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«Genitori, fate vivere serenamente lo sport ai vostri figli»

Rocco Persampieri ex calciatore, oggi dirigente e formatore sportivo federale, spiega quali problemi si vivano nel mondo dello sport e come intervenire per risolverli

Andrea Ballocchi
17 marzo 2017
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Secondo Rocco Persampieri “bambini e ragazzi hanno il diritto di giocare e fare sport per divertirsi, non di pensare a fare carriera o a dover pagare il mutuo”, Foto iStock

Lo sport va alla deriva? Verrebbe da pensarlo, leggendo quanto accaduto a un calciatore di terza categoria di una squadra provinciale aggredito perché ha difeso il suo compagno “colpevole” solo per il fatto di essere di colore. Ma di risse in campo e, soprattutto, fuori ce ne sono praticamente tutte le settimane. I protagonisti non sono ultras, ma genitori: papà e mamme di bambini e ragazzi sottoposti a loro volta allo spettacolo imbarazzante di risse tra adulti. E fortunatamente c’è chi ha deciso di mettersi a disposizione e offrire consigli perché società sportive, genitori e figli possano trovare un riferimento e un progetto concreto per cambiare lo stato di fatto. E’ Rocco Persampieri ed è un formatore sportivo, uno che l’ambiente sportivo lo conosce bene, dato che, da ex calciatore professionista ha calcato i campi fino a 39 anni, militando nelle serie minori: un ruolo professionale il suo in grado di fare da collante tra la società sportiva e atleti.

«Alla soglia dei 30 anni mi sono dedicato a studi specifici da dirigente sportivo, in particolare fungendo da figura in aiuto ai ragazzi a percorrere il passaggio dal settore giovanile a quello in prima squadra, aiutando nel contempo i genitori a comprendere le dinamiche di una società sportiva. Volevo fornire un sostegno alle famiglie, pensando non solo ai ragazzi destinati a far carriera, ma a tutti. Spesso è capitato e accade purtroppo ancora oggi, che giovani che si separano dal mondo sportivo poi incorrono in errori evitabili se solo venissero correttamente accompagnati e seguiti nella loro crescita».Ora Persampieri collabora con Apic, l’Associazione di psicologia integrata e complementare, di Pavia, coordinata dalla psicoterapeuta adleriana Francesca Molina che ha appoggiato e condiviso il suo progetto di lavoro sui genitori, per insegnar loro a vivere nel modo corretto il rapporto del proprio figlio con lo sport.

Quanto c’è bisogno di una figura come il formatore sportivo?

Abbiamo un milione di realtà sportive dilettantistiche in Italia e c’è bisogno di figure capaci, che possano sostenere la crescita dei ragazzi e di tutto ciò che ruota intorno a loro. Di ragazzi abbandonati o non compresi ce ne sono tanti: ne ricordo uno in particolare, che aveva fatto il militare con me: si chiamava Alessandro, è entrato nel calcio professionistico e a 29 anni, non trovando risposte al suo malessere esistenziale si è tolto la vita. Mi domando: ma nessuno se n’è accorto prima? Non c’era nessuno con cui poteva parlare? Mettersi in ascolto, individuare una risposta, mettere il soggetto a contatto con uno psicologo, uno psichiatra o a un altro professionista aiuterebbe a risolvere tante situazioni. La prevenzione è fondamentale.

E’ cambiato il modo di vivere nelle società giovanili da quando giocava lei ad oggi?

No. Ci si allena, si gioca, si vive l’ambiente sportivo e di per sé va bene, ma è il contesto esterno a essere cambiato. Capita che i genitori di bambini e ragazzi promettenti pensino al figlio come a una futura fonte di reddito. Ma sono bambini e ragazzi e hanno il diritto di giocare per divertirsi, non di pensare a fare carriera o a dover pagare il mutuo. Di esempi distorti ne ho visti tanti: un esempio è il ragazzino che, stanco dei continui rimproveri a bordo campo del padre si è fermato durante la partita, ha preso in mano il pallone e gli si è rivolto dicendogli di scendere in campo lui. Il problema è reale e in espansione non solo del calcio, ma anche in altre discipline.

Quali sono le principali azioni utili a rieducare i genitori nei confronti del figlio atleta?

Chi è genitore – lo sono anch’io – inizialmente fa fatica ad accettare una figura come la mia che si rivolge a lui per il proprio bene e per quello del proprio ragazzo. Per questo cerco di condividere un’esperienza, facendo in modo che l’ambiente sportivo sia vissuto in maniera armonica. Infatti, col gruppo genitori che seguo cerco di trasmettere la loro passione sportiva e incanalarla in modo positivo, proponendogli di allenarsi e scendere in campo anche loro e poi facendo un percorso d’aula dove spiego cos’è il carattere, come si evolve. Così imparano a lavorare su loro stessi, vivendo diversamente l’esperienza sportiva. È una proposta aperta a tutti anche se l’intervento è mirato particolarmente ai genitori dei figli che mostrano segnali particolari di inquietudine e di aggressività come può essere il bullismo. Sono riuscito a far partecipare decine di papà e mamme nelle varie società con cui ho collaborato. Si provano diversi percorsi finalizzati a far sì che il giovane possa vivere e crescere in modo equilibrato e positivo.

Veniamo invece al ragazzo e alla vita negli spogliatoi. Come viverlo in modo equilibrato?

Nell’ambiente sportivo l’ordine e la disciplina sono elementi positivi che aiutano a crescere. Un altro fattore positivo è rendere sempre più indipendente il bambino, per esempio partendo a fargli preparare la borsa, a sistemarla correttamente quando termina l’allenamento e, infine, portarla lui e non il genitore. Compito dell’allenatore è placare gli animi “caldi” nello spogliatoio, riportando armonia ed evitando episodi di aggressività. La figura del genitore deve essere di aiuto a tutto questo. Il giovane può sbagliare ed è naturale, ma è l’adulto che deve saper riconoscere gli atteggiamenti sbagliati e porre rimedio in modo adeguato.

Torniamo ai fatti recenti di razzismo in campo: come si sconfigge questo problema?

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Questo è sport! Rocco Persampieri in compagnia dei calciatori della Freedom, squadra composta da rifugiati, Foto: Rocco Persampieri

Posso solo ricordare con piacere la mia esperienza con la Freedom, squadra di profughi (sfrattata da Mortara per volontà del sindaco – nda) seguiti dalla cooperativa sociale Faber per far sì che potesse essere svolto un percorso positivo per i ragazzi. Abbiamo dato loro una disciplina sportiva, educandoli a giocare correttamente. Si sono sempre comportati degnamente, anche quando capitava che fossero provocati. Alcuni si sono integrati in altre società dilettantistiche. Mi ha insegnato molto la loro umiltà nell’affrontare l’allenamento malgrado non fossero provvisti a volte persino delle scarpe. Porto spesso il loro esempio ai ragazzi delle nostre società in cui se non hanno la scarpa firmata o il giubbino “giusto” si fanno dei problemi.

Consigli per adulti e ragazzi?

Ai genitori il primo consiglio è far vivere l’esperienza sportiva ai figli in modo sereno, sapendo essere spettatori e non protagonisti. La tensione agonistica è giusto che ci sia, ma va fatto capire al ragazzo che si deve divertire ed esprimere ciò che sa fare. Nello spogliatoio ci deve essere serenità, condivisione. Il papà e la mamma che assistono non devono esultare in modo esagerato quanto, soprattutto, incoraggiare il proprio figlio e anche tutti gli altri componenti della squadra. L’incitamento corale alimenta l’armonia. Il ragazzo, da parte sua, eviti anche lui esultanze copiando il top player, ma esprimendosi naturalmente. Fare sport è e deve essere gioia.

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