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“Italy: Love it or Leave it”, il film che vuole fermare la fuga dei cervelli all’estero

Luca Ragazzi, il regista del docu-trip (realizzato con Gustav Hofer) uscito qualche tempo fa racconta com'è nata l'idea di dare ai giovani buoni motivi per restare in Italia e perchè è piaciuta così tanto. A critica e pubblico

Lia del Fabro
2 ottobre 2012

Ai tanti giovani che si domandano che senso ha continuare a investire in un Paese che non sa garantire loro alcun futuro Luca Ragazzi e Gustav Hofer, giornalisti e ora registi, hanno scelto di dare, a modo loro, una risposta.

L’hanno fatto con un film-documentario Italy: Love it, or Leave it, che racconta il loro viaggio fatto a bordo di una Fiat 500 su e giù per l’Italia, per indagare nel bene e nel male la realtà del Paese, con lo scopo dichiarato di trovare motivi sufficienti per restare.

Uno sguardo personale sulle situazioni e le difficoltà sociali, economiche e anche politiche, a fianco di testimonianze di personaggi, ognuno a proprio modo eccezionali, perché impegnati a tentare di migliorare l’Italia. Il docu-trip ha già avuto molto successo: per un assaggio, il link del trailer, già visto da oltre 150mila persone, è su http://www.italyloveitorleave.it/. Il pubblico e la critica li hanno premiati perché il film continua a essere proiettato in Italia e all’estero, e a essere invitato ai festival di tutto il mondo a distanza di quasi un anno dalla sua uscita. Luca Ragazzi ci racconta quest’esperienza.

italyloveitorleave.it

 

L’ispirazione è nata dall’osservazione della realtà

 

Come avete avuto l’idea di questo film?

italyloveitorleave.itInsieme a Gustav avevamo l’esperienza del precedente lavoro, Improvvisamente, l’inverno scorso, realizzato mentre in Italia era molto acceso il dibattito sui DICO, e che ci aveva molto esposti a livello personale. Pensavamo di aver realizzato un film da vedere con parenti e amici, e invece ci siamo ritrovati a vincere un premio al festival di Berlino. Un film che ha cambiato la nostra vita, dove ci abbiamo messo la faccia.

Di colpo, visto il successo, ci siamo ritrovati ad essere “la coppia che lotta per i diritti dei gay”. Abbiamo scartato l’ipotesi di dare un seguito al primo film, ma volevamo realizzare sempre qualcosa che ci riguardasse da vicino, cercavamo un’altra idea che ci stesse a cuore.

L’ispirazione è venuta guardando ai nostri amici che sempre più numerosi se ne stavano andando all’estero. Ogni giorno qualcuno continua a partire per Londra, Toronto, Berlino, Barcellona, Bruxelles o la Nuova Zelanda. La fuga dei cervelli lascia un vuoto incolmabile per il nostro Paese che è abbandonato proprio dai più brillanti e promettenti. La conferma di questa situazione, in realtà c’era già stata: andando in giro per il mondo a presentare il nostro primo film, ovunque avevano incontrato moltissimi italiani ormai stabiliti all’estero.

Tanto che anche Gustav si era convinto fosse meglio andare a vivere a Berlino. Per scoprire se esistevano dei buoni motivi sufficienti per farci restare, abbiamo pensato di girare per l’Italia e di raccontare questa nostra esperienza attraverso un film-documentario che fosse un contributo simbolico per contrastare il fenomeno di fuga in massa dal nostro Paese.

Come lo avete realizzato?

Siamo stati scelti a livello europeo dal programma Documentary Campus che ogni anno individua quindici progetti in tutto il mondo e che ci ha affiancato con corsi e workshop sulle tecniche di produzione di un film nel corso del 2010, quando abbiamo sviluppato l’idea di partenza.

È stato tutto molto istruttivo. Il film, in seguito, ha trovato a livello di produzione anche il sostegno di molte Tv straniere e anche un piccolo contributo di Rai3 . Tutto questo processo ci ha molto responsabilizzati sul risultato finale che volevamo ottenere .

Avete avuto problemi a distribuire il film?

Con il primo film quando siamo andati a bussare dai distributori, anche piccoli e medi, non siamo riusciti a trovarne uno disponibile perché era giudicato politicamente scomodo. Con il nuovo, forti di quella esperienza, la distribuzione non l’abbiamo neanche cercata e assieme alla Zalab, casa di distribuzione indipendente, gestiamo noi le proiezioni sul territorio e nel mondo ai vari festival dove è invitato a partecipare.

Ormai non c’è sera che Italy: Love it, or Leave it non sia proiettato da qualche parte. Abbiamo così allungato la vita al film se oggi, a quasi un anno dalla sua prima, stiamo ancora qui a parlarne.

Persone che vogliono migliorare il nostro Paese

 

Come avete scelto le storie e i temi da trattare?

I contributi del Fondo europeo media ci hanno consentito per sei mesi, prima di girare, di fare sopraluoghi, ricerche, incontri con le persone che volevamo intervistare, qualcuno lo abbiamo scartato perché non funzionava, altri perché non hanno trovato spazio nel film.

Volevamo fare un viaggio nell’Italia di oggi che giocasse con i cliché per poi ribaltarli, per dimostrare che vale la pena restare, non tanto per i soliti luoghi comuni ma per la capacità, la generosità e la genialità dei nostri connazionali. Sono dodici i personaggi che abbiamo scelto e che facciamo parlare nel film, molto diversi tra loro, dal Nord al Sud, uomini e donne, giovani e anziani, dal prete allo scrittore, dal testimone di giustizia alla giornalista, dall’attrice all’ambientalista, dal politico al sindacalista.

Una caratteristica però li accomuna: ognuna delle persone che abbiamo messo tra i protagonisti  è impegnata a realizzare, nel proprio quotidiano, qualcosa per migliorare l’Italia. È un monito per noi tutti che ci lamentiamo senza fare nulla perché le cose possano andare diversamente.

Il film è diventato un caso di successo. Il pubblico italiano e straniero, come reagisce alle proiezioni?

All’estero piace senza se e senza ma, piace che sia una dichiarazione d’amore per l’Italia. Gli stranieri in genere adorano l’Italia. Tutti hanno un ricordo, un film, un oggetto, un viaggio, un cibo che li lega al nostro Paese ..tutti, tranne noi italiani perché non abbiamo più la capacità di sognare e vedere gli aspetti positivi che sono ancora davvero molti, concentrati come siamo sui problemi e condizionati dal pessimismo. In tanti ci chiedono ancora “ma perché non ve ne siete andati?” Con un diverso atteggiamento dovremmo invece ri-innamorarci del nostro Paese.

Qual era lo stato d’animo con cui siete partiti per questo viaggio e che vi ha accompagnato nella fase di lavorazione?

È stato un vero viaggio anche personale, dove abbiamo visto paesaggi e luoghi che non conoscevamo, incontrato persone eccezionali. Eravamo consapevoli di voler mandare un messaggio positivo, ma essendo un documentario non sapevamo quello che sarebbe emerso alla fine e l’esperienza che avrebbe avuto su di noi. I personaggi, Gustav ed io,  dovevano evolvere nei loro stati d’animo nel corso del road-movie.

All’inizio, lo spettatore di solito si immedesima in Gustav e, se le cose che si dicono nel film arrivano nel giusto modo, alla fine dovrebbe cambiare prospettiva e scegliere la mia posizione. Sapevamo che stavamo affrontando temi importanti , che non potevamo certo sviscerare  a fondo, ma l’intenzione era di dare il nostro punto di vista prendendoci il lusso di essere anche faziosi, realizzando un film che fosse bello dal punto di vista estetico e artistico.

Volevamo evitare a tutti i costi  la sciatteria: abbiamo curato molto il montaggio, e per questo abbiamo affiancato la brava montatrice Desideria Rayner per dare il giusto ritmo al film, scelto la musica o gli spezzoni di repertorio da inserire, lavorato sulle animazioni che sono state realizzate da tre ragazzi romani molto in gamba.

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La necessità di un ricambio generazionale

 

Avete scoperto perché restare in Italia?

Le contraddizioni e i problemi certo ci sono. Pensiamo solo al mondo delle Università dove i ricercatori per forza di cose sono costretti a cercare lavoro all’estero. È difficile dire loro di restare. Perché nel paese qualcosa si modifichi davvero, bisognerebbe farlo attraverso un ricambio generazionale. I giovani  fisiologicamente sono portatori di una visione più moderna e anticonvenzionale della realtà e a loro si dovrebbe lasciare il testimone.

Invece l’Italia è in mano in prevalenza a uomini (le donne sono ancora poche), ormai anziani e anche egoisti. Ma, proprio nel nostro viaggio per il paese, ci siamo resi conto che  siamo un popolo in cui elasticità mentale, autoironia, e capacità non mancano, in cui vivono persone meravigliose.

I nostri difetti sono sotto gli occhi di tutti, ma anche altre società hanno problemi, magari meno evidenti, ma ci sono eccome penso al razzismo e alla xenofobia di certi popoli del nord Europa. Il nostro è un paese intelligente e coraggioso, con una coscienza civile molto forte, ma purtroppo non siamo bravi nel mantenere con costanza certe posizioni e nel capire che l’unione fa la forza.

Avete incontrato intolleranza nel vostro viaggio?

Gli italiani sono migliori della classe dirigente che li governa. Forse sono troppo condizionati da quello che trasmette la tv e a volte non hanno una conoscenza reale dei fatti. Ma è sufficiente che tocchino con mano le cose e diventano un popolo generoso e progressista.

I media in questo hanno una responsabilità, perché basterebbe cambiare il modo di trattare l’informazione per dimostrare, ad esempio, che una coppia di omosessuali può essere normale, magari più longeva di tante coppie di eterosessuali e che non tutti sfilano con le parrucche bionde al gay pride. Solo la visibilità, e delle leggi adeguate, potrà aiutare la società a capirlo.

Progetti futuri?

Sicuramente accompagnare ancora questo film, ma siamo alla ricerca di un’idea forte. Il problema è che la realtà del nostro paese supera la fantasia in corsa, ed è difficile starle dietro. Il rischio è di essere spiazzati in una fase di grandi cambiamenti come questa che stiamo vivendo.

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