Wise Society : «Dovremmo evitare che ogni terremoto si trasformi in un disastro».
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«Dovremmo evitare che ogni terremoto si trasformi in un disastro».

A parlare così è la sismologa Emanuela Guidoboni che spiega come in Italia manchi una cultura del rischio sismico e la prevenzione non sia considerata un obiettivo stabile

Fabio Di Todaro
30 agosto 2016
Terremoto

Amatrice 2016

«Non dobbiamo imitare il Giappone. Abbiamo una storia sismica e una cultura diversa dalla loro, oltre agli elementi per renderci protagonisti di un percorso di consapevolezza da sviluppare tra i confini del nostro Paese». A parlare, pochi giorni dopo il sisma che ha colpito la provincia di Rieti, l’Umbria e le Marche, è la sismologa storica Emanuela Guidoboni, ex dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e autrice dei libri «L’Italia dei disastri» (Bononia University Press) e «Prevedibile/Imprevedibile – Eventi Estremi nel prossimo futuro» (Rubbettino editore, assieme a Vito Teti e a Francesco Mulargia). Maremoti e terremoti sono oggetto dei suoi studi da più di trent’anni. Ecco perché la sua è un’opinione autorevole nel dibattito innescato dalla tragedia. «Anche questa volta ci siamo ritrovati di fronte a un fenomeno naturale inarrestabile. Dovremmo e potremmo  evitare che ogni terremoto si trasformi in un disastro».

Come da quasi un secolo a questa parte riesce ai giapponesi, per l’appunto.

«Loro hanno iniziato a costruire in modo antisismico dal 1923, a seguito del terremoto che costò la vita a oltre 140mila persone. In Italia, invece, dopo molte valide normative varate nel 1909, abbiamo atteso il 2004 per avere una classificazione della pericolosità sismica del Paese. Ma ciò non è sufficiente, perché occorre conoscere e valutare il rischio a cui siamo esposti in ogni area: viste le notevoli differenze. I borghi dell’Italia centrale rappresentano un valore aggiunto sul piano paesaggistico e turistico e non possono essere oggetto delle medesime azioni necessarie per le grandi città. Conservare e prevenire richiede progetti seri e una informazione diffusa per creare una consapevolezza del problema».

Terremoto

Terremoto e maremoto del Tohoku del 2011- by iStock

A chi spetterebbe questo compito?
«Alle Regioni e ai Comuni, in primo luogo, che dovrebbero pure farsi carico di definire percorsi educativi che partano dal dalla conoscenza di lungo periodo del territorio. Benché quella dei disastri sismici sia una storia che ha segnato economie, società e culture, nei libri di storia non troviamo mai traccia di questi eventi. È un  segno di come si sia perso il contatto con il passato, che ci direbbe molto dell’attualità di un territorio e dei suoi rischi. Eventi come quello avvenuto nel Lazio rappresentano sempre degli ottimi laboratori di idee. Peccato però che l’attenzione cali con il trascorrere delle settimane».

Si deve a questo vuoto informativo la percezione costante dei disastri naturali come eventi eccezionali?
«Non potrà cambiare nulla fino a quando l’informazione su questi temi non entrerà a far parte dei circuiti formativi: dalle scuole al mondo delle professioni. Ai ricercatori la volontà non manca, ma il mondo accademico italiano non incentiva la divulgazione scientifica. Un sistema che scoraggia questo sarà sempre un freno per la conoscenza del problema e un ostacolo alla prevenzione dei disastri».

Terremoto

Image by iStock

Quale ruolo vede per la sismologia storica in chiave preventiva?
«Conosciamo da tempo le aree più a rischio grazie ai dati storici. Partiamo da quelle per ridurre gli impatti dei terremoti. In Umbria accade un terremoto in media ogni vent’anni, eppure ogni volta che si ripete cadiamo dalle nuvole. La Calabria è una regione ad altissimo rischio sismico, ma si stenta a dialogare con la Regione su progetti informativi e divulgativi. La realtà è che siamo un popolo fatalista. Non abbiamo una cultura del rischio sismico condivisa e la prevenzione non è considerata un obiettivo stabile da raggiungere. Fino a quando rimarremo così, concentrati esclusivamente sul presente, qui e ora, stenteremo pure a costruire una cultura dell’abitare tesa a disegnare un futuro migliore».

Twitter @fabioditodaro

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