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Meditare nella natura con il trekking yoga

Respirare, pensare e muoversi a stretto contatto con la natura. Una pratica per ritrovare l'armonia ideata da Paolo Ricci, il maestro che ama camminare tra le nuvole...

Lia del Fabro
27 ottobre 2011

Paolo RicciPaolo Ricci, praticante e studioso di yoga originario di Reggio Emilia, vive da dieci anni a Roma ed è conosciuto per aver inventato quello che lui stesso ha definito “trekking yoga”. Ex giornalista musicale, ha lavorato nelle radio libere dell’Italia degli anni ‘70 (è stato direttore responsabile di Radio Alice a Bologna), ha soggiornato e viaggiato molto all’estero, scoprendo lo yoga poco più che ventenne.

Continua a studiarlo ancora con contaminazioni che vanno dalla filosofia alla psicoanalisi alla musica, cercando strade diverse tra tradizione e innovazione. Da poco più di un mese ha aperto a Roma la sua prima scuola di yoga: Le nuvole (www.yogalenuvole.it) dove utilizza anche musica e danza per arrivare all’unione di mente, corpo e spirito.

Che differenze pensa ci siano tra il nostro modo di fare yoga e quello praticato in Oriente?

Lo yoga in oriente è ascetismo, magia, un’espressione dell’India. Da noi questo è impensabile. Per imparare, siamo andati tutti dai maestri indiani come ho fatto anch’io, ma a un certo punto quell’esperienza si deve concludere e trovare un percorso indipendente perché siamo psichicamente diversi dagli orientali. Lo yoga che pratichiamo noi si è diffuso solo da due secoli e nasce dall’esigenza di dare una risposta a domande che sono specifiche dell’Occidente. Qui da noi facciamo yoga per necessità di rilassamento, per sciogliere tensioni ma anche per curiosità e spesso per moda. In sintesi lo facciamo per per stare bene, in un’ottica edonistica. Però le persone si avvicinano a questa pratica sono spesso alla ricerca di qualcosa di cui forse non sono neppure consapevoli. Il nostro mondo ha paura del vuoto, per questo riempiamo la nostra vita di cose da fare. L’oriente ha invece una pratica millenaria del vuoto e quindi abbiamo molto da imparare, accostandoci, con molto rispetto, al loro universo perché è sicuramente una fonte di arricchimento. Ma non potremmo mai essere come loro, non siamo credibili se li copiamo senza lavorare sul nostro essere occidentali. È essenziale fare i conti con noi stessi e la nostra identità all’interno di quelle che sono la cultura, la storia, la tradizione, la religione che appartengono al nostro DNA.

Trekking yoga sulle Dolomiti di Lavaredo. Verso il Rifugio Locatelli

Lo yoga che cosa ci può dare in più rispetto ad altre discipline?

Consente di lavorare su di sè e in più, rispetto ad altri strumenti come la psicoanalisi, la filosofia, la religione, fornisce un approccio diverso e complementare alla ricerca della consapevolezza di noi stessi. Tutto inizia con l’approccio al corpo, e già questo è infrangere un tabù della nostra tradizione culturale che non considera prioritario il contatto fisico, mentre per lo yoga è importante l’integrazione di corpo, mente e spirito: una disciplina che dà la possibilità di lavorare sull’essere umano e rappresenta un progetto molto difficile e sicuramente ambizioso.

Come può aiutarci in un percorso di cambiamento personale?

Lo yoga non cambia niente se non è fatto all’interno di una relazione. E con questo voglio dire che deve esserci un maestro, ma non per insegnare le posizioni o la respirazione, tutte cose che si possono studiare sui libri. È il maestro che agisce la trasformazione, perché lui conosce i punti che devono essere toccati e ognuno di noi ha la libertà di dare la fiducia e il permesso di farsi toccare o no. In realtà il lavoro dello yoga, secondo un testo fondamentale di Elide Mircea, che però a me non piace molto Lo yoga (immortalità e libertà) può essere inteso come una pratica di decondizionamento: quindi come la capacità di superare i condizionamenti ambientali, familiari, storici, temporali.  Questo processo non si fa certo con le posizioni e basta, anche se eseguite alla perfezione… lo si può fare solo all’interno di una relazione che in Oriente si definisce disciplina, mentre in occidente si chiama cura terapeutica. È questa la relazione che trasforma.

Come vede il futuro dello yoga in Occidente?

Lo yoga in Occidente è una pratica giovane e perché possa avere prospettive serie ci si dovrebbe impegnare su una formazione consapevole degli insegnanti. Sono molto critico su quanti preparano maestri con qualche incontro nei fine settimana e proprio per questo non voglio che la mia scuola diventi uno “yoghificio”. Anzi, penso che l‘insegnamento dello yoga, per essere fatto seriamente in Occidente, dovrebbe prevedere una specializzazione psicoterapeutica, dopo lo studio universitario di psicologia. Perchè si tratta di un’attività delicata che lavora sulle persone nella loro complessità e richiede quindi una preparazione specifica. Dobbiamo restituire allo yoga questa sua grandiosità-ambizione-bellezza, altrimenti si riduce a una pratica sportiva.

Trekking yoga al alba

Cos’è il trekking yoga che lei ha inventato?

È un vero e proprio yoga, non la somma di due attività come si potrebbe pensare, dove attraverso il trekking si realizza un rapporto privilegiato con la natura. Si tratta di una pratica per avviare allo yoga le persone che amano la natura, esaltandola, camminandoci dentro, ascoltando e meditando la natura, lasciando che tutti i flussi lavorini dentro di noi in quanto noi stessi parte della natura. Nel moto e nella quiete.

Com’è nato, invece, il progetto della scuola?

Penso che lo yoga ravvivi, risvegli l’energia delle persone. Il problema è poi incanalare quest’energia nel modo giusto.  L’idea di le Nuvole, la scuola che mi sono deciso ad aprire da poco, nonostante i miei trent’anni di esperienza, nasce dall’idea di utilizzare una tecnica che ho chiamato delle “nuvole danzanti”: musica e danza insieme per arrivare all’unificazione di corpo-mente-spirito. La musica è per me importantissima e nella scuola abbiamo molti strumenti tradizionali indiani, dal gong all’armonium al tampura. La danza è eseguita anche bendati per accentuare l’effetto di straniamento. Perché l’importante è muovere energia, per poi fermarsi e meditare. Yoga, seconda la definizione classica, è l’arresto del movimenti del pensiero, la cosa più difficile è infatti il non-pensare, far riposare la mente per poi pensare meglio.

A un Occidente sempre più in crisi, lo yoga può dare un contributo positivo?

Sono convinto di sì, forse dipende dall’esperienza politica fatta per tanti anni. Anche se oggi la politica è un territorio impossibile da frequentare, è come quelle riunioni di condominio dove partecipi al degrado anche senza volerlo. In termini più generali, il fatto che non si abbiano le redini di un mondo che non è più così piccolo e dove tutto è molto interdipendente, non ci toglie la responsabilità di agire, di lavorare sulle persone. Allora la mia proposta è di lavorare su se stessi per cambiare la società. Ma non in termini dell’io e neppure nei limiti della mia generazione. In questo mi sento molto vicino alla cultura cinese dove il tempo, anche personale, vale se proiettato su due, tre generazioni future. Mi interessa, attraverso quello che decido di attuare con piena libertà, mettere il seme per i figli dei miei figli.  È questo il mio modo di dare un contributo al cambiamento.

Nada Yoga sulla spiaggia di Cala di Forno, Parco dell'Uccellina - GR

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Una risposta a Meditare nella natura con il trekking yoga

  1. Valeria

    Ero interessata ad un corso svolto però in montagna, ne fata?

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