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Luciano Balbo: «L’impatto sociale di un’impresa si valuta anche dagli investimenti che attrae»

Il fondatore del primo fondo italiano di venture capital sociale, illustra l’impact investing, quale nuovo modello di investimento e le sue potenzialità

Andrea Ballocchi
3 settembre 2015

Foto by William James Warren/Science Faction/CorbisC’è chi a parlare di venture capital e di business plan applicati alle imprese sociali storce il naso. Ma la prospettiva che si apre dinanzi al futuro delle imprese sociali deve anche confrontarsi con l’effettiva capacità di sostenersi economicamente e di proseguire in modo efficace. E naturalmente di attirare investimenti. Ecco, quindi, che entra in gioco il tema dell’impact investing, il cui significato Luciano Balbo lo conosce bene. Imprenditore con 20 anni di esperienza nel settore del venture capital (ha ricoperto la carica di direttore generale nella prima società italiana del settore) e del private equity, è un autentico pioniere in fatto di venture philantropy (con Fondazione Oltre, prima fondazione italiana in tema). Non solo: è stato co-fondatore di B&S Private Equity, uno dei principali operatori italiani nel settore del Private Equity. Oggi è alla guida di Oltre Venture, primo fondo italiano di venture capital sociale ed è impegnato nella sanità come fondatore e presidente del Centro Medico Santagostino, rete di poliambulatori specialistici con sede a Milano.

Cosa significa impact investing, quali potenzialità e riscontri ha in termini economici?

Il significato per certi aspetti è abbastanza semplice: fare investimenti in aziende sostenibili che creino un vantaggio collettivo, per la società e non solo per gli azionisti. È pur vero che tutte le società creano un vantaggio collettivo perché generano lavoro, ma quello, per così dire, è un “effetto collaterale”, mentre nel caso di impact investment essi sono fatti da aziende che hanno questo obiettivo nel proprio core business.

Image by CorbisLa mia definizione di aziende impegnate ha a che vedere con quelle realtà volte ad affrontare temi sociali o a rispondere a una domanda sociale non soddisfatta o a farlo in modo più efficace di quella esistente, quindi creando innovazione sociale. Si parla spesso di innovazione tecnologica, ma è nei settori sociali (educazione, sanità, servizi alla persona) dove ce n’è davvero bisogno, venendo da decenni dove non se ne è avuta alcuna. Per fare un esempio: in sanità si può introdurre una nuova apparecchiatura per la tac, ma è il servizio erogato ad essere vecchio.

Se poi veniamo all’Italia, il settore in cui si fa innovazione sociale è microbico. Per questo occorre fare attenzione alla “bolla” di parole, ossia se ne fa un gran parlare di investimenti nel sociale. In realtà è difficile sviluppare modelli e ci sono pochi operatori.

Quale è l’identikit dell’investitore sociale?

Per ora sono solo privati perché è un settore che non ha un ruolo istituzionale. Le istituzioni investono solo quando il settore è ben identificato. Ed è così un po’ in tutta Europa. Si tratta di ricchi privati che hanno deciso di allocare una piccola parte delle loro risorse in questa nuova realtà. Se arriverà il successo, allora arriveranno anche i soggetti istituzionali.

Che potenzialità ha l’impact investing?

Teoricamente grande, ma se non ci saranno grandi esempi di successo sarà difficile attrarre investitori. La scommessa è tutta da giocare.

Abbiamo parlato di investimenti, di imprese sociali, ma lo Stato deve intervenire?

Sì, ma non necessariamente per fornire i servizi. Nei Paesi sviluppati oggi la spesa sociale è grande: deve essere riformulata. Magari non fornita per forza dallo Stato, ma attualmente anche i privati che forniscono spesa sociale, lo fanno nello stesso modo dello Stato, quindi abbiamo bisogno che lo stato legga l’impact investment come un sistema per ricerca e sviluppo, individuando nuovi metodi che possano essere attuati o dal pubblico o dai privati. Perché non penso che lo Stato debba erogare tutto, ma debba avere la capacità di capire che deve promuovere innovazione.

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