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«Le microplastiche nei mari impattano sulla catena alimentare»

Maria Cristina Fossi, ordinario di ecologia ed ecotossicologia, ha condotto uno studio internazionale sull'impatto delle sostanze inquinanti. "Serve più economia circolare".

Fabio Di Todaro
13 febbraio 2018

Le microplastiche, particelle di meno di cinque millimetri derivate dalla degradazione di rifiuti plastici, inquinano anche gli oceani considerati più incontaminati e hanno un sicuro impatto sulla salute dei grandi animali marini come la balenottera, lo squalo e la manta. La conferma è giunta da una ricerca appena pubblicata sulla rivista scientifica «Trends in Ecology & Evolution», condotto dall’Università di Siena, svolto insieme alla Marine Megafauna Foundation, della Murdoch University (Australia). «Grazie a questo studio portiamo all’attenzione internazionale il problema dell’impatto delle microplastiche sulla salute dei grandi animali marini e lanciamo un allarme per un problema di portata mondiale», avverte Maria Cristina Fossi, ordinario di ecologia ed ecotossicologia dell’Università di Siena, che ha condotto lo studio assieme alla Marine Megafauna Foundation e alla Murdoch University (Australia). La scienziata è stata tra le prime a studiare l’impatto degli inquinanti e delle sostanze tossiche contenute nella plastica sulla salute di balene e squali.

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La presenza della plastica e della microplastica nei mari e negli oceani costituisce un problema globale che impatta tutta la catena alimentareFoto: Ufficio stampa Università di Siena

Quale tassello aggiunge questo studio alla conoscenza sul tema?
La presenza della plastica e della microplastica nei mari e negli oceani costituisce un problema globale che impatta tutta la catena alimentare. Studiando i grandi animali, che si nutrono di plancton o di prede, e che accumulano grandi quantità di inquinanti attraverso la loro alimentazione, possiamo valutare la portata del problema sulla fauna marina. Sappiamo da anni che la microplastica nel mar Mediterraneo, che è un mare chiuso e densamente popolato, è a un livello allarmante. Secondo le nostre stime una balenottera del Mediterraneo, filtrando tonnellate d’acqua, assume migliaia di particelle di microplastica ogni giorno. Ora sappiamo anche, grazie allo studio appena pubblicato, che anche negli oceani considerati più puliti la fauna marina subisce i danni dell’inquinamento da plastica.

Qual è stata l’evidenza più significativa di questa ricerca?
Abbiamo analizzato il mare di Cortez, nella bassa California, che è un tratto di oceano popolato da molti grandi animali marini. Abbiamo calcolato una presenza di 0,7 frammenti di plastica per metro cubo. Dunque uno squalo balena, in quell’ambiente che noi pensiamo quasi incontaminato, ingerisce circa 170 particelle di plastica al giorno».

Quali possono essere le conseguenze per la loro salute?
Precedenti studi hanno evidenziato nel plancton e negli organismi plantofagi come balene e squali filtratori un alto livello di ftalati, composti additivi della plastica nocivi per la salute dei mammiferi e classificati come distruttori endocrini. Si tratta di sostanze che vengono metabolizzate e possono avere effetti tossici sui cetacei, interferendo anche con la riproduzione. L’esposizione alle tossine associate alla plastica può essere una importante minaccia alla salute di questi animali perché interferisce sugli ormoni che regolano la crescita, lo sviluppo, il metabolismo e le funzioni riproduttive. Vogliamo approfondire gli effetti tossicologici, definendo anche quale è la soglia di inquinamento che crea un impatto importante sulla catena alimentare.

Ma perché i pesci ingeriscono la plastica?
Perché spesso scambiano i frammenti per cibo. Una balena che ogni giorno ingerisce settantamila litri di acqua non va poi a sputare i frammenti di plastica. C’è poi da fare il discorso delle catene trofiche: i pesci piccoli accumulano grandi quantità di plastica, in relazione a quella che è la loro massa. Chi se ne nutre, come tonni, delfini e pesci spada, assume di conseguenza anche la plastica.

Mangiando pesci e molluschi contaminati ci sono rischi per la salute umana?

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Catena alimentare: secondo lo studio realizzato da Maria Cristina Fossi uno squalo balena del mare di Cortez, nella bassa California, ingerisce circa 170 particelle di plastica al giorno, Foto: Ufficio stampa Università di Siena

Un rapporto stilato dalla Fao nel 2016 afferma che al momento non è possibile dimostrare la presenza di effetti negativi sulla salute dell’uomo. Questo ce lo si può in parte spiegare ricordando che, quando mangiamo il pesce, non portiamo a tavola anche il suo stomaco. Nel tempo, però, si potrebbe presentare il problema dell’eccessiva assunzione di sostanze inquinanti.

In che modo possiamo provare a contrastare questa emergenza?

Riducendo l’uso dei sacchetti di plastica, favorendo il loro riciclo e riducendo il packaging. Deve prevalere l’economia circolare: ormai lo diciamo da anni, ma il passaggio alla pratica non è così scontato. Soltanto in questo modo, tra qualche anno, potremo trovare meno plastica negli animali marini: da quelli piccoli a quelli più grandi.

Twitter @fabioditodaro

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