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«I grattacieli rendono le città autistiche», parola di Thierry Paquot

Il filosofo e urbanista francese lancia un appello: «Bisogna promuovere un’estetica della strada che desti i nostri sensi»

Simone Paliaga
18 marzo 2014

Thierry Paquot«Dobbiamo promuovere un’estetica della strada che risvegli i nostri sensi, e non si riduca a essere funzionale alle esigenze del capitalismo globale», ammonisce Thierry Paquot, urbanista e filosofo francese che lavora all’Institut de urbanisme di Parigi. Poco conosciuto in Italia se non per “L’elogio del lusso” pubblicato alcuni anni fa da Castelvecchi, la sua attenzione si rivolge prevalentemente a questioni legate all’ecologia urbana, al rapporto tra le città e il modo di vivere che esse impongono ai loro abitanti.

Professore oggi a Milano per l’Expo 2015 si costruiscono grattacieli in centro, quasi come La Défense a Parigi. Cosa ne pensa di questa scelta di pianificazione urbana?

I grattacieli, concepiti alla fine del XIX secolo, appartengono a un’epoca passata. Il capitalismo di oggi è diverso da quello di ieri. Ora vive di flussi, di reti, di decentramento e nessuno cerca, per ostentare la propria potenza, di avvalersi di questo tipo di simbolo.

Image by © Ocean/Corbis

Forse anche le esigenze lavorative sono diverse…

Certo. L’attività dei “colletti bianchi” è così cambiata con l’introduzione del telelavoro e della gestione informatica dei dati che le torri stipate di uffici sembrano ormai obsolete. I pochi grattacieli che ancora vengono costruiti sono alberghi e residenze di lusso, un lusso smargiasso.

Alla faccia dell’austerity tanto declamata in Europa…

Assolutamente. Il grattacielo divora energia. I suoi materiali richiedono costi altissimi ed eccessivi. Ascensori, aria condizionata, riscaldamento pretendono molta energia. Ma c’è un’altra caratteristica che spesso sfugge.

Quale?

Il grattacielo è soprattutto una realtà non urbana. Sembra un paradosso ma isola i suoi abitanti dalla città e dal suo clima. Si ripiega su se stesso dando origine a una “gated community”, a una comunità chiusa dai tratti autistici.

«Architettura, urbanistica e paesaggio devono essere a misura di corpo»

Image by © Andrew Bertuleit Photography/CorbisPrima alludeva all’opportunità di risvegliare i sensi attraverso la città. Può spiegarsi meglio?

Io credo che l’architettura, l’urbanistica e il paesaggio debbano pensarsi prioritariamente a misura di corpo e quindi dei sei sensi: udito, vista, tatto, gusto, olfatto e movimento. Mi rendo conto che oggi la corporeità è schiacciata da masse di cemento, stremata da percorsi geometrici, spossata dal rumore meccanico. Dobbiamo scuoterla, promuovere un’estetica della strada che desti i nostri sensi, che li sorprenda.

Cioè?

La città deve essere accogliente e non stordirci. Il vecchio termine accoglienza è interessante. Il suo significato allude sia all’idea di ospitalità che di casa. Richiama l’idea di attenzione. Vi ritroviamo il senso migliore del verbo gestire (“menager”) che significa prendersi cura. Quindi la città deve accogliere, come dico io, gentilmente e non incoraggiare la pianificazione (“aménagement”) delle aree urbane all’insegna della compattezza e della densità.

Nel concreto?

La pianificazione ha contribuito a trasformare la città in una realtà produttiva. Ormai è ammantata di tecnologia per inseguire i sogni di velocità, efficienza e redditività. E a questi obiettivi devono conformarsi i sensi.

Ma questi progressi non hanno dato i risultati sperati…

Anzi, hanno dimostrato, superata una certa soglia, di essere contro-produttivi. L’essere urbano è spazio-temporale. Possiede la sua cronobiologia e reclama sia luoghi tranquilli sia luoghi aperti alle turbolenze del mondo, cioè non gestiti.

«Non credo alle data city, ma nell’amicizia tra uomini, flora e fauna»

Image by © Felix Behnke/cultura/CorbisDa una trentina d’anni due nuove preoccupazioni hanno fatto capolino nelle politiche urbanistiche: la rivoluzione digitale e la questione ambientale. Cosa ne pensa?

La prima deve restare al servizio degli umani e non invece subordinarli imponendo la sua ritmica, il suo linguaggio e il suo immaginario. Non credo nelle data city che molto rapidamente potrebbero evolvere in una “big brother city”, una città dove si è sempre sotto controllo.

Lei professore la vede in termini pessimisti…

È che talvolta si dimenticano questi aspetti. Ma non misconosco affatto che le tecnologie della comunicazione facilitino gli scambi tra cittadini e possano migliorare il contesto delle loro vite…

E la questione ambientale?

Mette al cuore del nostro soggiorno terrestre le interazioni tra esseri umani e mondi viventi. Bisogna ripensare tutto a partire da esse. Un albero non è solo un albero e un uccello non è solo un uccello. L’uno e l’altro interferiscono tra loro e con l’ambiente circostante, tra cui i suoi abitanti. Ogni intervento urbanistico, architettonico o paesaggistico che sia deve magnificare l’amicizia tra esseri umani, fauna e flora. Non si tratta di proteggere la natura ma di far causa con essa. Non possiamo disegnare una casa, un parcheggio o una piazza travolgendo gli ecosistemi che ci paiono ostacolare le realizzazione dei nostri progetti.

Per avviarsi in questa direzione ci vorrebbero delle nuove politiche però…

Beh, la democrazia non serve a questo? Certo oggi è in panne ovunque, assediata com’è da un altissimo tasso di astensionismo. Invece i cittadini, compresi i bambini e gli stranieri che risiedono qui da qualche anno, dovrebbero dire la loro sulla politica della loro città.

Entriamo nel mondo dei sogni…

Ma come? Non esistono già forse forum, comitati di quartiere, budget partecipativi , referendum, dibattiti pubblici? La democrazia per rinascere esigerebbe una nuova territorialità e la città potrebbe offrirgliela. Non si incentiverebbero così i cittadini a partecipare alla vita politica della città? E se si eleggesse insieme al sindaco della città dove si dorme anche quello della città in cui si lavora? E magari si potrebbe pensare a degli esperimenti come l’estrazione a sorte dei consigli comunali o il cambiamento annuale delle giunte. Ma torniamo al nostro problema.

«Irrealistica l’idea degli eco-quartieri, ma produrre e consumare diversamente si può»

Image by © Ashley Cooper/CorbisParlavamo della questione ambientale. Spesso si evoca l’eco-quartiere. Che cosa ne pensa?

Sarebbe irrealistico credere che si possa costruire una città virtuosa per l’ambiente quando tutto intorno a lei è inquinato. Prestare attenzione all’acqua, all’aria, ai rifiuti, al traffico o al risparmio energetico è senza dubbio una buona politica. Ma non basta.

Cosa ci vorrebbe?

È il nostro modo di stare al mondo che deve essere trasformato radicalmente. Una casa ecologica, un quartiere pulito, da soli, non servono a molto. Produrre e consumare in modo diverso questo è il problema.

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