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Luciano Canfora: il difficile mestiere di cercare la verità

Controcanto alla voce del potere. Lo storico indaga fonti e documenti. Per cercare la verità e narrarla ai suoi contemporanei. Mestiere difficile, soprattutto oggi. Epoca segnata dalla rivoluzione digitale dove falsificare le fonti potrebbe diventare molto facile...

di Monica Onore
26 luglio 2010

La ricerca storica nasce come bisogno di verità e in opposizione al potere. Lo storico è un mestiere malvisto, perché si contrappone a forze che lo trascendono. Oppure è un mestiere che rischia di entrare dentro un gioco perverso, cioè il gioco del potere stesso, che si auto gratifica e auto racconta.
Ne parliamo con Luciano Canfora, storico e saggista, ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari.

 

Luciano Canfora, storicoA che epoca risale il primo storico?

Direi che il primo storico occidentale risale all’Impero Persiano. Si tratta del greco Ecateo di Mileto che ha esordito dicendo «Io dico quello che sembra a me». Per la prima volta si fa avanti un io molto soggettivo che sottolinea il suo personale pensiero in contrapposizione all’Imperatore dei Persiani, il Gran Re, che scriveva “Così parla Dario”  cioè lui stesso, la sola unica verità. I greci spezzarono l’incantesimo del potere che parlava con un’unica voce, con un’unica verità possibile.
Da quel momento in poi tutte le verità si sono scontrate, insieme a tutte le falsità.

Quindi la ricerca della verità si è fatta sempre più complessa?

E’ diventata una continua battaglia. La verità è sempre in pericolo se pensiamo che c’è chi ancora nega, a distanza di così poco tempo dalla fine della seconda guerra mondiale, che abbia mai avuto luogo l’Olocausto.

Public Domain: Buchenwald Concentration Camp, WWII (NARA). album di pingnews.com/flickrCi sono forme semplici e forme complesse di ricerca della verità a questo proposito  famoso il paradosso greco  del bugiardo che diceva: «l’unica cosa vera che io dico è che dico il falso. » Ci si deve quindi chiedere se dicendo io mento dice il vero o dice il falso! E’ un gioco terribile quando non riguarda soltanto un divertimento intellettuale, ma il destino degli uomini.

Si parte dal mondo greco anche per quanto riguarda il revisionismo?

Il mondo greco è sempre un punto di partenza interessante, un piccolo modello arcaico che per primo ha sollevato la questione del revisionismo, ovvero rivedere quello che si riteneva di sapere.
L’ateniese Tucidide, che passa per essere il padre della storiografia scientifica, decise di combattere i pregiudizi dei suoi concittadini sull’episodio decisivo della storia di Atene sull’abbattimento della tirannide. Fece una ricerca negli archivi dimostrando che non si trattò di un attentato politico, bensì di una rissa e di uno scontro tra amanti delusi.
Fornendo questi dati con molta discrezione e fermezza smascherò la leggenda diventando così il primo revisionista della storia.

Henry Kissinger, da Wikimedia CommonsL’attività dello storico è una continua revisione?

Direi di sì: tutta la nostra attività è una continua revisione. Ci basiamo su documenti che possono essere dei falsi. Sono tanti quelli che sembrano veri. Il lavoro dello storico oggi è reso ancora più complesso dalla quantità di documenti di cui siamo attorniati. Il libro Gli anni della Casa Bianca scritto da Henry Kissinger, politico e storico americano, si apre con una dichiarazione paradossale: «Ci sono milioni di documenti di cui gran parte dovrebbe essere distrutta». Non intendeva farli scomparire, piuttosto affermare che la stragrande maggioranza dei documenti sono ininfluenti e come tali portano a un binario morto. Lo storico deve cercare e riconoscere il documento originale tra i tanti falsi e inutili. A volte un solo documento è decisivo per chiarire una situazione delicata, complessa e controversa. Ma il problema è che spesso è inaccessibile perché gli archivi sono custoditi dal potere politico che attraverso le forme sofisticate dei filtri oscura la verità.

Verità che si scopre solo quando crolla il regime politico?

Il potere occulta la verità e la storiografia riesce a fare dei passi in avanti a ogni crollo di regime politico perché indaga dove prima non era consentito o possibile guardare.
Gli archivi sono accessibili, per esempio nel XX secolo la storiografia ha avuto come oggetto privilegiato i vari tipi di fascismo in Europa. Non tanto perché si ha il macabro gusto di tornare su un punto nero nella storia, ma perché i vincitori hanno messo le mani su questi archivi. Penso in particolare a quelli tedeschi che gli americani e i sovietici hanno completamente microfilmato e che solo ora sono tornati in Germania dopo la riunificazione. Il nostro compito è scoprire quali sono gli archivi da interrogare.
Bundesarchiv Bild, German Federal Archive - Berlin 1946, Schall-Archiv des Berliner Rundfunks/Wikimedia Commons
Qual è il futuro dello storico?

Sempre più impegnativo, perché è un mestiere malvisto in quanto si contrappone a forze che lo trascendono. Inoltre sappiamo che gli archivi cartacei cederanno il passo agli archivi digitali, che però contengono due pericoli. Il primo di natura tecnica: un grande corto circuito potrebbe mettere in crisi tutto. Il secondo che con l’era digitale la falsificazione diventa un pericolo costante. E dunque formare archivisti specialisti non soltanto sul piano tecnico, ma anche su quello etico diventerà forse l’imperativo principale.

De Gregori canta La storia siamo noi lei cosa ne pensa?

Su questo già s’interrogavano i greci che chiedevano: «se non ci fosse stata la guerra tra Atene e Troia, ci sarebbe stato Omero?» Certamente no! Perché Omero ha raccontato quello che hanno  fatto gli uomini. Un fatto muore, dice Pindaro il poeta, se nessuno lo racconta.  Affermare coraggiosamente che la storia siamo noi significa dire che la storia è anche fatta della partecipazione attiva dei cittadini.  Lo storico lasciato a se stesso diventa forse un uomo in pericolo o un complice, ma farà meglio il suo mestiere se controllato da cittadini consapevoli. Cittadini che continuano a sentire il bisogno di storia e di verità.

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