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La pace si ottiene con un’equa distribuzione di risorse e benefici

Dalla Sierra Leone alla Palestina, dalla Guinea Bissau al Ruanda, il mondo è ancora diviso in sfruttati e sfruttatori. E per cambiare le cose, secondo il presidente dell'Unicef Italia, ci vuole un nuovo modello di cooperazione

Francesca Tozzi
9 gennaio 2012

Vincenzo SpadaforaGiovane, faccia pulita, modi semplici e schietti… eppure di mondo ne ha visto Vincenzo Spadafora, spesso a diretto contatto con realtà lontane e difficili, interagendo con il potere e prendendo consapevolezza di situazioni di povertà, conflitto e diseguaglianza che molti di noi non conoscono nemmeno. Tutto questo grazie al suo lavoro con l’Unicef, principale organizzazione mondiale per la tutela dei bambini, dove nel 2008 è diventato presidente del Comitato Italiano. È il più giovane Presidente nella storia dell’organizzazione: a 37 anni ha già ricoperto molti incarichi importanti a livello istituzionale. Ma è sul campo, nel corso delle sue missioni in Sierra Leone, Palestina, Indonesia, Guinea Bissau, Ruanda e Libano che ha maturato forse l’esperienza più importante e una visione d’insieme sulla situazione mondiale e i suoi possibili sviluppi. Una situazione che non si sbloccherà se non ci sarà una reale presa di coscienza da parte delle nazioni industrializzate e una maggior coerenza fra belle parole e fatti.

Come aiutare i Paesi in via di sviluppo

 

«Oggi la distribuzione delle risorse a livello mondiale resta uno dei principali problemi», spiega Spadafora, «perché esistono Paesi che ne possiedono tante da sprecarne e altri che sono in situazioni di cronica mancanza, ma il problema è un altro e riguarda anche noi».

 

In che senso?

Operatori  in un cantiere per la trivellazione petrolifera in Sudan, in Africa -Image by © Imaginechina/CorbisMolti Paesi in via di sviluppo, penso alla Sierra Leone che abbiamo visitato di recente, dispongono di risorse straordinarie che potrebbero essere e saranno d’aiuto in futuro allo sviluppo dei Paesi industrializzati. In Sierra Leone, per esempio, abbondano i giacimenti di diamanti e vengono realizzati pezzi usati poi in tutto il mondo per produrre telefoni cellulari. Penso, insomma, a quei Paesi dell’Africa ma anche dell’oriente dove le risorse ci sono ma purtroppo vengono sfruttate da altri così, i benefici non hanno la giusta ricaduta, non vengono cioè usati per migliorare l’economia dei Paesi che le forniscono. Una diversa e più equa distribuzione è possibile, ma necessita di una maggiore onestà politica per far si che quegli Stati possano utilizzare al meglio le proprie risorse e occasioni di crescita: l’iniziativa deve partire dai vertici, magari con la giusta spinta dal basso.

 

Ci sono Stati che però non dispongono di risorse proprie…

In questi casi si lavora diversamente. La cooperazione torna in primo piano nell’aiutare chi vive le situazioni più drammatiche di mancanza di materie prime e di strumenti per andare avanti, ma con un concetto di cooperazione diverso da quello che è stato portato avanti dall’Italia venti o trenta anni fa: parlo di un nuovo modello di cooperazione che serva chiaramente a sviluppare al proprio interno tutte le competenze e le esperienze necessarie per crescere. Le buone  intenzioni ci sono tutte ma non dimentichiamoci che negli ultimi anni l’Italia è scivolata al penultimo posto nella classifica degli aiuti alla cooperazione internazionale. Ci vuole maggiore coerenza fra teoria e impegni reali.

Il problema dei conflitti nel mondo

 

 

Che ruolo avranno, secondo lei, in tutto questo i cosiddetti Paesi emergenti?

Il presidente della Sierra Leone Ernest Bai Koroma (L) incontra Han Changfu, inviato speciale del presidente cinese Hu Jintao a Freetown, Sierra Leone, 26 aprile 2011. -Crediti © Bai Jingshan/Xinhua Press/CorbisEsistono alcuni Paesi, come la Cina ma non solo, con i quali noi avremo a che fare a breve, Paesi che condizioneranno l’economia mondiale con un ruolo che avrà ricadute inevitabili sul futuro delle nazioni occidentali e dei giovani italiani di oggi. Sono stato in Indonesia dove esistono risorse straordinarie e dove, non dimentichiamoci, vive la maggior parte dei giovani del pianeta. Questa prospettiva di crescita mal si concilia con il fatto che questi stessi Paesi emergenti sono ancora molto indietro sul piano del rispetto dei diritti umani, del rispetto dei diritti civili e del rispetto della convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia che, proprio in Cina per esempio, non viene realizzata e dove come Unicef abbiamo difficoltà a operare. Qualcosa bisognerà fare ma al momento pensare a una soluzione di cooperazione con quelle aree è difficile anche perché il nostro Paese è stato finora poco lungimirante e poco attento a questi nuovi mondi, mondi che al contrario hanno avuto la lucidità e una visione tali da andare in Africa, in Sierra Leone come in Ruanda. Oggi là i cinesi gestiscono un grande business, ma ancora una volta ai danni delle comunità locali. Questo sarà davvero uno dei grossi problemi che la politica internazionale e le nuove generazioni si troveranno ad affrontare, con non facili soluzioni.

 

 

Come è cambiato il concetto di guerra nel tempo e che senso ha parlare di pace oggi?

Il concetto di guerra è cambiato perché sono cambiate le ragioni che portano ai conflitti in moltissime parti del mondo. Non bisogna dimenticare che mentre noi aspiriamo alla pace nello stesso tempo il numero dei Paesi interessati dai conflitti è aumentato enormemente negli ultimi dieci anni. A scatenarli di solito è la mancanza di risorse e di stabilità sociale all’interno del Paese ma anche la tendenza di alcuni Stati ad espandersi e a cercare maggior sviluppo ai danni di intere generazioni lasciate ai margini. Credo che oggi la ricerca della pace passi soprattutto attraverso un impegno dei governi verso uno sviluppo equilibrato a livello globale, non a spese altrui. La responsabilità maggiore è dei Paesi industrializzati che sono i primi a fornire tutti quegli elementi che trascinano altri Paesi nei conflitti: penso a quanti armano bande in molte parti del mondo ma anche al fatto che ci sono persone e aziende, anche italiane, che vanno nei Paesi in via di sviluppo per sfruttarne le risorse economiche e del territorio, creando un dislivello che non porta sicuramente alla pace. Il ruolo dell’opinione pubblica è e sarà sempre più determinate, così come la collaborazione dei privati cittadini nel perseguire la pace ma la prima responsabilità è sempre di chi guida gli Stati, sia industrializzati sia in via di sviluppo, nelle corretta ed equa gestione delle risorse.

Credits: Pierre Holtz for UNICEF | www.hdptcar.net

 

 

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