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Maria Vittoria Capitanucci: Milano, attenzione a non gridare troppo

Si chiama «Milano verso l'Expo» la nuova guida scritta dal critico e storico dell'architettura Maria Vittoria Capitanucci che insegna Storia del progetto contemporaneo al Politecnico di Milano. Tutto quello che c'è da sapere sui progetti che coinvolgeranno Milano in vista dell'esposizione internazionale del 2015

di Chiara Bondioli
1 marzo 2010

 

Maria Vittoria Capitanucci, critico e storico dell'architettura, insegna Storia del progetto contemporaneo al Politecnico di MilanoMilano verso l’Expo. La nuova architettura di Maria Vittoria Capitanucci, professore incaricato di Storia dell’Architettura Contemporanea al Politecnico di Milano, è una guida che racconta i 53 progetti già realizzati o che saranno ultimati entro i prossimi due o tre anni. Un affresco di una città in forte cambiamento che anche se talvolta stenta a rispondere in modo adeguato a questa grande occasione, si propone come laboratorio creativo con un occhio puntato al rispetto del tessuto urbano esistente e l’altro verso l’innovazione espressa dalle più importanti architetture contemporanee. Insomma un’architettura milanese che guarda verso l’Europa e il resto del mondo.

Tutti i progetti sono stati divisi in tre precise aree: il centro storico, la periferia storica e la Grande Milano, zona che comprende interventi in aree non municipali, nuovi e importanti ingressi della città contemporanee.


Come sono questi nuovi ingressi?

 

Sono particolarmente interessanti, perché hanno ridato importanza agli accessi della città, laddove esistevano solo campi incolti e edilizia di scarsa qualità. Parlo dei progetti architettonici e paesaggistici per lo sviluppo del sistema Fiera dello studio 5+1 AA, del Nuovo Polo Fiera di Rho firmato da Massimilano Fuksas, o il complesso residenziale di Archea Associati per Milanofiori Nord. Tutti architetti italiani che pur nel rispetto della tradizione hanno dato ai luoghi un’interpretazione del tutto contemporanea e internazionale.


Cosa definisce la qualità di un progetto?

 

La qualità dei progetti non è tanto nella loro bellezza o nella loro dimensione, quanto nella relazione che riescono a stabilire con la città e con il luogo per cui vengono pensati.
Mi viene in mente la nuova sede della Regione in via Melchiorre Gioia, esempio di un’opera che addirittura ha creato relazioni nel tessuto urbano che prima non esistevano. Sulla carta il grande grattacielo di Pei destinato al terziario poteva apparire datato. Ma invece la realizzazione di questa grande piattaforma urbana si è rivelata una risorsa poiché ha finalmente collegato una via di grande scorrimento come Melchiorre Gioa al quartiere ottocentesco dell’Isola che ancora vive di piccoli negozi e laboratori artigianali.


Quali sono le linee guida emerse nei nuovi progetti?

 

Sicuramente l’attenzione per la sostenibilità che vuol dire anche attenzione per spazi verdi integrati o esterni agli edifici, tagli degli spazi interni e materiali. Direi però che la vera sorpresa è stato il risveglio dell’attenzione per l’architettura residenziale e in particolare per il social housing. Quest’aspetto è stato per molto tempo quasi ignorato dai costruttori che hanno realizzato quartieri residenziali isolati e lontani dal resto del mondo. Ora al contrario si vedono interventi di edilizia sociale con linguaggio innovativo, in sintonia con i problemi della vita contemporanea, nel rispetto della natura e del corretto rapporto che i cittadini devono stabilire con luoghi. Sono la risposta alla trasformazione avvenuta nel sociale, con le nuove famiglie allargate e il crescente numero di single, sia tra i giovani sia tra gli anziani. In questo senso è nato un progetto come Abitare Milano, sostenuto da Aler e Ordine degli Architetti di Milano, con i progetti firmati da importanti studi per alcune zone periferiche della città. Sempre sulla stessa lunghezza d’onda sono anche i progetti di cohousing, nati da un’idea di condivisione di spazi e servizi e dalla volontà di creare una rete di solidarietà che fa parte di un questo nuovo modo di pensare all’architettura.

 

Ma è tutto così positivo nella città che cambia?

 

Tutt’altro, c’ è un progetto in fase di realizzazione con grandi difficoltà a essere approvato, altre norme legislative non aiuteranno la città a trasformarsi in senso positivo. Una città assediata dalle auto, con pochi spazi verdi e con un altissimo numero di single e di persone anziane non può e non deve essere pensata solo dagli architetti. Oggi l’architetto deve collaborare con una serie di professionisti: economisti, psicologi o consulenti del traffico specializzati nell’individuare i flussi e le strade da percorrere fisicamente e idealmente per una città che deve cambiare. L’Expo è una grande occasione progettuale che però non deve diventare una corsa cieca verso la modernità a tutti i costi. Bisogna evitare cesure sbagliate con il passato. Mi riferisco alla stazione Garibaldi: un monumento che entrava delicatamente nella città, in modo poco chiassoso; un sistema che si abbassava sulla città quasi a non volerla nemmeno disturbare. Ecco, quella stazione è stata completamente sommersa dalla volontà di gridare una modernità che non appartiene allo spirito di Milano. Una città che anche se negli anni Cinquanta aveva avuto bisogno di elementi eclatanti di rinascita come la Torre Velasca e il Pirellone, li aveva pensati come simboli isolati. Oggi invece la città grida molto forte attraverso le nuove architetture. Non sempre però queste urla corrispondono a una città moderna; alcune sono solo vette di una modernità ormai superata.

 

Un modello dell’abitare del futuro?

 

E’ molto complesso da definire. Ma credo che almeno una certezza ci sia: non arriverà da chi fa architettura. Perché innanzitutto quello che deve cambiare è il modello culturale, una sensibilità comune verso aspetti fondanti della vita quali il benessere, l’alimentazione o una coscienza civile di condivisione. In una parola non la visione iperindividualista che trionfa nel nostro Paese. Un’architettura potrà esser innovativa, sostenibile e moderna ma se la nostra coscienza e la nostra cultura non cambieranno cdi pari passo, saremo degli avatar: alieni che abitano in luoghi fantastici.

 

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