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In barca sui fiumi d’Europa: il documentario di un viaggio controcorrente

Paolo Muran, documentarista, sta per ultimare il montaggio di The River Water, storia dell'impresa dell'amico Giacomo De Stefano. A remi per 5400 chilometri nel cuore dell'Europa. Da Londra a Istanbul. Per scoprire il valore della lentezza e che vogare ti insegna a vivere bene. Fino in fondo e senza mollare mai

Chiara Bondioli
20 giugno 2013

Man on the river London to istanbul 2012, foto di Anna SandriniMa no, non è possibile: navigare da Londra a Istanbul via fiume? Questo mi sono chiesta quando un amico mi ha parlato dell’avventura di The man on the river, ovvero una navigazione di 5400 chilometri con 320 chiuse, 18 acquedotti, e oltre 2000 ponti, dal Tamigi al Bosforo passando attraverso Francia, Germania, Austria, Slovacchia, Ungheria, Croazia, Serbia, Romania, Ucraina Bulgaria per approdare infine in Turchia.

Un viaggio fatto da un uomo con la sua barca, Clodia un’imbarcazione di 5,6 metri in mogano realizzata dal maestro d’ascia Roland Poltock e ispirata alle barche dei pescatori delle isole Shetland in Scozia. Il protagonista di quest’impresa controcorrente che alla velocità ha contrapposto la lentezza e alla tecnologia la capacità di interpretare i segnali della natura, è Giacomo De Stefano, architetto, 44 anni astigiano ma veneziano di adozione. Giacomo vive su una barca nella laguna di Venezia ed è convinto che less is more, che il nostro dovere è vivere senza sprecare le risorse della natura, riappropriarci di ritmi lenti e capire che non possiamo continuare a consumare velocemente senza nemmeno apprezzare quel (troppo) che abbiamo.

Giacomo ha voluto fare un viaggio nel cuore dell’Europa che fosse il manifesto della possibilità di una vita diversa a contatto con gli uomini e la natura. Un’impresa che si è basata sulla gift economy dove ogni supporter ha dato il suo contributo per far sì che questo sogno lasciasse gli ormeggi.

Uno di questi è Paolo Muran, documentarista bolognese e amico di Giacomo, che ha partecipato a una buona parte del viaggio e nei prossimi mesi, con gli altri colleghi, dovrà portare a termine un’altra epica impresa: montare le 400 ore di girato realizzato con 4 camere full HD tra l’aprile del 2010 e l’ottobre del 2012 (data di arrivo a Istanbul), per dare alla luce il documentario The River Water.

 Come ha conosciuto Giacomo De Stefano e com’è nata l’idea di far parte del team di The man on the river?

On the black Sea, Paolo Muran. Romania, foto di Anna Sandrini

Ci siamo conosciuti una sera al Festival dei corti di Cairano, in Irpinia. Lui era lì a presentare un’altra avventura a remi, la risalita del Po, che aveva compiuto di recente. Finita la serata, dato che era a piedi, mi chiese un passaggio e mentre eravamo in auto cominciò a raccontarmi l’idea di The man on the river.

Mi disse che l’obiettivo era quello di fare un progetto a costo zero e che gli sarebbe piaciuto produrre un documentario che raccontasse il viaggio; Nicola Pittarello, un filmmaker di Padova, gli aveva già dato la sua disponibilità e ora mancava solo il produttore e allora mi dissi, divertito, che era la mia occasione perché se non avessi prodotto un film a costo zero quando mai avrei potuto produrlo?

 

 Quando sono iniziate le riprese?

 Nell’aprile del 2010, quando Clodia è stata trasportata da Venezia a Londra. Da qui è iniziata la navigazione di Giacomo che però arrivato a Ramsgate sull’estuario del Tamigi, è stato colpito da una malattia virale molto seria che l’ha costretto a interrompere immediatamente il viaggio.

Io, nel frattempo, avevo acquistato, grazie all’aiuto di un amico, Serena, una barca in legno di circa sei metri dove era possibile dormire fino a tre persone. In questo modo avremmo potuto fare campeggio fluviale e seguire meglio Giacomo. Questa malattia improvvisa sconvolgeva la vita di Giacomo e, in misura minore, anche la mia.

Cosa succede da maggio 2010 alla nuova partenza avvenuta l’aprile successivo?

Giacomo De Stefano Budapest, Hungary, foto di Anna SandriniLa salute di Giacomo, nel frattempo ritornato a Venezia per curarsi, migliora piano piano. Un suo caro amico brasiliano, Bruno Porto, skipper conosciuto nei cantieri navali della Laguna, si offre di ripartire con lui. Non solo, ma la moglie di Bruno, la giornalista e operatrice Josephine, detta Fine, Schaumburg decide di accompagnarlo e di continuare le riprese. A questo punto riformiamo un nuovo team e a bordo di Serena ripartiamo dalla Manica alla volta di Budapest, dove arriviamo nell’ottobre del 2011.

Un viaggio all’insegna della lentezza e della collaborazione. Vi siete fermati durante l’inverno in aprile 2012 siete ripartiti con un terzo team…

Sì Bruno e Fine dovevano tornare in Brasile per motivi di lavoro, ma abbiamo avuto la fortuna di incontrare altre due persone brave e appassionate che si sono invaghite del progetto e hanno deciso di partire con me e Giacomo.

Come ci siamo conosciuti? Proprio attraverso The man on the river, io mi ero rivolto a una casa di produzione per realizzare il promo del nostro documentario e la montatrice Anna Sandrini, si è subito innamorata di quest’idea e con il fidanzato argentino Leon Greco, anche lui filmmaker, ha aderito all’impresa.

 Adesso dovete terminare il montaggio del documentario The River Water e per questo state raccogliendo fondi. Cosa vorreste trasmettere alle persone attraverso le immagini di questo viaggio fluviale?

 Innanzitutto come un viaggio lento debba essere fatto in modo non concentrato, come quando si va veloci, ma assolutamente centrato. Mi piacerebbe che attraverso i volti e le parole delle tante persone che abbiamo conosciuto e ci hanno accolto, i paesaggi urbani e quelli rurali, le silenziose ore di navigazione sotto il sole e la pioggia, arrivasse il messaggio dell’intensa bellezza della natura e la grande disponibilità e apertura delle persone.

Un patrimonio inestimabile che dobbiamo preservare con grande attenzione e anche fatica. Come vogare sulle acque di un fiume, fino in fondo, con energia e senza mollare mai.

 

Per chi volesse contribuire o partecipare alla coproduzione e quindi rendere questa straordinaria avventura un esperienza condivisibile dal pubblico, può farlo sul sito  o mettersi in contatto con Muran 

Iron Gates, Serbia, foto di Giacomo De Stefano

 

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Una risposta a In barca sui fiumi d’Europa: il documentario di un viaggio controcorrente

  1. Paolo Muran

    Grazie per il bel articolo, appassionato e ben redatto.
    Unica correzione: le chiuse fatte sono state oltre 320 e non 46 come è stato riportato
    Penso sia importante correggere
    se volete posso interpellare Giacomo e farmi dire il numero estatto delle chiuse incontrate nel viaggio da Londra a Istanbul
    ancora grazie per il vostro lavoro
    paolo Muran

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