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L’econarrazione per riportare alla parola il nostro rapporto con la terra

Per il filosofo Duccio Demetrio noi uomini siamo qui per ascoltare la terra e per raccontarla in sua vece, perché di suo lei è muta

Simone Paliaga
17 giugno 2014

Al suo attivo ha numerose pubblicazioni tra cui “Perché amiamo scrivere” e la più recente “La religiosità della terra” uscite entrambe da Raffaello Cortina Editore. Ma il professor Duccio Demetrio, filosofo dell’educazione e deus ex machina della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari è un vero esperto di scrittura che afferma “aiuta a ritrovarsi e può servire per tornare a desiderare”.

Wisesociety.it lo ha incontrato chiedendogli tra le altre cose del ruolo della scrittura. Ma non solo.

Dunque, professore, la scrittura ci può salvare?

Foto Lorenzo T./FlickrMah… dipende cosa intendiamo per salvezza. Possiamo dire che la scrittura ci salva perché riaccende i nostri pensieri e le nostre emozioni. Scrivere fa funzionare la mente, anche nella sofferenza possiamo raccontare la nostra esperienza e magari il nostro processo di guarigione. Se però consideriamo la salvezza in termini terapeutici ho dei seri dubbi.

Quindi la scrittura non possiede virtù terapeutiche?

Se colleghiamo la salvezza alla cura, al massimo possiamo lenire il nostro dolore per un certo periodo. Scrivere può aiutare a ritrovarmi, come le dicevo. Ma è una funzione temporanea.

Cosa intende per ritrovarsi?

Ritrovarsi come esserci al mondo, ritrovarsi immersi nei rapporti con gli altri. La scrittura può diventare una cura anche per tornare a desiderare. Ma se la scrittura diventa solo un diario allora essa si riduce a grafomania. E in questo caso si trasforma in un cappio che finisce per strangolarci non essendo altro che un’attività di rescissione dei legami, di separazione dal mondo.

Secondo lei chat, sms, What’s app rientrano in questa sua interpretazione e possono essere letti come sintomi di un ritorno alla scrittura?

Per riprendere un’espressione di Walter Ong potremmo dire che si tratta di un’oralità di ritorno. Lo stile e la sciatteria delle espressioni sono lì a testimoniarlo. Ma, al di là di queste forme espressive grezze usate negli sms e nelle chat, esse sono solamente un’imitazione dell’oralità. Insomma… scrivi come parli.

Per cui non vede in giro nessun segno di un ritorno in auge della scrittura?

Mah… in verità in Italia non si è mai scritto così tanto come in questi anni. Pensi che solo alla fine della seconda guerra mondiale sulla penisola si contava quasi il 60 per cento di analfabeti. Per cui un passo avanti c’è stato sicuramente. Eppure, se mi perdona il gioco di parole, non sempre si può definire scrittura quello che si trova scritto.

Come mai?

Perché la distanza dalle fonti primarie della scrittura, cioè la lontananza dal libro, non permette di cogliere appieno le sue caratteristiche. La scrittura chiede sosta, rifacimento, correzione. E’ un lavoro continuo. E’ l’attività di un artigiano. Solo questo assicura il passaggio dalla spontaneità, propria dell’oralità, alla scrittura. Se questo non avviene, si rimane fermi a una alfabetizzazione dimezzata.

Image by © Tim Pannell/CorbisPerché allora, professor Demetrio, gli uomini scrivono?

Direi che la scrittura nasce come una funzione sociale. Vuole fermare la memoria, raccogliere i racconti. Platone per primo l’aveva capito mentre a Socrate questo aspetto era sfuggito. La scrittura valorizza la soggettività perché è uno strumento di interiorizzazione. E i primi a cogliere questo aspetto non furono i filosofi ma i poeti.

E cosa ci rivelano?

Che scrivendo l’io assume delle attitudini metamorfiche, che può trasformarsi insomma, perché la scrittura ci aiuta ad acuire la nostra intelligenza introspettiva. Per cui essa passa da un’iniziale scopo sociale a una conferma della nozione di io e della soggettività.

E tutto questo nasce per raccontarsi?

Occorre precisare che narrazione e scrittura non sono la stessa cosa. La narrazione costituisce una necessità umana. Non poterlo fare diventa una tragedia. Basti pensare alle esperienze dei campi di concentramento e delle prigioni. Senza narrazione ci si estingue e si perde la propria consapevolezza. Ma al tempo stesso si interrompono i rapporti tra le generazioni. Però la grande potenza della narrazione si basa sull’oralità. La scrittura invece semplicemente la trascrive.

Perché la narrazione è tanto importante?

Essa è al fondamento della costruzione della mente e del pensiero. Mi secca fare citazioni ma qui come non mai vale la vecchia affermazione di Jerome Bruner secondo il quale “apprendiamo per storie”. Ma queste storie devono essere tali: avere un antefatto, uno sviluppo e una conclusione.

Cosa intende? Non è forse sempre così?

Vede… oggi viviamo immersi in una narrazione interrotta.

Cioè?

Voglio dire che la narrazione svolge una funzione decostruttiva e non nel senso dato a questa parola da Derrida. Decostruzione va intesa invece nel senso più deteriore del termine perché le storie di oggi non hanno né capo né coda e si perde il filo del discorso e delle identità. Avviene, insomma, il contrario di quello che fa il tessitore di orditi, il vero narratore, che tende a una significazione che oggi manca. Così non si generano storie.

Nel suo ultimo libro parla di econarrazione e so che lei ha lanciato sempre ad Anghiari la scuola di econarrazione. Può spiegare meglio questa sua idea?

L’ecologia è di per sé narrativa, racconta un luogo, un ambiente. Basti pensare, solo per fare un esempio, a Zanzotto, a Nuto Revelli, a Rigoni Stern, fino a Alex Langer. Io per dare conto dell’idea di econarrazione uso questa immagine: bisogna dedicarsi ad ascoltare la terra. La tasti, la annusi, la mangi come facevano un tempo i contadini. Rilke nelle sue Elegie duinesi non sosteneva cose diverse quando diceva che gli uomini sono arrivati al mondo per dare parola alla terra. Noi siamo qui per ascoltarla e per raccontarla in sua vece, perché di suo lei è muta. Ecco cosa facciamo con le econarrazioni: portiamo alla parola il nostro rapporto con la terra per ristabilirne uno nuovo e più consapevole.

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