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Gucci: tracciabilità delle etichette e sicurezza delle persone. Ecco la nostra moda sostenibile

Chiara Bondioli
20 febbraio 2013

Rossella RavagliLa doppia G è la firma riconosciuta nel mondo di Gucci, marchio nato a Firenze nel 1921 e oggi uno dei nomi blasonati del polo del lusso del colosso francese PPR. Nel settembre 2012 una G è diventata verde, e sul logo è apparso anche la parola responsibility: un segno di una politica rivolta alla sostenibilità ambientale e sociale intrapresa dal Gruppo già dal 2004.

Un percorso molto articolato e difficile che, come sottolinea la Csr manager Rossella Ravagli, richiede «un lavoro capillare e una necessaria gradualità». Percorso ancora evitato da molte griffe come ha dimostrato Greenpeace nella sfida lanciata a 15 brand internazionali della moda attraverso la campagna The Fashion Duel  dove è in testa Valentino Fashion Group, unico ad avere il semaforo verde, mentre Gucci, con 6 marchi, si è aggiudicato un semaforo giallo, e altri, come Dolce&Gabbana, Chanel, Hermès, Prada, Alberta Ferretti e Trussardi hanno addirittura il semaforo spento in quanto non hanno proprio risposto al questionario. L’impegno di Gucci è stato comunque lungimirante e può essere uno dei fattori che nel 2012 ha fatto registrare un + 18,9%  del fatturato rispetto al 2011.

Con Rossella Ravagli vediamo strategie e risultati di questo impegno a cambiare nel segno della responsabilità

Dal 2004 una strategia per essere sostenibili

Nel 2011 François-Henri Pinault ha lanciato PPR Home per finanziare i progetti di sviluppo sostenibile con un investimento di 10 milioni di euro. I temi vanno dal controllo della catena di produzione e distribuzione, alla riduzione dell’impronta di CO2. alla tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori fino al rispetto della dignità e dei diritti delle donne. Un lavoro molto impegnativo. Qual è stata la strategia di Gucci?

PPR HomeIn realtà noi eravamo già preparati a raccogliere questa importante sfida. Dal 2004 abbiamo siglato un accordo con tutte le parti, dai fornitori al sindacato, per collaborare tutti insieme a raggiungere gli obiettivi di favorire una cultura della sostenibilità che si declina in azioni diverse, ma strettamente correlate tra loro, che riguardano molti temi come l’etica degli affari, la difesa dell’ambiente e della biodiversità, il rispetto dei diritti umani, dei lavoratori e delle pari opportunità.

Per le donne, per esempio, in azienda c’è molta attenzione verso ogni forma di discriminazione, non equità di retribuzione e facilità di accesso verso i posti chiave. Inoltre la PPR Women’s Foundation for Dignity and Rights presieduta da Salma Hayek (attrice messicana moglie di François-Henri Pinault, ndr) combatte in particolare contro la violenza domestica, tema purtroppo molto caldo nella nostra società.

I vostri clienti sono interessati alla strada che avete intrapreso, la premiano?

I nostri clienti sono sempre più attenti a queste tematiche e desiderano sapere cosa c’è dietro ogni prodotto. Il nostro obiettivo è quindi quello di renderli sempre più informati sui valori tangibili e intangibili di questo cambiamento. Questo significa rendere sempre più tracciabili i nostri prodotti e comunicare i valori in cui crediamo perché diventino elemento di condivisione anche per i nostri stakeholder.

Gucci è un’azienda locale che investe nel territorio, un legame che da sempre rappresenta la chiave di successo del marchio, impiega direttamente 8mila persone con un indotto, nel solo comparto produttivo, di circa 45mila, sempre in Italia. Con un forte investimento in tutta la filiera.

Lavorazione Bambù

Come garantire la sicurezza e i controlli della filiera

A proposito di filiera, esiste il problema delle sostanze chimiche, utilizzate nel tessile per colorazione, conservazione e lavorazione e quello della mancata sicurezza in fabbrica, basta pensare ai recenti casi dei 400 morti nelle fabbriche tessili in a Karachi in Pakistan e a Dhaka in Bangladesh. Come operate per garantire la sicurezza delle fabbriche e della filiera produttiva?

 

Gucci historical archive, Florence 2011, photo Alessio CocchiAbbiamo meccanismi di monitoraggio di tutta la filiera con ispettori che controllano, in modo non annunciato, tutte le categorie merceologiche. Questo significa anche coinvolgere attivamente i fornitori che controllino a loro volta i loro fornitori, che poi sono i nostri sub-fornitori.

Per quanto riguarda, per esempio, tecniche di lavorazione pericolose, come il sandblasting (processo utilizzato per invecchiare i jeans che può provocare nei lavoratori silicosi polmonare, una malattia mortale, ndr), nel 2011 abbiamo preso l’impegno di controllare nella nostra filiera italiana e abbiamo visto che nonostante le precauzioni prese, la tecnica manteneva un alto tasso di pericolosità e quindi l’abbiamo interrotta.

Sulla tracciabilità dell’etichetta stiamo lavorando molto attivamente per essere in linea con le normative, anche le più severe. È un lavoro capillare che richiede un percorso graduale, ma reputo che già nel 2013 saremo in grado di dare ai nostri clienti molte informazioni chiave sui prodotti.

 

La sostenibilità è di moda e per molte aziende è una bandiera da sventolare al di la della quale c’è ben poca sostanza. Come capire se c’è aria di greenwashing?

 

Ma credo che ormai il greenwashing non regga più. Oggi sono convinta che siamo nell’epoca del fare e non della sola comunicazione, quindi chi firma un impegno sa che deve rispettarlo e integrare sempre più le strategie di Csr con quelle aziendali

Green Marola,  bioplastica

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  1. What’s up mates, nice post and fastidious arguments commented at this place, I am really enjoying by these.

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