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Gianni Bassi e Rossana Zamburlin: educarsi a essere genitori

Per essere credibili e autorevoli non serve imporre o vietare. Parola degli psicologi Bassi e Zamburlin, esperti nelle relazioni familiari, che consigliano a padri e madri di ascoltare i ragazzi e di mostrarsi convinti in prima persona dei comportamenti che insegnano loro. Per sviluppare dialogo e fiducia, allontanando il rischio di cattive abitudini. A tavola, ma non solo

Francesca Tozzi
5 settembre 2011

Rossana Zamburlin e Gianni BassiI genitori non hanno il libretto delle istruzioni pronto per l’uso dei figli. Così, quando i loro piccoli passano la soglia dei 12 anni e cominciano a esagerare con il junk food, a fumare, a passare ore davanti alla playstation accumulando chili su chili, padri e madri non sanno più come comportarsi e spesso si dibattono inutilmente fra permissivismo e autoritarismo. Come insegnare le buone abitudini scoraggiando quelle cattive senza essere impositivi, ma efficaci? Abbiamo chiesto qualche consiglio a due psicologi, marito e moglie, che da sempre lavora sui problemi di coppia e del rapporto fra genitori e figli: Gianni Bassi e Rossana Zamburlin. Entrambi psicologi accreditati in sessuologia, psicologia scolastica e  dello sport, hanno fondato nel 1989 il Centro Studi Psicanalisi del Rapporto di Coppia

Dottoressa Zamburlin parliamo di buone abitudini alimentari…

L’importanza di una dieta variata, la superiorità di quella mediterranea, la scelta biologica e la cultura che presuppone: tutto questo va vissuto dai genitori in prima persona e solo dopo insegnato ai figli. Devono crederci entrambi, padre e madre e mandare al figlio un messaggio univoco, perché se uno dei due svaluta il discorso, il figlio userà questa motivazione per passare a un livello regressivo che poi è quello cui già lo spinge la pubblicità: ovvero il principio del piacere. La televisione trasmette modelli alimentari scorretti che condizionano i ragazzi. Compito dei genitori è saper andare controcorrente in modo coerente e convinto. In un ragazzo la dieta scorretta e sregolata è spesso indotta da modelli esterni che fanno leva su dipendenze a loro volta alimentate da un vuoto di tipo spirituale, emotivo o relazionale.

Che fare allora?

I genitori devono sapersi mettere in relazione profonda con i figli per capire se dietro questi comportamenti c’è un vuoto e da dove nasce un eventuale disagio. Molti adolescenti, infatti, si sentono trascurati da adulti troppo presi dai loro impegni e soffrono della mancanza di contatto fisico. Non solo i bambini ma anche i ragazzi hanno bisogno di essere abbracciati ed è bene che prevalgano gli abbracci con il genitore dello stesso sesso per la costruzione dell’identità sessuale. Bisogna spiegare loro cosa presuppone e determina una scelta alimentare, dandogli il tempo di capire e accettarla o meno in modo autonomo, cosa che di solito succede se il dialogo funziona. Imporre comportamenti alimentari, invece, fa scattare il meccanismo della “contro identificazione” che nell’adolescente dà origine a diverse forme di ribellione per allontanarsi dal modello imposto. Il fast food, infine, non va demonizzato. Ogni tanto tutta la famiglia può andare a farsi un bel Big Mac: anche saper sgarrare insieme, ogni tanto, ha la sua importanza.

Image by © Jose Luis Pelaez, Inc./Blend Images/Corbis

Dottor Bassi, spesso gli adolescenti non vogliono fare sport e hanno problemi di sovrappeso ben prima dei 12 anni. Come si affronta il problema?

Lo sport fa bene allo sviluppo psicofisico, si sa, ma la cosa non può essere risolta mandando semplicemente i maschi a giocare a calcio e le femmine a danza, iscrivendoli a caso a questo o a quel corso, o per imitazione degli altri genitori. Una volta si giocava con i figli all’aperto, ora il più delle volte li si parcheggia negli impianti sportivi perché non si ha il tempo e la voglia di seguirli. Anche lo sport necessita di educazione e prima ancora di ascolto, per capire con i figli quale sport risponda alle loro attitudini e necessità, e per motivarli. Non va dimenticato, poi, che spesso gli adolescenti sovrappeso, quelli che più necessitano di fare attività fisica, rifiutano gli sport di gruppo perché vengono presi in giro dai compagni o vivono male la disciplina imposta dall’allenatore.

Image by © PNC/CorbisIl genitore può trovare una soluzione individuando  uno sport più consono allo sviluppo del figlio o può parlare con l’insegnante di educazione fisica o magari anche organizzare un incontro, una festicciola con i compagni di squadra, per creare accoglienza e consentirgli di socializzare.

Alcuni adolescenti cominciano a fumare molto presto. Cosa deve fare un genitore quando se ne accorge?

Sembrerà banale ma un genitore che fuma non ha molte possibilità di risultare credibile nel momento in cui vieta al figlio di farlo dicendogli che quell’abitudine fa male alla salute. Torniamo al discorso della coerenza e dell’esempio in prima persona. Non si può imporgli di non fumare così come non si può vietargli di fare sesso: nella fascia d’età dai 12 ai 15 anni il fumo e il sesso sono vissuti come passaggi obbligati per diventare adulti e i ragazzi sentono molto la dimensione del gruppo, seguendo le indicazioni e l’esempio dei coetanei con cui si identificano. Questo li porta spesso a fare delle scelte per cui non sono ancora pronti.

Che fare allora se non si può “imporre” il giusto comportamento?

Per quanto riguarda il fumo è sufficiente spiegare loro le conseguenze negative a breve e lungo termine, senza drammatizzare ma con chiarezza perché a quell’età sono già in grado di capire. È importante dare anche il buon esempio conducendo una vita sana e regolata nei limiti del buon senso. Un fumatore incallito può anche tentare un discorso onesto di questo tipo: “forse io non sono la persona migliore per dirti di non farlo, ma fumare fa male e questa è la fine che potresti fare anche tu se non mi prendi sul serio”. Poi,  però è sempre importante, e questo vale anche per l’argomento sesso, che ci si confronti con i figli sull’idea che, diventare adulti, significa essere se stessi nel mondo e non imitare gli altri. Il genitore deve favorire l’emancipazione del figlio, che non è un contenitore vuoto da riempire di buoni consigli, ma una giovane persona da cui tirare fuori l’essenza. Un po’ come faceva Socrate con la sua maieutica: non insegnava la verità, la tirava fuori dal singolo attraverso il dialogo e ognuno aveva la propria. Educare un figlio vuol dire “e-ducere”, tirare fuori la sua autenticità per aiutarlo a esprimerla attraverso le cose che lo fanno sentire bene e possono realizzarlo.

Dottoressa Zamburlin, perché oggi ci sono ancora tanti scontri generazionali?

È normale e salutare che ci sia un confronto. Anche se i problemi di comunicazione non derivano dal fatto che i genitori non hanno gli strumenti per interagire con i figli, diciamo che, più spesso, non ne hanno il tempo e la voglia. Gli schemi educativi sono molto diversi da quelli del passato: anche il genitore ha bisogno di formarsi e di essere guidato. Non c’è niente di cui vergognarsi e non si tratta di una negazione del proprio ruolo, semmai un potenziamento. L’autoritarismo porta in se l’automatismo, la tentazione di replicare sui nostri figli schemi che i nostri genitori hanno applicato sui di noi, mentre l’ascolto implica il saper guidare i ragazzi sulla base del loro potenziale ma anche il sapersi mettere in discussione. Ricordiamoci poi che non esiste solo l’educazione sessuale su cui ci si è troppo concentrati negli ultimi tempi, ma anche l’educazione sentimentale, e che le due cose vanno di pari passo. L’adulto che sa parlare con il partner delle proprie emozioni, in modo libero e sereno, e che insegna anche a suo figlio a farlo aiuta così lo sviluppo della sua intelligenza emotiva. Se non si cura questo aspetto il rischio è quello di tirar su ragazzi magari intelligenti e consapevoli ma che in fondo sono, e rimarranno, degli analfabeti emotivi.

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