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Luca Nichetto: il mio futuro? In Scandinavia perché c’è più rispetto

Il fondatore dello studio Nichetto&Partner racconta che oggi, per realizzare oggetti di design, bisogna fare lavoro di squadra. Dentro e fuori dalle aziende

Sara Donati
26 ottobre 2011

Luca NichettoLuca Nichetto è uno dei più interessanti giovani designer del panorama nazionale e internazionale. Veneziano di nascita, comincia la sua attività professionale disegnando i primi prodotti in vetro di Murano per Salviati e, poco dopo, inizia una collaborazione con l’azienda Foscarini per la quale assume anche il ruolo di consulente per la ricerca di nuovi materiali e sviluppo di prodotto (dal 2001 al 2003). Nel frattempo ha vinto numerosi premi internazionali e nel 2006 ha fondato lo studio Nichetto&partners con sede a Porto Marghera, vicino a Venezia.

Come nasce l’allestimento nell’ambito della scorsa edizione del Salone del Mobile per Prosciutteria King’s?

Nasce da un’idea che ho sviluppato per Vladimir Ducevic, proprietario di Prosciutteria King’s, che inizialmente mi aveva chiesto di pensare a una linea di coltelli per il taglio del prosciutto. La cosa interessante è che un progetto nato dalla richiesta di disegnare degli oggetti (coltello da prosciutto e da disosso, pinza per taglio manuale e a macchina e morsa) è diventato un total-project che ha compreso anche una linea di abbigliamento elegante e funzionale (dai grembiuli alle cuffie) e tutta la grafica. Come ultimo, anche l’allestimento per il Salone 2011: una grande lounge, divisa da una prima parte espositiva molto alta, che serve a dare l’immagine del marchio. Mi sono immaginato questa sorta di salone che normalmente si trova nei palazzi veneziani, affacciati sul Canal Grande, dove ci sono grandi chandelier in vetro di murano al centro, con tante aree tutt’attorno, tipo lounge, piuttosto che sedute. Così mi è venuta voglia di lavorare con tonalità calde, creando un ambiente molto soft dove la gente, nelle giornate anche stressanti del Salone, potesse sedersi, degustare il prosciutto, bere del buon vino…

Taffy sketchQual è il suo metodo di progetto?

Per prima cosa cerco di parlare con i miei interlocutori, cioè le aziende o il mio committente, per capire che cosa hanno in mente anche loro. Da quello che emerge comincio a fare una ricerca, anche utilizzando e ricercando immagini, foto, creando un mondo che visivamente mi aiuti a capire subito in che direzione lavorare. Da lì cerco di sintetizzare fino ad arrivare alla parte propriamente creativa: una sorta di ping-pong tra lo sviluppo di modelli, schizzi e verifiche al computer, finché, un po’ alla volta, coinvolgendo i fornitori e cercando i materiali corretti, cerco di trasformarmi in un direttore d’orchestra che va ad unire tutti questi protagonisti per creare il prodotto finale.

Che cosa significa essere design consultant, ruolo che lei ha in passato ricoperto?

Essere designer oggi non vuol dire semplicemente essere un buon progettista, ma relazionarsi nel modo adeguato con tutti gli interlocutori che ti trovi davanti: dal proprietario dell’azienda al commerciale, dal responsabile marketing, fino al magazziniere. In questo momento la parola design non è semplicemente un termine che si mette davanti ad un oggetto, ma deve saper ispirare una vera e propria cultura aziendale che a cascata porti il design ad essere “respirato” da tutti i componenti dell’azienda. Questo significa che ciascun membro dell’impresa deve avere la stessa cura che io metto nel progetto di un oggetto, nell’imballarlo, trasportarlo, comunicarlo, ecc.

Wolfgang sketchLei oggi vive tra Venezia a Stoccolma. Una scelta faticosa per il suo lavoro?

Da settembre del 2010 vivo tra Stoccolma e Venezia. È una scelta dovuta alla mia vita privata: la mia compagna è svedese e dopo 8 anni in italia ha deciso di tornare a vivere nel suo Paese. Ho la fortuna di avere un lavoro che mi permette di poterlo fare praticamente ovunque e avevo già cominciato a collaborare con delle aziende svedesi. Ho molti amici in Scandinavia, colleghi designer, specialmente Eero Koivisto, mi trovo molto bene lì e penso che come in Italia, anche in Scandinavia ci sia una cultura del design molto radicata, anche se con un tipo di formazione totalmente diverso. Mi piace la sfida di coniugare due culture apparentemente molto differenti, ma che hanno anche punti in comune molto forti.

Progetti per il futuro?

Penso che spenderò più tempo in Scandinavia che in Italia. Lì è tutto molto più scadenzato, c’è un programma di sviluppo che si rispetta. A volte diventa un vincolo, mentre qui da noi siamo abituati a muoverci liberamente per arrivare al risultato che ci siamo prefissati. In Scandinavia invece la linea è dritta per arrivare al risultato finale: quindi se trovi un ostacolo molte volte non riesci a superarlo nonostante tutto sia inquadrato in un piano molto ben strutturato, insomma c’è meno flessibilità. Per il resto, lavorare nel Nord Europa insegna il rispetto per la gente, la persona. Un concetto che qui si è perduto. Di conseguenza in Svezia, Norvegia, Finlandia c’è anche più rispetto per le idee e i progetti delle persone. Quindi, chi fa un lavoro come il mio, nel quale la testa fa la differenza, in quei Paesi può lavorare molto bene.

Kings design house sketch

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