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La nostra lotta per affermare i diritti civili in Iran

C'è ancora molto da fare nel suo Paese per il riconoscimento del ruolo femminile. Ma secondo Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, molte cose stanno per cambiare

Francesca Tozzi
9 gennaio 2012

SHirin Ebadi, foto di Olivier PacteauC’è voglia di cambiamento in Iran, si respira aria nuova in Medio Oriente, si parla tanto di primavera araba ma, come una rondine non fa primavera, così la destituzione di un dittatore e l’instaurarsi di un nuovo regime non bastano a fare la rivoluzione. Non è davvero una nuova stagione se nel Paese non vengono rispettati i diritti civili e se non viene riconosciuta la parità fra uomini e donne. Ne è convinta Shirin Ebadi, che ha sempre combattuto come giudice e poi come avvocato per i diritti civili nel suo Paese, l’Iran, e che per questo ha ottenuto il Premio Nobel per la pace nel 2003. Shirin Ebadi, presente a Milano alla conferenza mondiale di Science for Peace (il movimento fondato da Umberto Veronesi con il sostegno di 21 Premi Nobel per indagare le soluzioni che la scienza può offrire per prevenire i conflitti) è stata uno dei primi giudici donna in Iran e la prima donna a diventare Presidente della Corte Suprema. Ha fatto molto ma ha anche pagato sulla propria pelle tutte le sue scelte. Nel 2009 ho lasciato l’Iran per un breve viaggio, alla vigilia della rielezione del presidente Ahmadinejad. Da allora non è più riuscita a rientrare.

Lottare per la pace in Medio Oriente

 

Lei è la prima iraniana e la prima donna musulmana a ottenere il premio Nobel. Come ha cambiato la sua vita?

Il Nobel non mi ha aiutato nel mio Paese perché è stato visto male dal regime anche se non c’è mai stato nessun intento sovversivo  dietro il conferimento del premio e dietro alle mie attività. Io non attacco il regime, difendo i diritti umani. Il Nobel mi ha dato però la possibilità  di fare arrivare la mia voce in tutto il mondo, cosa che per il mio lavoro era fondamentale. Bisogna sapere come stanno le cose al di là dei luoghi comuni…

Per esempio?

Si pensa alle iraniane come a donne chiuse in casa nella muta accettazione dello status quo. Non è così. C’è ancora molto da fare per il riconoscimento del ruolo delle donne in Iran, ma loro si sono già mosse. Dopo le presidenziali del 2009 hanno fatto sentire la propria voce per le strade. Molte fanno parte di movimenti femministi, combattono quotidianamente e fanno moltissimo per la parità dei diritti fra donne e uomini. Purtroppo il procuratore generale in Iran Gholam Hossein Mohseni Ejei accusa queste donne di attività sovversive, di agire contro la sicurezza del Paese. Per questo si mettono in piedi contro di loro cause penali. Circa 100 donne fra queste attiviste attualmente si trovano in carcere.

Come definirebbe la situazione nel suo Paese oggi?

La situazione in Iran va molto male: il regime diventa sempre più violento, non ascolta la voce del suo popolo e il suo desiderio di cambiamento. Non sono solo le donne a essere impegnate in prima linea, ma anche i giovani: molti studenti si trovano in carcere. I livelli di povertà sono alti e la miseria sta aumentando. Però nello stesso tempo, c’è molta gente che sta lavorando per la democrazia, che lo fa tutti i giorni. Io vedo un futuro migliore perché il popolo non si rassegna e sono sicura che prima o poi vincerà.

In quali iniziative di pace è attualmente impegnata?

Sto lavorando a vari progetti, tutti di primaria importanza, ma in particolare, per quanto riguarda l’Iran, darei la priorità alla difesa dei detenuti politici e dei detenuti per reati di opinione. A livello internazionale sto combattendo molto contro la pena di morte ai minori. E oggi, come sempre, combatto per le donne e per i loro diritti.

Colmare le disparità tra ricchi e poveri

Tornando ai Paesi arabi, cosa bisognerebbe fare per ricostruirvi la pace?

Aiutare stato a costituirsi democraticamente e abbattere la corruzione sono i due passi più importanti. Questo colmerebbe le distanze tra classi sociali, ogni giorno più marcate in questi Paesi. La pace tra Israele e Palestina aiuterebbe inoltre a rasserenare il clima di violenza in cui è immersa l’intera area.

Lei crede che “Science for Peace” sia un progetto diverso da altri?

Il progetto “Science for Peace” è molto importante perché è attivo nella risoluzione di problemi globali di grande attualità, e per questo cerca le risposte dal migliore utilizzo possibile della scienza. L’intenzione è di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani e ci sono i presupposti perché la sua azione sia concreta.

Image by © Micheline Pelletier/Corbis

 

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