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Giuseppe Bianchi: dalle macerie alla rinascita

Descrivere il terremoto attraverso quattro microstorie di chi, costretto a ripensare se stesso dopo il sisma abruzzese, si è messo in gioco per ripartire. Lo ha fatto un regista e autore televisivo nel documentario "Uscita di sicurezza"

di Sebastiano Guanziroli
23 luglio 2010

Attilio ed IoUscita di sicurezza è un racconto autobiografico di Ignazio Silone che narra la sua esperienza durante il terremoto di Avezzano del 1915. Quasi cent’anni dopo un altro sisma ha colpito quella terra e Giuseppe Bianchi, regista e autore televisivo, abbandonata la penna per la videocamera, si è ispirato a Silone per raccontare la propria personale esperienza.

 

Il documentario, che ha mantenuto il titolo Uscita di sicurezza, segue per i tre mesi successivi al sisma un parroco, un fotoreporter, una coppia e alcuni membri del “Collettivo99”. Quattro storie personali che intrecciandosi raccontano la vita nella città negli aspetti più intimi (tendopoli, protezione civile, crolli e polemiche rimangono sullo sfondo) e la vita di persone che da un momento all’altro si sono trovate a dover riconsiderare se stesse, il rapporto con gli altri e il futuro, personale e della comunità.

 

 Come è nata la decisione di andare all’Aquila e fare un documentario?


È nata in modo personale, perché sono nato e ho abitato all’Aquila, e anche se ora non vi abito più ho mantenuto un rapporto viscerale con la città. Mio padre è ancora là, così il giorno dopo il terremoto sono corso da lui, portando con me la videocamera. I primi giorni non sono riuscito a usarla perché io stesso ero sotto shock. Poi ho cominciato a filmare: l’istinto era quello di documentare per fare da “cane da guardia”, per valutare l’operato delle istituzioni. Ma presto mi sono accorto che c’era un eccesso di informazione e che la mia sarebbe stata solo una videocamera in più.

Uscita di sicurezza, di G. Bianchi

Quindi hai cambiato obiettivo?


Sì. Tutti puntavano a raccontare il dolore e le macerie. A me non interessava, e ho deciso di raccontare le storie di quattro persone, che però non fossero i classici “casi umani” inseguiti dalla tv. Aiutato all’inizio da mio padre, ho cercato e trovato quattro storie, diverse tra loro, ma tutte su persone che fin da subito si sono messe in gioco attivamente per ricostruire la propria vita. 


Uscita di sicurezza, di G. BianchiCome ci si avvicina e si entra nelle vite di persone colpite da un evento così tragico?


Ho scelto la discrezione, non volevo le lacrime, non volevo il dolore fine a se stesso, ma raccontare la loro vita in modo obiettivo. Essere un loro concittadino mi ha aiutato, perché parlavo il dialetto ma soprattutto perché sono riuscito a stabilire un contatto umano fondato sulla comprensione e sull’essere dalla loro parte. All’inizio è stato comunque difficilissimo, perché naturalmente avevano priorità diverse dall’essere protagonisti di un documentario. Ma a poco a poco ho imparato a diventare invisibile e ho seguito i miei protagonisti per tre mesi, fino al G8. Io stesso ho vissuto nelle tende, condividendo le medesime difficoltà.

 

Uscita di sicurezza, di G. Bianchi

Le persone avevano voglia di comunicare?


All’inizio no, c’erano comunque delle difese, gli aquilani poi sono abbastanza chiusi per carattere, sono montanari. Però col passare del tempo si è creata una situazione strana tra me e loro: io avevo bisogno che loro mi guidassero per la città per fare il mio lavoro, ma allo stesso tempo era come se loro avessero bisogno di me per trovare il coraggio di visitare i luoghi della distruzione. Come se attraverso di me si riappropriassero dei loro luoghi.

 

 

Che stile di racconto hai scelto?


C’è una storia in primo piano – quella degli architetti aquilani del “Collettivo 99” che si battono per una ricostruzione “dal basso” della città – con cui racconto la Storia con la esse maiuscola, quella della dei grandi eventi, e altre tre storie più piccole e quotidiane. Ci sono momenti di pedinamento delle persone con camera a mano, alternati ad altri più onirici e di riflessione dedicati al paesaggio e alla natura, che a L’Aquila è sempre molto presente, la si sente tutto intorno.

 

 

Sei più tornato in città?


Sì, sono tornato tante volte. Il 3 aprile scorso, poi, in occasione dell’anniversario del sisma, abbiamo fatto una proiezione presso un teatro tenda davanti a 450 persone. Ero molto teso perché non sapevo che accoglienza avrebbe avuto il film, ma alla fine è andata benissimo perché tutti ne sono stati molto toccati. La città invece l’ho trovata più depressa, purtroppo. Nei giorni seguenti il terremoto c’era molta rabbia ma anche molta voglia di fare. Ora invece gli aquilani danno l’impressione di essersi arresi all’idea che lo Stato li abbia già abbandonati.

 

Se tra dieci anni tornassi all’Aquila per girare un altro documentario, che storia ti piacerebbe raccontare?


Mi piacerebbe raccontare di un sogno che si è avverato, quello degli architetti di Collettivo99: il sogno di una città che coglie l’occasione della tragedia per ricostruirsi e ripensarsi, per trasformarsi da città disastrata a città con un’economia e una struttura urbana diversa. Mi piacerebbe raccontarlo, ma so già che questo sogno non si avvererà mai. Comunque ho già in progetto di tornare, sicuramente non subito, tra qualche anno, per fare un seguito del documentario e vedere come è andata a finire.

Uscita di sicurezza, di G. Bianchi

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