sarei per le città-stato. Scherzi a parte, si notano forti differenze tra il pensiero urbano, anche politico, e quello più centrale come la regione o lo Stato. Le ultime elezioni hanno mostrato bene questa discrasia. Ma non è una caratteristica italiana: basti vedere il voto contrario di Londra rispetto alla Brexit. Questo per dire che gli ambiti urbani hanno una vitalità diversa e ormai si è costituita una rete di città internazionali che dialogano tra di loro. C’è quasi una diplomazia delle città che s’interrogano, si confrontano, s’incontrano, stipulano accordi, collaborano e competono anche, ma a un livello di competizione tra realtà che hanno gli stessi obiettivi, e che esulano dalle politiche nazionali perché hanno una vivacità peculiare. La relazione tra città è decisamente più facile rispetto a una diplomazia di accordi tra nazioni che poi deve essere a sua volta riversata sulle città»

Quali sono le prospettive delle smart city da qui ai prossimi 10 anni e che modello prevarrà?

Tra dieci anni non ci sarà più il concetto di smart city, ma si assisterà alla sua applicazione perché ogni città di fronte alle proprie criticità e vocazioni e da affrontare svilupperà un programma di crescita e di interventi volti a contrastare e risolvere le criticità e a valorizzare le proprie vocazioni. Per cui ciascuna si farà la propria smart city.

 

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