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Marco Ratti: «Occorre un nuovo modello di business per le imprese sociali»

Il responsabile degli investimenti di Banca Prossima (Gruppo Intesa Sanpaolo) analizza potenzialità e limiti delle imprese operanti nel Terzo settore

Andrea Ballocchi
15 luglio 2015

welfare Terzo Settore Social Enterprise World Forum 2015 pubblica amministrazione Marco Ratti imprese sociali finanza pubblica cooperative sociali Banca Prossima associazioni non profitLe imprese sociali sono in costante crescita anche in Italia. Un fenomeno su cui vale la pena riflettere: come sostiene Stefano Granata, presidente del Gruppo Cgm: «Quella che abbiamo di fronte è una vera e propria rivoluzione che coinvolge il mondo delle imprese sociali in Italia e quindi tutto il sistema del welfare».

È anche vero, però, che è difficile comprendere bene l’entità di queste realtà, per lo più di forma “micro”. Che difficoltà scontano le imprese del Terzo settore, specie le imprese sociali, su quali forme di sostegno possono contare e quali prospettive di sviluppo possono avere?

Wisesociety.it ne ha parlato con Marco Ratti, responsabile per gli investimenti di Banca Prossima, del Gruppo Intesa Sanpaolo, (dedicata esclusivamente al mondo non profit laico e religioso), in occasione del SEWF 2015.

In generale, quando parliamo di organizzazioni non profit di cosa stiamo parlando?

Di una realtà di circa 300mila di cui il 90% sono associazioni e la grandissima parte delle associazioni conta meno di cinque soci. Quindi è un settore davvero molto granulare. Una situazione simile alle piccole e medie imprese, nel settore for profit. Ed è la gioia e il dolore del sistema, in entrambi i casi. L’aspetto positivo è che le piccole realtà non profit sono più flessibili e adattabili, conoscono meglio il territorio e le sue esigenze. I problemi subentrano quando si hanno determinati costi fissi da gestire. Inoltre è difficile che realtà del terzo settore possano aggregarsi perché le identità sono diverse. Al massimo c’è una partecipazione a reti di coordinamento.

Numeri importanti, quindi, insieme a tanti soldi da investire potenzialmente: ma qual è la criticità più evidente?

Il settore ha mostrato di essere più solido e resiliente di quanto si pensasse prima. Tuttavia credo abbia un problema tuttora irrisolto: il suo modello di business, soprattutto per la parte produttiva, che dipende molto dal pubblico per il suo fatturato. E siccome la finanza pubblica non tornerà a crescere, ma va incontro a ristrettezze, occorre che chi è nel campo cominci a pensare diversamente»

Ma ci sono delle realtà del Terzo settore più esposte al rischio?

Penso, ad esempio, al settore culturale, in cui la predominanza del sostegno pubblico èImage by Simone Golob/Corbis decisa: non credo che possa rimanere sempre e solo nella sua sfera gravitazionale. Mi riferisco, per esempio, a musei minori che tra un po’ di anni rischiamo di non vedere più, a giudicare dalle voci di spesa della PA italiana destinata alla cultura, che ci vedono ultimi nell’Ocse, rispetto al Pil. Queste piccole realtà, quindi, devono capire cosa fare di sè. Trovare dei soldi per investire e costruirsi un futuro è un problema che va risolto e sui cui occorre pensare bene.

In questo scenario come entra in gioco una realtà quale Banca Prossima?

Noi puntiamo ad allargare il perimetro della “bancabilità”, erogando prestiti anche a realtà che normalmente avrebbero difficoltà o alti costi nell’accedere a finanziamenti delle banche tradizionali e fornendoglieli a condizioni favorevoli. Ma dobbiamo essere ragionevolmente sicuri che il prestito erogato sarà poi restituito. Perché noi stessi dobbiamo stare in piedi e la variabile critica è legata alla restituzione regolare del credito. Al momento le cosiddette sofferenze sono esigue, come del resto per tutte le banche sociali, ma non possiamo permetterci di sbagliare. Tanto per capire meglio: nel 2014 abbiamo fatto 2,5 milioni di euro di profitti, a fronte di 1,5 miliardi di euro di utilizzi. Se solo avessimo un’insolvenza addizionale dello 0,1% si tradurrebbe in 1,5 milioni in meno, una parte troppo alta dei nostri profitti.

Quali soluzioni si possono prevedere perché questo settore possa crescere in modo proficuo?

Si potrebbe pensare a un finanziamento che, però, le costringa a “evolvere”. Per esempio, alle erogazioni delle fondazioni si può affiancare (o in parte sostituire) un finanziamento; già oggi le fondazioni riducono gradualmente il supporto alle organizzazioni che possono stare in piedi da sole, dopo averle aiutate a fare capacity building per 2-3 anni.

E l’amministrazione pubblica cosa dovrebbe fare per il Terzo settore?

Fare una riforma dell’impresa sociale ben strutturata che intervenga a correggere alcuni aspetti, tra cui la differente normazione tra cooperativa sociale, che ha il grosso vantaggio di poter distribuire utili, e impresa sociale, che non può farlo. Partendo dall’assunto che uno scopo sociale può essere perseguito anche da una società capitalista, oltre che da una impresa basata sul lavoro come è una coop, ragionevolmente ci dovrebbe essere come minimo, il raggiungimento di una certa remunerazione del capitale.

Image by Tom Grill/CorbisUn altro passo importante sarebbe un giusto recepimento nazionale della direttiva europea sugli appalti pubblici perché sarebbe perfettamente compatibile prevedere una clausola che consideri l’impatto sociale di chi esegue il lavoro commissionato dal settore pubblico; gli inglesi su questo hanno approvato una legge chiamata social value act qualche anno fa. Da noi c’è “sotto mentite spoglie”: è una sottigliezza sui contratti al miglior prezzo o alle miglior condizioni economiche, che comprendono anche quelle sociali. Rendere questo aspetto più esplicito e obbligare le amministrazioni pubbliche a considerarlo significherebbe, come il caso inglese insegna, considerare il lavoro alle persone svantaggiate e la creazione di occupazione come obiettivi collaterali delle commesse pubbliche.

 
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