Wise Society : Giovanni Corbetta: «C’erano una volta le gomme che bruciavano…»
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Giovanni Corbetta: «C’erano una volta le gomme che bruciavano…»

Il direttore generale di Ecopneus, il più importante consorzio di recupero e riciclo degli pneumatici fuori uso, spiega perché i PFU sono una risorsa e la loro trasformazione anche in campi da calcio

Mariella Caruso
1 dicembre 2014

Image by © Dave & Les Jacobs/Spaces Images/CorbisRifiuti a chi? Non certo agli pneumatici la cui raccolta, su impulso del legislatore europeo, dal 2006 è regolata da una legge che assicura la corretta gestione dei pneumatici fuori uso, comunemente detti PFU, con l’addio al conferimento in discarica. A oggi il ciclo vita dei PFU si conclude con la raccolta da parte degli enti autorizzati, lo stoccaggio nei centri temporanei e la successiva frantumazione, in pezzature diverse, a seconda dell’utilizzo successivo. Ad oggi gli enti autorizzati alla raccolta in Italia sono circa una settantina, il più grande è il Consorzio Ecopneus nato nel 2009 per volontà di Bridgestone, Continental, Goodyear Dunlop, Marangoni, Michelin e Pirelli, i sei principali produttori e importatori di pneumatici operanti in Italia. Tra il 2011 e il 2013 Ecopneus ha raccolto 554.006 tonnellate di PFU soddisfacendo 232.650 richieste di raccolta in 172.015 missioni di raccolta presso 33.835 “gommisti”, stazioni di servizio e autofficine.

Di raccolta e riciclo dei pneumatici fuori uso wisesociety.it ha parlato con il direttore generale di Ecopneus, Giovanni Corbetta, che subito chiarisce la differenza tra pneumatici, pneumatici usati e fuori uso. «Pneumatico è il prodotto utilizzato sui veicoli; pneumatico usato è quello che, pur essendo stato staccato da un veicolo, ha ancora una vita residuale. Lo pneumatico fuori uso è quello che, per legge, non è più capace di assolvere agli obblighi per i quali è stato realizzato e diventa di fatto un rifiuto».

Basket: pavimentazione in gomma da Pneumatico Fuori Uso/www.ecopneus.it/Come si fa a capire che un pneumatico è da considerarsi fuori uso?

È il Codice della strada a fissare le caratteristiche che deve avere lo pneumatico per poter restare montato a bordo del veicolo. In particolare deve avere una profondità del battistrada, ovvero degli incavi che vediamo sulla superficie, di almeno 1,6 millimetri. Inoltre non deve avere bolle, bozze o piccole lacerazione sui fianchi. Deve, quindi, mantenere anche l’integrità laterale che viene messa in pericolo quando ci “arrampichiamo” sui marciapiedi raspando il fianco in maniera profonda.

Ogni quanto tempo è necessario effettuare un controllo ai pneumatici?

Sul manuale di istruzioni della mia automobile c’è scritto che occorre fare un controllo ogni 500 chilometri percorsi. Ma dipende molto dal tipo di strade e dalle abitudini di guida. In ogni caso almeno ogni due mesi andrebbe controllato lo stato d’uso del battistrada.

Come si svolge l’attività di un consorzio di raccolta e riciclo di pneumatici fuori uso

Il nostro compito è prelevare i PFU, entro 5 giorni lavorativi, nei luoghi in cui avviene la generazione di questo particolare tipo di rifiuto (gommisti, stazioni di servizio), portarli nei centri di stoccaggio temporaneo per poi avviarli negli specifici impianti di trattamento. La legge impone che i produttori di pneumatici, o le organizzazioni da loro delegate, debbano garantire un sistema nazionale di raccolta in misura proporzionale alle nuove immissioni sul mercato. Il sistema, denominato “responsabilità estesa del produttore”, stabilisce che se un’azienda immette sul mercato 1.000 tonnellate di pneumatici all’anno ne deve recuperare altrettante. Gli pneumatici fuori uso, infatti, sono rifiuti speciali assolutamente non biodegradabili che non danno alcun problema in caso di corretto riciclo, ma possono diventare pericolosi in caso di incendio all’aria aperta perché generano fumi tossici e residui liquidi che inquinano il terreno e potrebbero arrivare anche alle falde acquifere.

Cosa accadeva prima del 2006?

Gli pneumatici fuori uso venivano conferiti in discarica e questo sottintendeva anche il sotterramento di materie prime riutilizzabili perché lo penumatico è una struttura composita con gomma naturale che viene dalle piantagioni del Far East, gomma sintetica e carbon black che sono derivati dal petrolio, una serie di ingredienti chimici e poi fili d’acciaio e fili tessili.

Asfalto modificato con gomma da PFU/www.ecopneus.it/Oggi che fine fa, invece, il PFU?

Frantumato in pezzatura grossa viene utilizzato nei forni dei cementifici per il recupero energetico tramite la co-combustione, anche se questo formalmente non è considerato riciclo. Diverso invece l’utilizzo del granulo o del polverino (rispettivamente sotto 1,8 e 0.08 mm) venduto ad aziende che lo utilizzano per realizzare nuovi manufatti. In quest’ultimo caso si recuperano anche i fili d’acciaio che tornano in acciaieria.

Per che tipo di manufatti vengono utilizzati granulo e polverino?

Ci sono attualmente tre aree di utilizzo: i bitumi modificati, l’impiantistica sportiva per la realizzazioni di tappeti di campi e palestre e l’isolamento acustico in edilizia. Ma ci sono in corso studi per ampliare il campo di utilizzo all’arredo urbano (per la realizzazione di cordoli e panettoni). Guardando un po’ più in là l’ideale sarebbe poter riutilizzare il polverino nella mescola per realizzare nuovi pneumatici e così chiudere il cerchio.

Quanto vale annualmente il recupero dei PFU?

Ad oggi Ecopneus, che è il più grande della sessantina di soggetti autorizzati al recupero, recupera 250.000 tonnellate all’anno. Di queste l’effettivo riciclo è stato del 35%, il resto è andato a recupero energetico nei cementifici.

Perché questa proliferazione di enti autorizzati?

Perché per una “distorta” interpretazione della legge, secondo alcuni, non è esclusa la divisione dei dividendi agli azionisti, così in tanti hanno voluto tentare il business che per Ecopneus è, come dovrebbe essere, senza scopo di lucro.

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