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Gino Strada: «Se fossi ministro eliminerei il profitto dalla Sanità»

Il fondatore di Emergency racconta che per creare nuovi ospedali in Africa bastano 300 milioni di euro, la stessa cifra che spendiamo per un giorno di guerra in Afghanistan

Fabio Di Todaro
29 ottobre 2015

Gino Strada, fondatore di EmergencyOgni anno, nel mondo, muoiono 6,3 milioni di bambini con meno di cinque anni.Quasi la metà di essi dice addio alla vita nei primi 28 giorni di vita. E’ sotto il peso di questi numeri che è fallito il quarto obiettivo di sviluppo del millennio, con cui l’Onu puntava a ridurre di due terzi la mortalità infantile nel mondo, entro il 2015. Quel che è stato fatto, riguarda i bambini che hanno già superato lo “scoglio” del primo mese di vita. Per i più piccoli l’emergenza è viva: nei paesi a risorse limitate le figure professionali dedicate sono assenti e la voce dei genitori rimane inascoltata. «Servono cure di eccellenza gratuite e ospedali puliti ed efficienti», è il messaggio lanciato da Gino Strada, fondatore di Emergency, nel corso del quarto congresso nazionale di cure del neonato nei Paesi a limitate risorse, organizzato dalla Società Italiana di Neonatologia e a pochi giorni dal conseguimento – è il primo italiano – del “Right Livelihood Haward”, il “Nobel alternativo”. Motivazione: «Per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire assistenza medica e chirurgica di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra».

Strada, andiamo subito al dunque: qual è il livello delle cure garantito in Africa, nel Medio Oriente e in Sud America?

Sono in pochi a riconoscere l’uguaglianza nelle cure nei posti “dimenticati”, violando così anche la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Basare la medicina sul rispetto di queste prerogative è l’unico modo che abbiamo per ottemperare al nostro dovere. Uguaglianza, qualità e responsabilità sociale: è così che si garantisce lo stesso standard di cure a tutti».

Volontario di Emergency al lavoro Foto: www.emergency.itEvidentemente, però, chi rispetta questo dogma è l’eccezione.

In alcune realtà di grande disagio c’è chi porta una medicina da terzo mondo e commette così un crimine sociale. L’eccellenza, se c’è, va portata ovunque. E’ così che i modelli diventano replicabili, la conoscenza aumenta e attrae risorse. E’ da qui che occorre passare per disegnare sistemi sanitari efficienti a tutte le latitudini».

Di cosa c’è bisogno, ancora, nei Paesi africani?

Parliamo di un intero continente privo di un centro specialistico per la cura dei tumori e dove Emergency, nel 2007, ha creato un primo polo d’eccellenza cardiochirurgica: a venti chilometri da Kartoum, in Sudan. è qui che, finora, sono stati operati pazienti provenienti da venticinque Paesi. Dal 2009 siamo al lavoro con le istituzioni di undici nazioni per costruire un network di strutture d’eccellenza, potenziare la prevenzione delle malattie e la fornitura di cure primarie. Purtroppo viviamo in un mondo ancora iniquo: troppe risorse da una parte, troppo poche dall’altra. Occorre ristabilire i giusti equilibri».

Quanto servirebbe per creare nuovi ospedali d’eccellenza in Africa?

Trecento milioni di euro e tre anni, la stessa cifra che spendiamo per un giorno di guerra in Afghanistan. Ogni volta che si opta per un conflitto, si decide di fare altre vittime e ingrossare la quota di popolazione mondiale che vive nella miseria. Occorre cambiare prospettiva. Dobbiamo convincere i Governi occidentali che è molto più conveniente investire in salute e non in armi e conflitti. Le strutture di eccellenza si possono creare anche in Africa. è così che si donano speranze e si cancellano le utopie».

Foto: www.emergency.itStrada, lei che lo osserva da lontano: come funziona il nostro sistema sanitario?

E’ ancora di buon livello, sebbene la qualità sia crollata nell’ultimo decennio. E la colpa, mi spiace dirlo, è anche di molti colleghi che non pongono l’accento sui veri problemi, che non sono i tagli alla sanità. La realtà è che i servizi forniti non sono basati sulle esigenze della popolazione, ma inquinati dagli interessi delle lobbies e delle aziende farmaceutiche. Chi dovrebbe occuparsi di assicurare il benessere, ha aperto le porte al profitto. è qui che torna il concetto di responsabilità sociale. Le cure migliori vanno garantite a tutti, gratuitamente».

Come agirebbe se fosse lei il ministro della Salute?

Eliminerei il profitto dalla sanità. L’obiettivo deve essere la salute del paziente, non il pareggio di un bilancio. In Italia si può avere una sanità d’eccellenza a costi dimezzati rispetto a quelli attuali. Il primo passo da compiere è l’eliminazione di un conflitto di interesse: il pagamento a prestazione. E’ un modo contrastante di fare medicina, perché spinge il medico ad avere più malati, così da poter fare più prestazioni. Il risultato è che oggi ci sono milioni di persone non più in grado di garantirsi le cure».

Come fa, allora, la sanità italiana a mantenere ancora di buon livello?

Il merito è di quei medici e degli infermieri che non si sono ancora piegati alle logiche di politica sanitaria».

Il “marcio”, dunque, sembra nascondersi nei palazzi del potere, più che nelle corsie degli ospedali.

Oggi la sanità genera profitti più alti di quelli che si assicura l’industria bellica negli Stati Uniti. Investire in questo campo conviene, perché il rischio è pari a zero. Prima o poi tutti avremo bisogno delle cure: così il profitto è sempre garantito. Fino a quando lo Stato tutelerà le convenzioni tra pubblico e privato, continueremo a toglierci soldi dalle tasche per arricchire poche persone e privare tutte le altre della possibilità di avere le cure migliori a costo zero».

Twitter @fabioditodaro

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