Wise Society : «Vi spiego chi sono gli hikikomori, i ragazzi che vivono chiusi nelle loro stanze»
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«Vi spiego chi sono gli hikikomori, i ragazzi che vivono chiusi nelle loro stanze»

Lo psicologo Stefano Galeazzi, spiega il nuovo fenomeno giovanile nato in Giappone e racconta come con la sua onlus hanno predisposto un servizio psico-educativo domiciliare rivolto ai giovani coinvolti e alle loro famiglie

Fabio Di Todaro
20 dicembre 2017

Gli ultimi anni hanno visto una diffusione del fenomeno degli Hikikomori nei Paesi europei. Un fenomeno che riguarda anche il nostro paese: basta guardare al recente caso di cronaca nera di Nova Milanese in cui il giovane Mattia Del Zotto, chiuso nella sua stanza da alcuni anni, ha sterminato la famiglia inserendo in una tisana, poi bevuta dai componenti della sua famiglia, del tallio.

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Hikikomori: secondo alcune stime non ufficiali il numero di giovani italiani coinvolti sarebbe compreso tra i trenta e i cinquantamila, Image by Istock

Nonostante non siano disponibili a oggi dati certi sulla prevalenza del fenomeno lungo la Penisola, secondo alcune stime non ufficiali il numero di giovani coinvolti sarebbe compreso tra i trenta e i cinquantamila. Stefano Galeazzi, psicologo e responsabile della Cooperativa Vivere Verde Onlus, ha predisposto a partire dalle Marche un servizio psico-educativo domiciliare (chiamato «Diurno+») con l’obiettivo di garantire un intervento psicologico personalizzato ai giovani coinvolti e alle loro famiglie.

Chi sono gli Hikikomori?

Il termine è stato introdotto nel 1998 in Giappone, dove il fenomeno risulta maggiormente diffuso, e significa ritiro sociale. Gli Hikikomori sono ragazzi e giovani adulti, di età compresa tra i 13 e i 35 anni, che decidono di vivere reclusi nelle proprie stanze, evitando qualsiasi tipo di contatto col mondo esterno: familiari inclusi. Si tratta di una sorta di un’auto-esclusione dalla società odierna, le cui pressioni e richieste vengono percepite come insostenibili. Negli ultimi anni sono stati registrati numerosi casi anche nei Paesi europei specie in quelli con sviluppo socio-economico elevato. E nonostante la letteratura scientifica abbia evidenziato la presenza del disturbo principalmente nel genere maschile, negli ultimi anni si sta osservando una diffusione del fenomeno anche tra le ragazze e le giovani donne.

Possiamo definire la loro una malattia o una sindrome?

Gli attuali manuali diagnostici non hanno ancora predisposto un inquadramento clinico del disturbo, ma è possibile ipotizzare una diagnosi in presenza dei seguenti indicatori: età compresa tra i 13 e i 35 anni, isolamento completo all’interno di una stanza per la durata di almeno sei mesi ed alterazioni del ritmo circadiano. È possibile distinguere due tipologie di Hikikomori: quello primario prevede una reclusione volontaria a seguito di un disagio psicologico accaduto nella vita reale, quello secondario si presenta associato con un disagio psichiatrico che porta il soggetto a trarre beneficio dall’isolamento nel mondo virtuale. Le sensazioni che sottostanno all’origine del disturbo e che contribuiscono alla sua evoluzione sono la solitudine, la noia, il bisogno di trovare conferme e la difficoltà a costruire relazioni sociali.

E la famiglia, cosa dovrebbe fare?

In generale, i genitori dovrebbero definire in modo chiaro i ruoli familiari, mostrare flessibilità rispetto alle situazioni di criticità ed essere coesi nelle scelte educative dei figli. Dovrebbero creare una salda alleanza genitoriale ed utilizzare un linguaggio comune in grado di comprendere le esigenze ed i bisogni delle nuove generazioni. Così come l’adolescente deve adattarsi alle sfide evolutive, gli adulti devono conformarsi ai nuovi cicli di vita familiari. Riadattarsi significa essere un organismo in grado di rimodellarsi di fronte alle nuove situazioni. Nella società attuale i genitori, più che in passato, devono imparare a valorizzare i figli anche all’interno del nucleo familiare e non solo all’esterno. Le famiglie si dichiarano spaventate da un sintomo osservato nel ragazzo, come la mancanza di ricerca del lavoro o il disinteresse nei confronti della scuola. Di solito, però, c’è stata un’avvisaglia prima della comparsa del sintomo che non è stata colta o è stata trascutata. I genitori devono avvicinarsi al mondo online dei figli senza giudicarli, ma cercando di comprenderli e di dare il buon esempio».

Quali altri passi si possono muovere per contrastare il fenomeno?

Il programma di servizio psico-educativo domiciliare si svolge in diverse fasi e si avvale dell’utilizzo di numerosi strumenti e tecniche terapeutiche. Si inizia con una valutazione iniziale, che consiste nella somministrazione di un questionario al ragazzo, quando riesce a interagire con noi, o alla famiglia. Segue una fase di osservazione del nucleo familiare, del quale cerchiamo di comprendere le dinamiche e gli aspetti più o meno funzionali. Dopo questa prima fase, viene predisposta un’équipe composta da uno o due educatori professionali, uno psicologo psicoterapeuta esperto nel settore e un coordinatore. Gli strumenti che utilizziamo sono quelli della “restituzione”, di un “diario di bordo”, un’elaborazione di un “progetto telematico individuale” e di un progetto educativo familiare condiviso. Una tecnica fondamentale nel trattamento è la lettura del sintomo, volta a comprendere le caratteristiche del sintomo, gli eventi ed il ciclo di vita corrispondenti al suo esordio e le modalità con le quali le dinamiche familiari hanno contribuito alla sua insorgenza e alla sua evoluzione. Una parte fondamentale del nostro programma è, inoltre, quella dell’aggancio con cui, addentrandoci nel disagio manifestato dal ragazzo, riusciamo a guadagnarci la sua fiducia, che è alla base della riuscita dell’intervento».

Quali risultati ha già ottenuto il «Diurno»?

«Fino a ora abbiamo ottenuto un feedback più che positivo, registrando un esito favorevole in più dell’80 per cento dei casi».

Twitter @fabioditodaro

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