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Giuseppe Guerini: «Cooperative e imprese sociali possono e devono convivere»

Il presidente di Federsolidarietà – Confcooperative, è convinto: più attori nel Terzo settore possono solo far bene al sistema. A patto che ci siano regole e opportunità condivise

Andrea Ballocchi
20 luglio 2015

Image by Bob Rowan/Progressive Image/CorbisNel Terzo settore le cooperative sociali hanno una storia lunga e onorata. «Circa quarant’anni fa, quando sono nate le cooperative sociali, nessuno credeva alla possibilità di coniugare imprenditoria e solidarietà. Oggi in Italia abbiamo circa 12 mila cooperative sociali attive che occupano complessivamente 400mila persone, il 40% delle quali appartiene alla categoria di lavoratori svantaggiati». A dirlo è Giuseppe Guerini, presidente di Federsolidarietà – Confcooperative, che Wise Society ha incontrato in occasione del Social Enterprise World Forum 2015.

Perché lavorare in una cooperativa sociale?

Federsolidarietà – Confcooperative associa più di 5700 cooperative che rappresentano 212.000 soci e danno lavoro a oltre 210.000 persone. Non solo: le coop di inserimento lavorativo hanno permesso a 14.600 in condizioni di svantaggio (di cui circa la metà sono persone portatrici di disabilità fisiche, psichiche e sensoriali) di entrare stabilmente nel mondo del lavoro. Dietro queste cifre ci sono esperienze straordinarie di crescita professionale. Io stesso non sarei arrivato dove sono se non avessi incontrato una cooperativa. Proveniente da una famiglia povera, a 15 anni lavoravo come operaio meccanico: una volta entrato a fare parte di una coop, ho deciso di rimettermi a studiare, ho fatto progressi e ho acquisito una competenza e grazie a essa ho potuto diventare imprenditore, investendovi come capitale d’ingresso l’equivalente odierno di 12 euro.

Grazie alle cooperative sociali diverse persone, partendo anche da una situazione di svantaggio, hanno avuto la possibilità di emanciparsi. Per noi questo è il primo obiettivo di un’impresa che opera nel sociale.

Quali sono le caratteristiche che hanno decretato successo e sviluppo della coop sociale?

Direi la somma di molteplici fattori: intanto l’intuizione originaria, non così scontata Image by GARO/PHANIE/phanie/Phanie Sarl/Corbisnegli anni Settanta, di creare una forma di impresa economicamente sostenibile ed efficace, ma spinta da un motivo solidaristico. A ciò va aggiunta la partecipazione diretta delle persone e la possibilità di realizzare un’attività con un basso capitale di entrata, che ha consentito di aumentare la partecipazione e quindi di moltiplicare i soggetti che potevano creare un’impresa. L’elemento che ha contribuito al suo sviluppo è l’apertura di un mercato pubblico, che costruiva un sistema di welfare trovando nelle cooperative un valido interlocutore. E infatti l’esplosione delle “coop” si è registrata negli anni Novanta, o meglio dopo il riconoscimento giuridico avvenuto nel 1991 fino ai primi anni Duemila. Negli ultimi sei anni, malgrado il rallentamento, ogni giorno c’è una cooperativa sociale che nasce e 20 persone vi trovano lavoro.

Qual è la differenza principale tra cooperativa e impresa sociale?

Direi l’assetto proprietario: la cooperativa permette di far diventare i propri lavoratori protagonisti e proprietari di un progetto di economia sociale. Ma ciò non significa che una sia meglio dell’altra. Anzi, come Federsolidarietà –Confcooperative rivendichiamo con forza la legittimità e l’importanza di avere una pluralità di soggetti e di forme diverse di impresa.

La prospettata legge di riforma del Terzo settore che scenari apre e cosa vi attendete?

Il primo auspicio è che venga terminato il percorso e ci auguriamo prima possibile. Sono convinto che la proposta attualmente in discussione al Senato sia equilibrata, non è rivoluzionaria come ci si poteva attendere, e nella sua stesura sono emerse forze conservatrici molto forti, espressione della paura del cambiamento nel Terzo settore, soprattutto verso la formula dell’impresa sociale. Sono un po’ amareggiato perché ritengo sia molto interessante che anche in Italia si sviluppino esperienze quali le community interest company (introdotte dal governo inglese nel 2005), o un Terzo settore produttivo che smetta di nascondersi dietro una foglia di fico dell’attività non commerciale e che invece affronti a viso aperto la dimensione imprenditoriale.

L’impresa sociale, oggi, è penalizzata rispetto alla cooperativa? Ci sono, secondo lei, ambiti in cui potrebbe idealmente essere più vocata la formula dell’impresa sociale e altri dove è meglio la coop e se sì quali?

Image by Mark J Hunt/Huntstock/CorbisDifficile rispondere perché finora non abbiamo effettivamente visto in azione l’impresa sociale nel nostro Paese. La risposta più giusta è che è più semplice creare una coop sociale rispetto a un’impresa sociale. Esiste una legge sull’impresa sociale ormai da 10 anni, ma non ha avuto efficacia perché non aveva strumenti di sostegno. Noi ci auguriamo che si semplifichi il canale di accesso all’imprenditoria sociale, che ci siano incentivi o una fiscalità che riconosca il valore aggiunto che porta l’impresa sociale per liberare delle potenzialità di sviluppo. Sui settori non vedo ci sia grande differenza.

Credo che non ci siano settori che escludano l’una o l’altra formula, la capacità imprenditoriale delle persone, l’intuizione di un mercato entro quale muoversi sia questo che faccia la differenza tra l’una o l’altra.

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