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Low cost design: come la necessità stimola la creatività

L’artista relazionale Daniele Pario Perra spiega come la creatività aiuti le persone a cambiare l’uso di oggetti e l’uso del territorio per le proprie necessità.

Maria Enza Giannetto/Nabu
8 settembre 2017

«L’idea di Low Cost Design ribadisce che il concetto più sano di Low Cost non è legato all’idea di ‘basso costo’, quanto piuttosto al senso di ‘basso dispendio’, incluso quello energetico, nelle sue dimensioni sia personali che collettive». Il designer, artista relazionale e ricercatore bolognese Daniele Pario Perra, classe 1969, si occupa da sempre di creatività spontanea, tendenze culturali e modelli di sviluppo urbano ed è impegnato in attività espositive, progetti di ricerca e insegnamento. Il suo lavoro si sviluppa in ambiti disciplinari che vanno dall’arte, il design e l’architettura alla sociologia, l’antropologia e la geopolitica, ma è legato soprattutto al concetto di Low Cost Design. Un progetto che, da quel database avviato nel 2001, è cresciuto fino a contenere, oggi, oltre 7000 scatti fotografici sulle trasformazioni degli oggetti e dello spazio pubblico in Europa e nell’area del Mediterraneo. Un lavoro di ricerca, pubblicato in due volumi bilingue (Silvana Editoriale, vol 1 e vol 2; 2010-2011) da cui è nata anche la mostra itinerante Low Cost Design con più di 500 oggetti “reinventati”.

Com’è nata l’idea di Low cost design?

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Un esempio di design low cost: quando non c’è il gas il ferro da stiro diventa un fornello, Foto: www.lowcostdesign.org

Dal mio interesse per l’antropologia. Un giorno, ormai più di 15 anni fa, mi sono trovato per caso davanti a una persona che, in Sicilia, in assenza di gas di città, metteva la sua moka sul ferro da stiro, con il risultato identico a quello ottenuto su un fornello. Qualche tempo dopo, nel sud della Grecia mi sono imbattuto nella stessa situazione, anche se invece dell’espresso veniva preparato il caffè turco. Ho cominciato, allora, a girare il mondo per raccogliere testimonianze di persone che cambiano l’uso di oggetti e l’uso del territorio per le loro necessità. Tutte esperienze che confermano come, anche a migliaia di chilometri di distanza, in presenza della stessa necessità, possano esistere progettazioni simili che possono differire solo per qualche aspetto culturale (nel caso della moka, la differenza era quella tra espresso e caffè turco).

Come si articola l’intera ricerca?

Nei libri, insieme con il mio staff, ho documentato esempi di creatività spontanea, creando un dizionario visuale, in costante relazione tra “capacità poetica” e “capacità tecnologica”. Nei due volumi, ci sono quasi 700 esempi di oggetti, divisi in 5 categorie. Abbiamo anche indagato come le persone sviluppano il pensiero della riprogettazione nei confronti del territorio e la parte dedicata alle azioni sul territorio è divisa in sei categorie semantiche diverse: dalla progettazione dello spazio pubblico con materiale di riciclo al commercio creativo. Vengono dunque presentati esempi di creatività non convenzionale: un ri-uso, o meglio, un uso mutato, di oggetti e di pratiche progettuali in grado di modificare l’uso del territorio, che rilevano consuetudini innovative e grande immaginazione. Dopo i libri e la mostra itinerante che continuiamo a portare in giro per l’Italia, siamo arrivati anche all’ideazione di Low cost design park, ovvero i workshop dedicati ai bambini.

Su cosa si basano questi workshop?

I bambini come attitudine personale hanno già un istinto alla progettazione straordinario. Dal 2012 abbiamo organizzato un centinaio di workshop gratuiti in tutta Italia (il prossimo sarà a Catania nell’ambito della rassegna Wondertime per chiedere ai bambini cosa vorrebbero che ci fosse in un parco pubblico. Durante i nostri workshop con i materiali di riciclo viene seguito il protocollo che abbiamo presentato durante il Salone del mobile di Milano 2014: vengono mostrati esempi di come le persone trasformano la città e poi forniti materiali per lavorare con la fantasia e mettere in pratica il progetto, trasformando la fantasia in tecnologia. Cerchiamo di favorire tutte le idee anche quelle più fantasiose e di realizzare i prototipi per poi spiegare perché alcune cose funzionano e altre no.

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Low cost design per Pario Perra vuol dire un ri-uso, o meglio, un uso mutato, di oggetti e di pratiche progettuali in grado di modificare l’uso del territorio. Una creatività spontanea insomma, Foto: www.lowcostdesign.org

Qual è il risultato più interessante che avete raggiunto?
Abbiamo realizzato il primo parco giochi low cost progettato dai bambini per i bambini: è il risultato che abbiamo raggiunto con il sostegno di Dusty, azienda che si occupa di servizi per l’igiene ambientale e la collaborazione di Accademia Abadir e Farm Cultural Park. Abbiamo privilegiato oggetti che rappresentano già, per la loro forma o il loro uso, il concetto di sostenibilità: ad esempio il cassonetto dei rifiuti per casaquadra, la campana del vetro per casatonda, il fusto industriale e gli pneumatici che, trasformati in gioco, diventano strumenti per aiutare i bambini a familiarizzare con l’ecologia. Oggi esistono due esemplari di questi parchi, uno lo teniamo per le mostre, l’altro è stato donato all’Istituto Comprensivo Statale “Leonardo da Vinci” di Ispica, nel Ragusano che si è aggiudicato il primo premio del concorso nazionale della Settimana Europea per la riduzione dei rifiuti 2016. Non nascondo che ci piacerebbe anche andare in produzione”.

Creatività, riuso e riciclo sono tutti termini che rientrano nel concetto di economia circolare. Perché, nonostante la strada dello sviluppo sostenibile sia evidente, non si riesce ad andare più in là delle esperienze individuali?

Io sono un grande sostenitore dell’economia circolare e, infatti, Low cost design non vuol dire lowcostizzare il prodotto ma ingegnerizzare il processo e procurarsi il materiale in modo diverso, risparmiando. Purtroppo credo che ci sia un problema culturale di fondo. A parte la promozione del riciclo che, secondo me, non avviene in modo corretto, credo che anche le associazioni abbiano delle colpe perché non riescono ad essere elastiche e a capire che l’importante non è insegnare a smistare bene i rifiuti nei cassonetti ma far comprendere che la differenziata è un comportamento virtuoso che indica che una persona è sensibile verso l’ambiente e verso gli altri. È una questione di cultura: la differenziata fa parte di un processo, non può essere il punto di arrivo, altrimenti potremmo ritrovarci con città pulitissime dove però la gente si spara e picchia per strada.

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