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Giorgio Celli: se il dottore è un cane

Uno dei maggiori etologi italiani parla della pet therapy. Non solo i classici compagni domestici come cani e gatti, ma anche cavalli, delfini, criceti, furetti e pesciolini rossi, possono aumentare il benessere di chi entra in contatto con loro: tra cura dell'handicap e coccola per chi ha bisogno di affetto e attenzione

di Francesca Tozzi
19 aprile 2010

Ragazzi con cane, foto morgueFile

 

Giorgio Celli, etologoCani, gatti, criceti, furetti, canarini… Compagni di vita e ansiolitici naturali. Si chiamano, non a caso, animali d’affezione, a cui sempre più persone si rivolgono per ricevere attenzioni, calore, coccole. Sullo stesso principio si fonda la pet therapy – la “terapia dell’animale domestico” che in Italia è stata trasformata in Aat, terapia assistita dagli animali. Ma non sono solo cani e gatti a offrire benefici all’uomo: ogni specie, anche il pesce rosso, ha una sua particolare “competenza” terapeutica. Per saperne di più, abbiamo parlato con il professor Giorgio Celli, etologo, scrittore, docente all’Istituto di Entomologia “Guido Grandi” dell’Università di Bologna ma soprattutto amante devoto dei gatti e fine conoscitore del mondo animale.

 

 

Bimba con cane, foto morgueFileDove si può fare la pet terapy in Italia?

 

Non esistono nel nostro Paese, che io sappia, centri di eccellenza o di riferimento, ma tante associazioni sparse sul territorio e gruppi di veterinari e psicologi. Sulla base degli animali impiegati, questo tipo di medicina viente praticata in molte strutture, dagli ospedali di Padova e Imola all’Ospedale pediatrico di Como al delfinario di Rimini. In Italia, però, la pet therapy non è ancora istituzionalizzata come dovrebbe essere: siamo ancora indietro.

 

Perché secondo lei?

 

È una pratica che viene ancora guardata con sufficienza, come fosse una medicina alternativa; ma non è così: si tratta di una branca della medicina ufficiale, tanto che negli Stati Uniti le ricerche del settore vengono oggi pubblicate su importanti riviste internazionali.

 

Chiunque può esercitarla?

 

No. È necessario conoscere bene sia i comportamenti e la psiche umana sia quelli dell’animale; ci vuole una figura bivalente – un medico psicoterapeuta con precise competenze da etologo – perché la coppia uomo-animale funzioni. La nevrosi dell’uomo non dovrebbe mai passare al cane o al gatto durante la terapia: non sono oggetti ma soggetti interagenti. Tra i due si deve stabilire un rapporto di simbiosi, non una forma di parassitismo in cui il paziente sta bene, è felice, ma l’animale riceve un danno o fa qualcosa contro il suo benessere.

Cane con padrone, morgueFile free photo

Per esempio?

 

A volte l’animale è costretto a giochi ed esercizi che non ha voglia di fare; spesso nei delfinari i delfini vengono impiegati per gli spettacoli e nel loro “tempo libero” per la pet therapy; vengono così sottoposti a turnover intensi e stressanti e sviluppano quindi un’aggressività anomala, diventano cattivi (sospetto che ci sia lo stress dietro il caso dell’orca che ha ucciso la sua istruttrice). Un’aggressività che si scatena senza preavviso, anche se non produce lesioni fisiche, è pericolosa per alcuni soggetti deboli come i bambini autistici per i quali viene utilizzata molto la terapia con il cane: basta un cambiamento nell’atteggiamento dell’animale – che può rifiutare improvvisamente il compagno di giochi o diventare non comunicativo – per turbare un bambino in un momento in cui, a fatica, comincia ad accettare un rapporto; va sottolineato che il rifiuto colpisce l’inconscio del paziente. Per questo è fondamentale che ci sia armonia.

 

Questa pratica è più efficace con i disturbi fisici o con quelli psicologici?

 

Sui che ha un handicap fisico di solito dà buoni risultati l’ippoterapia. Non fa miracoli, ma sicuramente ne migliora la gestione: dovendo interagire con il proprio cavallo e prendersene cura il paziente deve fare uno sforzo per non lasciarsi andare alla propria inerzia, combattere la tentazione di isolarsi dal mondo; se impara a cavalcare acquista una maggiore sicurezza in se stesso e fiducia negli altri. La coppia uomo-cavallo è intima e si richiama alla metafora del centauro: l’empatia è totale, la comunicazione fra i due avviene sulla base di segnali minimi e movimenti del corpo quasi impercettibili.

In generale la pet therapy viene applicata di più per i disturbi di tipo psichico ed emozionale, ma non dimentichiamo che la mente e il corpo sono strettamente collegati. Quando fa le fusa, il gatto produce endorfine per il proprio benessere, ma nello stesso tempo ne stimola la produzione nella persona che lo sta accarezzando in una sorta di riecheggiamento endocrino. Sembra poi che il contatto con i gatti abbia effetti positivi sull’ipertensione.

 

Perché l’amore di un animale rappresenta una forte iniezione di fiducia?

 

Perché l’animale è un compagno che non esprime giudizi. Chi ha carenze psichiche non si trova mai a disagio per paura di “non essere qualcosa” per il proprio animale: è un rapporto basato sull’armonia e non sul confronto. Funziona come una sorta di unguento psichico.

Cane e gatto, morgueFile free photo

Cane o gatto?

 

Gli approcci sono diversi. Il rapporto stretto con un cane presuppone la mobilità. Il cane è un collante sociale perché facilita gli incontri; mentre il gatto di solito è un compagno d’appartamento, il cane abita il mondo con noi, esce con noi a conoscerlo e a esplorarlo, è un compagno di strada.

 

Cane con padrone, morgueFile free photoQuali sono gli animali più adatti alla pet therapy?

 

Nel rapporto con qualsiasi animale si crea una proiezione empatica che passa attraverso un canale differente: perfino il pesciolino rosso nell’acquario porta beneficio a chi lo contempla agendo come una sorta di sedativo; il canale di contatto in questo caso è l’occhio. Con gli uccelli si attiva la linea canora: attraverso l’orecchio l’animale tranquillizza e rallegra il coinquilino umano. Il gatto attiva in prevalenza le funzioni tattili; il criceto e il furetto sono a metà strada fra l’occhio – il piacere di osservarli mentre giocano – e il tatto; per il cane così come per il delfino il canale prevalente è quello ludico e coinvolge più sensi. Diciamo che ogni animale offre le sue peculiari competenze.

Quale animale è adatto per curare i bambini?

 

Il delfino è un ottimo compagno anche per i più piccoli mentre il cavallo richiede una certa età per poter essere guidato. Ai bambini autistici fa bene l’amicizia con un compagno socievole e interessato come il cane: attraverso il gioco, sempre sotto la sorveglianza e la guida degli esperti, si costruisce la fiducia.

 

E per gli anziani?

 

Il cane e il gatto. Anche se il tatto è spesso trascurato e sottovalutato a favore di sensi giudicati più nobili, come la vista, l’uomo ha un naturale bisogno tattile, cerca e apprezza il contatto fisico; un bisogno che si esprime per esempio quando si fa l’amore. Con il passare del tempo questi scambi si fanno più rari e quindi per un anziano accarezzare a lungo il manto di un gatto, tenere in grembo il suo corpo caldo è un modo piacevole e tranquillizzante di compensare l’assenza di esperienze tattili.

Gatto, morgueFile free photo

 

 

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3 risposte a Giorgio Celli: se il dottore è un cane

  1. Ce stanno le spiagge organizzate x chi ha i cani, e allora sfruttatele ! Ve l’hanno mai spiegato che le feci di cane e gatto sono iperparassitarie ? E sulla spiaggia anche se usi il sacchettino, tutti i bambini che giocano sono costretti a sottostare a sta sozzeria ? Fatela finita con questa moda del cane in 60 mq !!vi definite animalisti !

  2. Sabrina

    Il mio cane sono io anche in spiaggia!!!!! Nn esiste che io sono in spiaggia e lui a casa! Invertiamo i ruoli?eppure ci sono ancora tanti tabù e ci ritroviamo sempre a dover combattere!

  3. filippo

    bene continuiamo cosi largo ai cani e via gli umani.Ma se ci sono piu cani che uomini… se tutti li portassero a fare il bagno. a me personalmente fa schifo tuffarmi in mare dove si bagnano dei cani e sdraiarmi sulla sabbia dove prima a defecato un cane , anche se poi diligentemente il padrone la porta via. Signori ormai abbiamo perso la bussola…

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