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Giorgio Monti: un “dottore volante” per aiutare l’Africa

È stato il primo medico italiano ad entrare nel team internazionale dei "flying doctors" di Amref, l'organizzazione no profit attiva in Africa. Il suo lavoro, del tutto volontario, è salvare vite, spesso in condizioni estreme. E per farlo bene, la cosa più importante è saper accettare i propri limiti

Vincenzo Petraglia
18 maggio 2011

Giorgio Monti, flying doctorLa maggior parte delle persone che vive nelle aree rurali dei Paesi in via di sviluppo non ha accesso a cure sanitarie adeguate, se non tramite l’indispensabile operato di alcune organizzazioni umanitarie. In Africa, per esempio, il 90 percento dei medici vive e lavora nelle città, dove però si concentra solo il 30 percento della popolazione. È per far fronte in qualche modo a questo squilibrio che Amref (www.amref.it), l’organizzazione no profit che gestisce progetti solidali di sviluppo nel Continente nero, ha dato vita oltre cinquant’anni fa ai cosiddetti flying doctors, che a bordo di aerei leggeri portano assistenza specialistica in molte zone remote di Kenya, Uganda, Sud Sudan, Tanzania, Etiopia e Somalia. Uno di questi è Giorgio Monti, il primo dottore “volante” italiano, entrato a far parte nel 2008 del team internazionale dei flying.

Come si diventa un flying doctor?

Per poter fare domanda è richiesta un’esperienza lavorativa post laurea di almeno quattro anni e abilità professionali riconosciute da certificazioni internazionali negli ambiti di medicina d’urgenza, traumatologia, terapia intensiva. Si contatta la sede a Nairobi e lì vengono valutate le proprie professionalità. Ovviamente si tratta di un programma di volontariato totale per il quale non è quindi prevista alcuna retribuzione.

In cosa consiste esattamente il lavoro di un dottore volante?

Volendo semplificare diciamo che è un po’ come il mestiere del medico del 118, ma con i tempi e le distanze dell’Africa. Un flying doctor deve essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di emergenza medica in condizioni spesso difficili. Mi è capitato, per esempio, di andare a soccorrere due vittime di un incidente aereo in mezzo alla savana del parco di Tsawo, quello famoso per i leoni, con i Masai che dicevano che i leoni non sono poi così pericolosi e che comunque loro li combattono…

Amref Kenya

Quali sono le principali difficoltà da affrontare?

Sono convinto di fare un lavoro bellissimo anche se a volte complicato. Non ho mai visto il medico come una sorta di salvatore o missionario dedicato in modo quasi mistico alla salvezza dell’umanità, ma piuttosto come un professionista che ha il privilegio di occuparsi delle altre persone aiutandole a volte a stare un po’ meglio. Per fare questo lavoro è molto importante accettare i propri limiti, considerando che a volte ci si può sentire davvero soli perché si devono prendere decisioni importanti in fretta e gestire situazioni anche molto complesse in luoghi isolati lontani dalle certezze ospedaliere.

Emergency AfghanistanDove si trova la forza di reagire ed agire in situazioni limite?

Credo che la regola di base sia quella di avere consapevolezza dei propri – tanti – limiti, usare il buonsenso e stare concentrati sul fine ultimo del lavoro: fare più che si può al meglio che si può. Ci sono molti modi di trovarsi al limite:  quando magari bisogna gestire pazienti gravi con 40 gradi all’ombra nella savana del Sud Sudan. Oppure per i pericoli del contesto in cui ci si trova ad operare, quando per esempio ti trovi a Mogadiscio ed è da poco esplosa una bomba che ha fatto numerose vittime: in un caso come questo non solo le tue risorse sono limitate ma anche la tua sicurezza è al “limite“. Cerchi allora di trovare tutta la calma che serve per usare i pochi mezzi che hai e stabilire le giuste priorità. Ma la parte più difficile non è tanto questa quanto accettare di potere fare pochissimo, probabilmente non abbastanza, per persone, spesso donne e bambini, che si aspettano tanto da te. Questo ti costringe a fare i conti con la realtà e a non crederti onnipotente.

Spesso nelle aree calde del pianeta accadono episodi come quello in cui ha perso la vita l’attivista Vittorio Arrigoni. Un’escalation di violenza per la quale comunque l’Occidente ha grandi responsabilità….

La violenza e la brutalità sono sempre da condannare. Se però pensiamo che sono la povertà e il disagio a condurre a tali aberrazioni non è difficile rendersi conto che l’Occidente ha grandissime responsabilità: non solo perché non cerca di risolvere situazioni di guerra e conflitto, ma addirittura perché spesso concorre a crearne i presupposti.

Giorgio Monti, Emergency AfghanistanFare il lavoro che fa lei cambia in qualche modo la propria prospettiva sul mondo e sulla vita?

Cambia completamente la prospettiva con cui misuri il tuo mondo ed il resto del mondo, che appare più complesso, perchè conosci culture ed abitudini nuove. L’Italia si fa piccola e diventa più facile capire come ci vedono gli altri e come si sviluppano fenomeni globali, per esempio le migrazioni o le lotte feroci fra tribù e fazioni, di cui generalmente non sappiamo nulla. Quello che cambia in modo evidente è poi la percezione della quotidianità, il come si vivono e si valutano le piccole cose di tutti i giorni.

Quali sono le ultime missioni a cui ha partecipato e ce n’è una che l’ha segnata più di altre?

Kenya, Tanzania, Etiopia, Gibuti, Afghanistan, in questo caso con Emergency, Somalia, in assoluto fra le missioni più difficili, in particolare a Mogadiscio, dove abbiamo lavorato anche per l’Onu per evacuare le vittime dei combattimenti e degli attentati che avvengono quotidianamente in quella città. Credo che collaborare con i flying doctors sia estremamente gratificante e amo dire che è molto più quello che si prende rispetto a quanto si riesce a dare. Non c’è una missione che mi ha segnato più di altre, perché quasi tutte lasciano qualcosa dentro, ma certamente è molto difficile accettare razionalmente ed emotivamente di soccorrere le vittime dei conflitti e delle guerre. Si tratta per lo più di persone deboli, bambini, donne e anziani, che non solo non hanno scelto di esserne parte ma quasi sempre non ne hanno neppure mai condiviso fini e modi. Soccorrere queste persone implica fare i conti con le ingiustizie del mondo e constatare quanto sia grande la stupidità umana.

Amref Kenya

Cosa la ripaga di più?

Il lavoro è di per sé estremamente motivante, ogni giorno ti aspetta qualcosa di nuovo e inaspettato, si vola attraversando paesaggi di una bellezza disarmante con la possibilità di incontrare persone e realtà molto diverse. Tutti i giorni c’è qualcosa da imparare e qualche emozione di cui godere. Ciò che conta più di tutto è che la partecipazione e il senso di gratitudine che la gente ci esprime e anche quando mi devo confrontare con momenti drammatici sono sempre contento di quello che faccio.

Anche noi potremmo fare qualcosa, nel nostro piccolo?

Credo sia sufficiente fermarsi un momento e pensarci: pensare a quanta gente si trova in difficoltà, in pericolo, in condizione di malattia, miseria, guerra. Non servono gesti eclatanti, può essere sufficiente non voltare la testa dall’altra parte.

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