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La musica è un ponte tra i popoli. Cancella odi e differenze

L'arte può fare molto per sensibilizzare le persone su temi importanti come l'acqua e i beni comuni, ma anche il bisogno di pace. Per questo la cantante Saba Anglana, testimonial di Amref, ha dedicato l'ultimo album, che esce in questi giorni, alla necessità di sconfiggere l'odio e le divisioni

Vincenzo Petraglia
6 aprile 2012

Saba AnglanaÈ una delle cantanti più interessanti non solo in Italia ma anche a livello internazionale (il suo primo album del 2007, Jidka (The Line), è uscito, infatti, in ben sessanta Paesi) che utilizza la musica per gettare ponti fra i popoli e portare avanti valori quali il rispetto, la pace, l’amore. La musica di Saba Anglana, che abbiamo visto, in veste d’attrice, a teatro e in serie televisive come La squadra, è un’affascinante commistione fra sonorità occidentali e africane, frutto del suo essere per metà italiana e metà etiope. Dopo l’uscita del suo secondo album Biyo (2010), declinato al femminile in un autentico inno al coraggio e alla forza delle donne d’Africa, è stata scelta da Amref come sua testimonial per le campagne di raccolta fondi a sostegno dei progetti idrici in diversi paesi del Continente nero. Anche perché Biyo in somalo allude proprio all’acqua e alla vita che da essa consegue. Intanto il 26 marzo esce la sua ultima fatica, Life changanyisha, un album interamente registrato in Kenya dal titolo per metà in inglese e per metà in swahili che significa “La vita ci mescola”.

L’acqua, come l’amore, è un bene indispensabile

 

Le ha voluto dedicare uno dei suoi ultimi lavori all’acqua, una risorsa tanto preziosa per l’umanità. Perché questa scelta?

Sì, Biyo, che in somalo rimanda all’acqua e alla vita che da essa consegue, è album incentrato su questa risorsa come metafora di una molteplicità di cose. Sono tantissime le tematiche che rimandano all’acqua: l’acqua come fonte di vita  declinata come amore, come mezzo di comunicazione, contatto e unione fra i popoli perché l’acqua è elemento spirituale e segno di vita presente nelle culture e nelle religioni di tutto il mondo.

Non a caso questo l’ha portata a collaborare con Amref, l’organizzazione no profit che gestisce molti progetti idrici in Africa

Sì e ne sono molto contenta perché Amref svolge un lavoro importantissimo nei paesi in cui opera dove spesso il problema non è tanto l’assenza d’acqua quanto l’accesso ad essa. Dopo il mio disco è stato naturale intrecciare le nostre voci. L’arte può fare molto per sensibilizzare a tematiche come queste perché è un canale molto più diretto di altri capace di raggiungere rapidamente il cuore delle persone in un periodo dove si è bersagliati da così tante cose e dove tutti chiedono soldi.

Un messaggio contro la guerra e l’intolleranza

 

Intanto sta per uscire la sua nuova fatica Life changanyisha. Ce ne parla?

Saba AnglanaIl titolo è per metà in inglese e per metà in swahili e significa “La vita ci mescola”. È un viaggio, attraverso la musica, fra alcune comunità e villaggi del Kenya che abbiamo visitato e nei quali abbiamo registrato i nostri brani. Il filo conduttore è rappresentato dall’amore che vince ogni differenza e divisione: nonostante le differenze culturali ed etniche che possono appunto dividerci, siamo tutti parte di una stessa famiglia. Queste canzoni vogliono, dunque, essere un invito a non farci più guerra l’un l’altro, come purtroppo accade spessissimo, non solo in Africa e in molte altre parti del mondo, ma anche qui in Occidente. Avviene quando escludiamo o disprezziamo i diversi, quando non siamo onesti, quando in tanti piccoli gesti della nostra vita quotidiana dimostriamo intolleranza, odio, indifferenza nei confronti di chi ha bisogno.

Qual è l’insegnamento più grande che le ha dato la musica?

Sto imparando a rispettarla restituendole quello che lei mi dà impegnandomi il più possibile. La musica può essere un grande boomerang e solo se lo lanci bene ti ritorna. Devi avere un grande rispetto per lei un po’ come avviene per il mare che ti dà tanto ma può anche ucciderti. Attraverso la musica si possono raccontare cose anche molto importanti trasformando le note in un ponte diretto fra i cuori.

Lei è, infatti, per metà italiana e metà etiope. Che ricordo ha della sua infanzia trascorsa in Africa?

Mio padre (un colonnello dell’esercito italiano, ndr) conobbe mia madre in terra somala, a Mogadiscio, e nonostante i 28 anni d’età che li dividevano hanno vissuto una grande storia d’amore. A loro devo tutto quello che sono. Di Mogadiscio mi ricordo una grande luce, le case bianche e l’azzurro del mare. Una città molto generosa di cui ahimé oggi non rimane più nulla, distrutta com’è da anni di guerra. I miei ricordi di bambina si mescolano a quelli legati all’emorragia per la diaspora che portò anche la mia famiglia a dover lasciare il Paese. È per questo che trovo molto importante ricostruire questo legame con la mia terra attraverso i ricordi. Oggi Mogadiscio è uno dei luoghi più pericolosi al mondo, una vera spina nel fianco anche per la comunità internazionale e, a maggior ragione per tutto ciò, il messaggio che porto avanti con la mia musica è quello della pacifica convivenza fra i popoli.

L’importanza delle donne nel futuro dell’Africa

 

Molti pensano che se l’Africa un giorno ce la farà sarà grazie alle donne ed è anche per questo che si parla di candidarle al Nobel per la pace. Cosa ne pensa?

I miei dischi sono molto declinati al femminile con queste donne africane figure archetipo, regine povere con una forza e regalità incredibili, capaci di attraversare a piedi il deserto portando in grembo i loro figli. C’è dentro di me il desiderio forse anche un po’ inconscio di racconto al femminile perché le donne sono per l’Africa la risorsa più importante. Loro non si rassegnano alla guerra, che fondamentalmente è fatta dagli uomini, perché hanno dentro sempre questo legame atavico con la vita che non gli consente, tranne rare eccezioni, di commettere atrocità e crudeltà. Le donne in Africa tengono le fila della vita sociale nei villaggi, sono il loro fulcro, e anche tramite il discorso della microeconomia contribuiscono in maniera determinante al presente e al futuro delle loro comunità. Mi piace definirle un fiore che non è ancora sbocciato in una terra, l’Africa, che attende solo di nascere, e sono sicura che ce la farà.

Crede che le donne occidentali possano imparare da loro?

Io sono esattamente a metà fra il modo di essere delle donne africane e quelle occidentali. Credo che le donne italiane debbano ritrovare il loro rapporto con la pancia, ristabilendo quindi il rapporto profondo con le loro viscere. Certo hanno raggiunto una grandissima emancipazione, di cui ho molto rispetto, ma forse dovrebbero rientrare in contatto con la loro natura più profonda. Facciamo un esempio: quando ballano le donne italiane hanno mille resistenze, come se la testa non fosse collegata al corpo. Per le donne africane non è così. Bisognerebbe forse che tornassimo tutti un po’ più animali per ascoltarci e comprenderci di più. Dall’altro lato le donne africane dovrebbero, invece, coltivare di più il loro aspetto intellettuale.

Saba Anglana

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