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Luca Molinari: sono uno storico che guarda al futuro

Il curatore del Padiglione Italia alla XII Biennale di Venezia, racconta come l'architettura debba tornare a essere capace di dare umanità ai luoghi. Per essere in grado di creare una nuova dimensione. Attenta non solo alla tecnologia. Ma anche alla sostenibilità civile

di Maria Vittoria Capitanucci
3 novembre 2010

Luca Molinari, architettoCuratore del Padiglione Italiano per la 12. Mostra Internazionale di Architettura, Biennale di Venezia del 2010, Luca Molinari, classe 1966, è una delle figure di spicco della critica architettonica italiana, con riconoscimenti e attività a livello internazionale. Dopo studi ed esordi lavorativi all’estero, tra Olanda e Spagna, sceglie di tornare in Italia dove inizia a collaborare con  importanti riviste italiane e straniere. Tra il 2001 e il 2004 è stato responsabile scientifico per l’architettura e l’urbanistica della Triennale di Milano e membro del suo comitato scientifico, nel 2007 ha fondato la rivista annuale in lingua inglese The Skira Yearbook of world architecture, che ancora dirige. È professore associato presso seconda facoltà di Architettura di Napoli “Luigi Vanvitelli” e, dal 1995,  responsabile editoriale per il settore Architettura e Design della casa editrice Skira. Si occupa inoltre di consulenze per grandi compagnie e importanti studi di architettura, con un proprio studio multidisciplinare specializzato in ricerche avanzate e strategiche nel mondo dell’architettura e del design, (Viapiranesi) fondato nel 2009 con l’architetto Anna Barbara. È anche autore e curatore di numerosi volumi

Ci racconta la sua esperienza nell’ambito della Biennale di Architettura di quest’anno, come curatore del padiglione italiano?

 

L’esperienza della Biennale è un’esperienza laboratorio: AILATI. RIFLESSI DAL FUTURO (il titolo del padiglione italiano alle Tese delle Vergini all’Arsenale fino al 21 novembre) è stato pensato con tutto il gruppo che mi ha aiutato di giovani studiosi e progettisti. Vuole essere un laboratorio sull’architettura italiana e sui possibili scenari futuri, con una forma di rilettura critica, abbastanza militante, sullo stato dell’arte e sulle memorie rimosse degli ultimi vent’anni. L’allestimento è stato ideato per far sì che la mostra interagisca con il pubblico: ci sono sedute ovunque perché l’obiettivo è quello di inviatare le persone ad avere un’esperienza fisica dello spazio e delle opere presentate. La mostra è una selezione critica e puntuale di alcuni temi-fenomeni intorno ai quali sono state raccolte le architetture, il tutto pensato anche per un pubblico di non addetti ai lavori. Il Padiglione Italia si articola in tre grandi aree tematiche: la prima, Amnesia nel presente è la storia visiva dell’architettuta italiana degli ultimi vent’anni; la seconda parte, Laboratorio Italia, ha come protagonisti alcuni edifici, realizzati nell’arco degli ulitmi due o tre anni, selezionati secondo dieci famiglie tematiche: la progettazione in edifici storici, interventi negli spazi pubblici e anche temi di grande attualità, che vanno aldilà dei temi classici dell’architettura. Come, ad esempio, la riqualificazione dei beni sequestrati alla mafia. La terza parte è un appello a fare sperimentazione: abbiamo lavorato con la rivista Wired che ha identificato quattordici tra grandi pensatori, scienziati e persone che operano nei new media per definire quattordici parole chiave per il prossimo futuro. Ogni parola ha ispirato l’allestimento di un architetto per raccontare quattordici possibili scenari futuri. Tutto l’allestimento, curato dai trentenni dello studio Salottobuono e Francesco Librizzi, è pensato su piani orizzontali in un unico materiale. Una scena scarna e potente che cerca di comunicare al massimo il dinamismo di un’Italia che si sta muovendo nonostante le difficoltà. Idea che viene rafforzata dal fatto che, sulle gradinate, si tengono nel corso di tutta la durata della Biennale una serie di incontri pubblici che rappresentano un laboratorio a tutti gli effetti.

Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2010 foto di © Giorgio De Vecchi

Quale futuro si apre per l’architettura italiana?


Credo che una delle grandi forze dell’architettura italiana sia quella di lavorare sulla scala intermedia dello spazio urbano: progettare spazi pubblici e soprattutto “the space in between” ovvero lo spazio tra i grattacieli, i palazzi dove la gente si incontra. All’architettura italiana è ancora riconosciuta questa capacità di costruire luoghi caldi e sicuramente anche il talento nel progettare elementi di design per gli interni. In prospettiva  il contributo che può dare l’architettura italiana è la capacità di dare umanità ai luoghi: il tema di costruire cuori caldi per nuove comunità, è una delle grandi scommesse per il prossimo futuro. Spazi dove pubblico e privato, interno ed esterno, reale e digitale possono incontrarsi: su queste ambiguità, su questi confini, l’architettura italiana può dare i contributi interessanti e sofisticati capaci di portare idee e visioni al vissuto quotidiano. Altro tema molto sensibile e dove c’è ancora molto da lavorare è quello della dimensione ambientale e in particolare della sostenibilità civile, non solo tecnologica, ma sociale, capace di combinare una visione scientifica ad una visione sociologica.

 

Insegnamento e storia. Perché insegnare e studiare la storia dell’architettura oggi?


Secondo me la storia deve tornare ad avere una dimensione operativa ed essere una realtà militante: la storia è sempre al servizio di un’idea e di una visione del presente e del futuro. Non esiste una storia neutrale, esiste una forma di interpretare i fatti. Sono contrario ad una visione archeologica della storia che allontana, ad esempio, gli studenti dai fatti, quando invece molti architetti contemporanei la studiano per interpretarne le potenzialità anche nel presente. Si possono studiare, ad esempio, il mosaico bizantino come un complesso sistema di pixel, perché la storia è un incredibile patrimonio di intuizioni, suggestioni e forme. Inoltre oggi si ha la possibilità di accedere a enormi archivi digitali, opportunità che permette ai progettisti di usare la storia come uno strumento attivo. Di recente ho visto a Venezia, alla Fondazione Cini, la bella mostra dedicata a Piranesi curata da Michele De Lucchi dove pezzi tratti dai disegni del maestro incisore, sono stati prodotti con nuovi materiali e mi è parsa una lettura interessante del passato, una chiave di lettura particolare per renderlo attuale. Credo perciò nella necessità di lavorare con la storia in modo più fresco, considerandola un mondo straordinario al quale porre domande nuove.

Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2010, foto di © Giorgio De Vecchi

Lei ha percorso le tappe più importanti, con numerosi riconoscimenti, di una carriera all’insegna della critica e della storia dell’architettura, ed è anche padre di tre ragazzi, cosa cerca di trasmettere loro?


Avere tre figli è la più grande responsabilità della vita, ma anche quella dell’insegnamento non è da meno. Quando mi hanno chiamato a dirigere il Padiglione Italia alla Biennale, anche in quel caso, ho sentito un forte senso di responsabilità. Del resto ho ricevuto un’educazione tradizionale e per me l’assunzione di responsabilità rappresenta un valore irrinunciabile. Il mondo oggi  pone domande nuove e sempre diverse e così con la mia compagna Marta cerchiamo di far capire a nostri figli quanto sia importante avere una visione laica, aperta, totalmente trasversale e curiosa della realtà. Cerchiamo di insegnare loro a vivere secondo i valori in cui crediamo: ad essere disponibili, gentili, civili, ma fermi e a guardare agli altri come una vera forma di arricchimento. Viaggiamo molto con loro per abituarli a  incontrare gente sempre differente, La nostra casa è una specie di porto dove passano architetti, intellettuali, artisti, fotografi e amici. Cerchiamo di educarli alla diversità, senza visioni rigide con valori però forti, che loro possano sentire propri e diventare una fonte di orgoglio.

 

Ci racconta quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro?


Dopo la mostra alla Biennale sarà il momento del silenzio e l’occasione per iniziare a scrivere un libro che ho nel cassetto da tempo. È poi di questi giorni il mio coinvolgimento nel comitato scientifico di una delle due grandi mostre dedicate ai 150 anni dell’unità d’Italia, quella sul futuro curata da Riccardo Luna: il tema del futuro torna spesso nella mia vita eppure sono uno storico. Forse le due cose non sono così distanti.

Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2010, foto di © Giorgio De Vecchi

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