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Giovanni Allevi: sono un alieno andante con gioia

C'è chi lo ama senza riserve e chi lo guarda con sospetto. Ma per l'artista l'importante è seguire la propria strada. Comporre musiche che trasmettano energia positiva e diano corpo ai sogni. Come è successo nel suo ultimo album Alien. Dove c'è un brano speciale che ha permesso a una collega di tornare a suonare

di Francesca Tozzi
22 dicembre 2010

Giovanni Allevi, album di art fuck it/flickr Alien è solo l’ultimo dei dischi del pianista e compositore marchigiano Giovanni Allevi, il sesto della sua produzione se si escludono le raccolte e i Live. Chi lo ama ha imparato a conoscerlo seguendone il percorso particolare, un percorso artistico e umano che si è dipanato tra amori e ostilità, tra il calore di un vasto pubblico e le critiche dei detrattori. Insomma un personaggio che, suo malgrado, accende gli animi: trafitto da saette avvelenate da parte di autorevoli membri élite della musica colta oppure acclamato come genio dai suoi numerosi fan. Resta il fatto che il successo dei suoi brani è indiscutibile e la sua popolarità pure. E lui cosa ne pensa? Lo incontriamo, e ci colpisce subito l’apparenza fragile, timida e naif  e quel suo modo di fare schietto, passionale, sottilmente ironico. Una tendenza a mostrarsi senza sovrastrutture che una volta lo ha portato ad affermare: «in un mondo ipercompetitivo che ci vuole sempre impeccabili e vincenti ho deciso di essere me stesso e di pormi con la mia musica senza alcun filtro e questo probabilmente fa di me un alieno…». Non a caso Alien è il titolo del suo ultimo album, dove ha composto un brano per una pianista priva dell’uso della mano destra e che, grazie alla partitura che Giovanni le ha donato, è tornata ad avvicinarsi alla musica: il brano si chiama come lei, Helena. Vale allora la pena di tracciare con lui un bilancio a oggi.

 

Come si sente a questo punto del suo percorso umano e professionale: più un innovatore alla ricerca di nuovi stimoli o una persona pacificata dai risultati raggiunti?


Voglio rispondere con la massima sincerità: non mi sento nulla. Che la mia musica possa risultare innovativa, forse è troppo presto per dirlo. Da un punto di vista tecnico, io ho le mie personali idee su cosa sia “innovativo” e cosa si intenda per “nuovo” in musica. Si tratta di idee che non hanno avuto una buona accoglienza all’interno dell’ambiente accademico in cui mi sono formato, ed è inutile fare battaglie contro i mulini a vento. In definitiva, non si può aprire una strada da soli, è necessario che altri giovani compositori e musicisti seguano a modo loro il mio esempio, e per il momento ho la sensazione che le forze che ho messo in campo restino un fatto isolato. Quanto agli stimoli, ho sempre creduto che la musica venisse a trovarmi indipendentemente dall’ambiente in cui mi immergo: non devo fare altro che attenderla. Il risultato di tutto questo discorso è un punto fermo nel vuoto, il nulla. Ma il mio cuore è una fucina di aspirazioni e tormenti, essendo io un sognatore, un visionario. Dunque non è ancora il momento di sentirsi pacificati.

Giovanni Allevi, by G.Sarago

La sua musica nasce da una forte spinta emotiva. Quali sono le emozioni che la spingono di più a scrivere?


L’emozione principale che accompagna la mia attività compositiva è la gioia. Spesso il linguaggio musicale, via via che si dipana, mi apre delle porte, nuovi scenari e possibilità. Allora mi alzo in piedi e inizio a girare per la stanza in preda a una sottile euforia, perché la composizione si sta creando da sola e mi rende partecipe della sua progressiva bellezza. Ma a questo attimo seguono la concentrazione e il rigore, cioè il momento in cui, attraverso la tecnica di strumentazione, cerco di trasferire sul pentagramma quell’idea. Altre volte la musica si sviluppa nella mia testa come un fiume in piena, e le idee si susseguono più velocemente della mia capacità di fermarle. In ogni caso è la gioia a dominare incontrastata. A volte, prima di addormentarmi, spero che venga presto domani per poter riprendere a comporre una musica là dove l’avevo lasciata.

 

Cover ALIENLei ha una visione particolare e la sua musica lo esprime: questo “condanna” i molti Alien come lei a essere molto amati ma anche a non essere capiti da tanti…


Io ho accettato questa condizione. Sapevo che avrei creato dei problemi di ordine di tipo “culturale”, creandomi delle inimicizie a mio parere ingiuste. Ma ho deciso di seguire e vivere la mia strada fino in fondo, perché è il mio destino e soprattutto per non tradire il bambino che sono stato. Quindi, la mia “diversità”, che è identità, coinvolge anche le persone che mi seguono e che si trovano protagoniste di uno scontro verbale contro i cosiddetti “tradizionalisti” della musica. Ma questa passione collettiva per il nuovo è struggente e mi commuove, questo voler cercare il bello tra le pieghe della nostra esistenza quotidiana, è davvero una grande conquista.

 

Trova che in Italia ci sia spazio per un giovane che vuole creare fuori dagli schemi?


Assolutamente si! Ormai per via della mia attività musicale credo di aver girato il mondo più volte. Non ho ancora visto altrove una generazione di ragazzi tanto inquieti, attenti, pieni di entusiasmo e di slancio come in Italia. È molto probabile che la realizzazione del nostro sogno ci porterà lontano da qui, ma essere artisti o scienziati significa essere cittadini del mondo. “Se vuoi la sicurezza, resta sulla spiaggia, ma i gioielli sono in fondo all’oceano”. Sono molto sensibile al problema degli schematismi. Paradossalmente viviamo in Europa un’epoca talmente rigida, di un tale attaccamento al passato, da essere costretti al nuovo, e quindi alla rottura degli schemi, come unica possibilità di cambiamento. Beh… non c’è niente di più entusiasmante che sentire il brivido di aver intrapreso una strada nuova!

 

Cosa le fa più paura del suo futuro e cosa la preoccupa di più del futuro dell’uomo?


Io ho fede. Non nel senso cattolico o religioso. Pure, ma non quello. Ho fede nella passione, nella luce dentro l’uomo, che è in grado di creare dei cambiamenti positivi inimmaginabili. Mettere in gioco la propria passione altera un equilibrio dell’universo che inizia a tramare in tuo favore! Quando un ragazzo decide di intraprendere la strada difficile della realizzazione del proprio sogno, della propria attitudine, sta facendo qualcosa di giusto, che si ripercuote positivamente anche sugli altri. Quindi ho fede. Fede in questa forza travolgente, che non ha nulla a che fare con le condizioni esterne o di partenza. E dunque non ho paura del mondo, che non è bello o brutto, ma è soltanto lo scenario in cui il nostro sogno inizia a realizzarsi.

 

Quello che ha fatto per Helena è molto bello…


Io da sempre faccio il tifo per chi non ce la fa e ammiro profondamente chi conduce giorno per giorno la propria battaglia. Sinceramente credo di aver ricevuto da Helena un dono molto più grande del piccolo pensiero che ho avuto per lei. Non mi era mai capitato niente di simile.

Hand playing a piano, lowimages/Corbis

C’è un valore al quale non potrebbe mai rinunciare?


Mi sforzo di mantenere l’ingenuità. Faccio un esempio di lavoro, per spiegarmi meglio. Sono ormai dodici anni che pubblico dischi, faccio tournèe, sono coinvolto in attività di tipo mediatico e incontro i fan dopo i concerti. Ancora non ci ho capito niente! Se dovessi spiegare cosa faccio, come funzionano i meccanismi, e soprattutto perché tutto ciò avviene, non saprei trovare le parole. Ingenuità, senso del mistero, stupore. E soprattutto immaginazione. Questi sono i miei alfieri.

 

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