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Insegno ai miei ragazzi che saper rischiare è la via per la felicità

Maggie Cardelùs ha messo la famiglia al centro della propria arte. E così il lavoro è diventato uno strumento educativo. Per migliorare la comunicazione e l'espressione delle emozioni. Un esperimento di condivisione che ogni genitore dovrebbe tentare

Ilaria Lucchetti
27 gennaio 2012

Maggie Cardelùs, artista ispanico-americana, è nata nel 1962 negli Stati Uniti. Vive e lavora a Milano dal 1994. Qui ci ha aperto le porte della sua casa-studio, di fronte alla basilica di Santa Maria delle Grazie, dove crea originali opere d’arte partendo da fotografie istantanee familiari.

Maggie CardelùsQuando ha capito che l’arte sarebbe stata il suo futuro?

Da piccolissima, avevo soltanto quattro anni. A scuola dovevamo fare un lavoro con dei tessuti e io mi sono sentita assolutamente “giusta” per questa cosa. Anche se, in seguito, avendo studiato Arte al Wellesley College, una delle università femminili dette Seven Sister College, ho subìto l’influenza femminista dell’epoca. E, per un certo periodo, mi sono concentrata sull’architettura fino a prendere un’altra laurea in questa disciplina e a lavorare per due anni in vari studi. Ma poi ho capito che mi stavo allontanando da ciò che volevo fare veramente.

Come descriverebbe le sue opere: fotografie, installazioni o sculture?

Vedo i miei lavori come un grande album di famiglia che si è evoluto, un po’ come accade ai pavoni che cambiando diventano quasi delle creature straordinarie. E concepisco me, nella mia casa-studio, come una madre che assolve alle funzioni di amore e dedizione ai propri cari, ma da artista. Quindi tutto quello che farebbe una madre, moglie e figlia lo faccio come artista.

La “seconda vita” delle immagini

 

Cosa significa in concreto?

Come tutti i genitori scatto delle fotografie ai figli, ma poi le mie diventano un album che fa da ponte tra casa e pubblico. E, come anche gli altri miei lavori, diventano delle opere che si sviluppano lungo due strade: una teorica, di lavoro sull’immagine che può arrivare a essere scultura o disegno, cercando di superare lo stereotipo delle fotografie. L’altra direzione è data dalla quantità di relazioni e di possibilità che nascono tra me e la persona fotografata, quindi con il contenuto dell’immagine. E se il soggetto è una sorella o mia madre, il modo in cui la ritraggo assume un significato che descrive me, lei e il rapporto tra noi. Dandomi la possibilità di usare un linguaggio alternativo per affrontare differenti problematiche o viceversa dare risalto a situazioni che vanno celebrate. Penso ad esempio all’adolescenza di mio figlio. Con lui ho cercato di trovare il modo di “processare” questa fase in modo da viverla nella maniera più bella, naturale e serena. E l’ho fatto coinvolgendolo direttamente nel mio lavoro, portandolo con me in Giappone, a Madrid e a Bilbao e invitandolo a fare un autoritratto su murales. In questo modo ho usato l’arte per negoziare dei passaggi.

Che sensazioni prova quando crea una delle sue opere?

Flying Zoo (2004) 180cmx160cm, cut-out photographSto bene, è una tensione continua che “mi tiene su” e che ormai fa parte del mio equilibrio. Sono convinta che molti artisti abbiano all’interno un nodo attraverso cui passano tutti i lavori e che poi resta nelle opere. Ed è questo nodo, che torna continuamente in superficie, a rendere il lavoro più un bisogno che una scelta.  La mia attività ha due aspetti, uno più artistico, enigmatico, con una componente di mistero. E che ha a che fare con l’inafferrabile, con il non dicibile. E poi c’è un’altra faccia, di cui è possibile parlare, come stiamo facendo ora.

C’è un lavoro a cui è più legata?

Si, è L’eredità di Laura, fatto su mia figlia quando aveva due anni e mezzo. È stata una cosa molto sentita. All’epoca lei sentiva una forte competizione nei miei confronti. Inoltre io avevo desiderato tantissimo una femmina e temevo di riversare i miei desideri su di lei. In più, siamo nate lo stesso giorno, mi somiglia moltissimo: insomma, si stava creando quasi una sorta di doppio che ho voluto risolvere con questo lavoro dove lei è incinta, partorisce, ha figli, nipoti e pronipoti. E lì ho riversato tutte le ansie in modo che lei non se ne dovesse preoccupare.

Un altro che ha già in mente ma che non ha ancora realizzato?

Credo di sì, ma non desidero creare disagi e preferisco aspettare il momento giusto.

Ossia?

Quando queste persone non ci saranno più o quando saranno arrivate a una fase in cui potranno accettare ciò che mi preme dire e creare.

Il processo artistico come strumento di educazione

 

In che modo ha coinvolto i suoi figli in quello che crea?

Intanto da come ho impostato la casa: con lo studio nel “cuore” dell’abitazione e in grado di estendersi oltre. Poi la modalità in cui creo delle esperienze per loro, a cui li faccio aprire. E il modo in cui li educo che è molto artistico, sia nell’aspetto estetico che in quello critico. Li abituo a trovare i significati. Poi, all’interno dei miei progetti, li coinvolgo direttamente e in questo sono fortunata perché sono molto portati per farlo. Un altro esempio? Tra qualche mese porterò mia figlia di 12 anni in India, lì lavoreremo in una comunità che fa rammendi su tessuti antichi. Rappresenterà simbolicamente il nostro rapporto, il nostro stare insieme. E dove lei, abituata a vivere tra Facebook, la scuola e ritmi sempre serrati, potrà ritrovare un senso del tempo diverso. Vorrei che si innescasse un processo che poi sarà psicologicamente incisivo nella sua vita futura.

E loro come hanno risposto a queste sollecitazioni?

Bene, per loro è assolutamente naturale, come mangiare. Stamattina mio figlio è entrato in cucina e mi ha chiesto: «Quando facciamo un progetto da qualche parte?» Si sentono “contagiati” dalla mia arte perché è un modo molto vitale di rapportarsi alla vita.

Crede che questo tipo di approccio abbia rafforzato il vostro legame?

È un po’ difficile per me fare un confronto perché comunque il rapporto madre-figli è fortissimo per tutti. Diciamo che il mio approccio è diverso, che la comunicazione tra noi è un po’ speciale perché ciò che fa l’arte è creare uno spazio molto libero, dove si fa e si dice qualsiasi cosa. L’arte opera una sorta di mediazione, crea una specie di filtro che rende più facile tirare fuori le emozioni e i sentimenti perché inventa un altro modo di esprimerli o perché comunque, lì dentro, in quello spazio, si possono dire. E ciò si riflette poi, come un eco, nella nostra vita. Infatti sento spesso da parte loro una sensazione di enorme gratitudine, che mi dà grande gioia perché ho sempre avuto la massima delicatezza e mai invasività nei loro riguardi.

Imparare a seguire il corpo, perché più libero della mente

 

Quali principi ha cercato di far passare in famiglia?

Intanto quello di crearsi una vita e non di comprarsela. Poi di rispettare gli altri, di essere tolleranti, di avere un forte senso di comunità  e di trovare una modalità di vivere che non sia copiare i comportamenti altrui. Anche il valore della casa come luogo di libertà e di identità.

Viviamo in una fase delicata, come immagina il suo futuro e quello delle persone che le sono più vicine?

Sento molto la responsabilità di trasmettere ai miei figli il valore della manualità e della presenza del corpo nella propria vita perché ho l’impressione che la tendenza sia quella di annientarlo o comunque di privilegiare il corpo come immagine e non come fonte di creazione. Invece è fondamentale perché è molto diverso ciò che esprime un corpo da ciò che esprime una testa. La testa domina e segue i processi mentali come le cose viste, quelle sentite, il volere degli altri. Ma quello che noi siamo, individualmente, viene fuori dal corpo, che non ha filtri di tipo sociale.

Cosa si augura per loro?

Che trovino la loro passione e abbiano il coraggio di rischiare. Il rischio è fondamentale per la felicità. Il rischio, la sperimentazione, non limitarsi a seguire quello che gli altri hanno già fatto. E che non vadano sul sicuro: il sicuro annienta come la paura.

I suoi prossimi impegni artistici?

Sarò impegnata con una retrospettiva a maggio a Mosca e una personale tra un anno a Milano.

Laura's Inheritance (2003) 400cmx500cmx25cm, cut-out photographs

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