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Francesco Petretti: ripartire dall’educazione per vivere meglio

Il noto biologo e naturalista, collaboratore del Wwf e tra gli autori di "Geo & Geo" ha un approccio concreto e positivo ai temi ambientali. È convinto che una vita ecologicamente corretta non soltanto sia ormai indispensabile, ma garantisca anche una miglior qualità della vita. Per questo tutti dovremmo averla come obiettivo

Lia del Fabro
5 luglio 2011

Francesco Petretti, biologo e naturalistaL’approccio di Francesco Petretti ai temi dell’ambiente è concreto e positivo. La sua è una passione contagiosa per tutto ciò che riguarda la natura e soprattutto gli animali, che ritrae in bellissimi acquarelli.

È riuscito a trasformare in un lavoro quell’entusiasmo che lo caratterizza anche oggi a 51 anni e che lo accompagna sin da bambino quando ha iniziato a interessarsi di animali e di disegno.

Ha poi studiato scienze biologiche, con un’attenzione particolare per l’ornitologia su cui conduce ricerche e studi, è autore di numerosi libri, collabora con il WWF, scrive per quotidiani e riviste, insegna Gestione delle risorse animali e Comunicazione della Scienza presso le Università di Camerino e del Molise, partecipa spesso come autore e interviene alla trasmissione della Rai Geo & Geo.

 

Qual è la sua opinione sulle aree protette in Italia?

Penso che, nelle loro differenze, siano la parte migliore del nostro Paese. Sono tutti, piccoli e grandi territori, scrigni importanti di biodiversità. Credo che più che aumentarne la superficie, l’obiettivo sia di migliorarne il livello di gestione. Fare un parco non significa solo tracciare dei confini sulla carta geografica e stabilire dei vincoli ma è necessario farlo vivere e funzionare, puntando sulla qualità del paesaggio, piante, animali ed esseri umani che ci vivono. La gestione non è sempre facile in un Paese sovraffollato come il nostro. La giornata del WWF dedicata alle aree protette (il 22 maggio scorso), per esempio, è stata bellissima: sono stato all’oasi di Monte Arcosu, in Sardegna e posso testimoniare come le persone abbiano sempre più voglia di vivere la natura in prima persona, principalmente in questi territori protetti, attrezzati con passerelle di legno e sentieri dove tutti, anche i disabili, a differenza che nelle nostre città, possono tranquillamente transitare.

Mount Arcosu in Sardegna, album di earien/flickr

La natura in città. Su questo tema, è stato tra i primi a segnalare l’adattamento di animali selvatici nelle aree urbane. Come interpreta questo fenomeno?

Prima di tutto è un segnale positivo perché vuol dire che le aree urbane non sono poi così terribili dal punto di vista ambientale. Ed è un segnale incoraggiante anche per noi. Dobbiamo tener presente che l’ambiente naturale è ormai diventato un grande intreccio di relazioni tra città e campagna e che il tessuto urbano occupa una grossa parte del territorio.

Gabbiano reale a Roma, album di Sound80Roma/flickr

Di recente una lupa con i suoi piccoli ha fatto la tana nel centro di un paese in Abruzzo e a Roma vivono 1000 coppie di gabbiano reale, 50 di falco ghebbio, decine di migliaia di uccelli canori, e poi istrici, volpi, tassi che spesso arrivano nel centro della città e ben vengano. I problemi, semmai, nascono dalla disponibilità di cibo in gran quantità nelle discariche. È questo che crea squilibri demografici: non si dovrebbero tappare le falle con campagne di sterminio, ma piuttosto fare in modo che, per esempio i gabbiani non abbiano a disposizione troppi alimenti a cielo aperto. Solo in questo modo si  riprodurranno di meno, tornando a cercare cibo in mare, con un riequilibrio demografico naturale.

Qual è lo stato di salute delle foreste, visto che il 2011 è stato dichiarato dall’ONU l’anno a loro dedicato?

A livello mondiale l’attenzione è come sempre concentrata sulle grandi foreste tropicali. Il fenomeno della distruzione di quella Amazzonica, dopo un rallentamento, ha ripreso con estrema virulenza. È poi terribile lo scempio delle foreste dell’Africa equatoriale e dei Paesi del Sud-Est asiatico. Una piccola spia di positività riguarda il tentativo di commercializzare solo legname certificato proveniente da foreste sfruttate in modo sostenibile, ossia dove si prelevano solo gli alberi necessari ai consumi senza alterare l’ecosistema. Nelle zone  temperate le foreste al contrario aumentano.

Bosco, album di coda.allegra/flickrIn Italia, a causa del declino delle  attività agricole in alcune aree marginali, si sta verificando  un’espansione spontanea dei boschi. Questo non è un segnale sempre positivo, lo dico da ecologo, perché corrisponde all’abbandono di prati, pascoli e malghe d’alta montagna con ripercussioni sugli ecosistemi di quelle zone.

In generale, secondo lei, sta aumentando la consapevolezza che la “rivoluzione ambientale” passi anche attraverso pratiche del buon vivere, scelte di vita  individuali che considerino il verde come bene comune?

La mia sensazione dal rapporto diretto e frequente con le persone che per lavoro mi capita di incontrare, viaggiando anche nelle campagne e nei piccoli centri, è che ormai sia maturata la sensibilità nei confronti dei problemi ambientali. Ma i cittadini devono sapere “cosa fare”. Faccio un esempio: la raccolta differenziata dei rifiuti è un fatto cui aderiscono spesso con certo orgoglio anche bambini e persone anziane.  Ma dobbiamo intervenire affinché ciò avvenga nel giusto modo. Dobbiamo insomma dare gli strumenti perché questa sensibilità divenga una realtà.

Come si può accrescere la consapevolezza (soprattutto nei giovani) che la tutela dell’ambiente corrisponde a una migliore qualità della vita?

Sarebbe fondamentale, per modificare gli stili di vita, agire soprattutto sull’educazione dei bambini della scuola primaria perché l’età formativa e ricettiva per i comportamenti futuri è quella fino ai dieci anni. Con i ragazzi più grandi, l’approccio dovrebbe essere diverso: magari facendoli riflettere sul fatto che da un impegno a favore dell’ambiente e della difesa della natura, potrebbe anche nascere un lavoro e più in generale cercando sempre di far ragionare i giovani sul futuro che li aspetta.

Tre cose da fare subito per la sopravvivenza del Pianeta?

Primo: capire che una vita sostenibile, in rapporto con la natura, non è né triste né avvilente ma può essere di grande soddisfazione. Soprattutto insegnare ai ragazzi che una vita “austera” ed ecologicamente corretta può essere felice e bella. Secondo, la qualità della vita dipende dalla qualità dell’ambiente e la qualità dell’ambiente dipende dallo stile di vita:  c’è una corrispondenza biunivoca che dovrebbe guidarci in tutti i nostri comportamenti. Infine il terzo aspetto riguarda l’economia. Si dovrebbe capire che alcune attività produttive fanno bene all’ambiente ma anche alle nostre tasche e all’economia. Pensiamo ancora alla raccolta differenziata dei rifiuti che dovrebbe essere fatta in modo sostenibile ed economicamente conveniente, premiando il cittadino che la esegue e  pensando a un intervento di sostegno all’industria che ricicla rifiuti per ottenere determinati prodotti. Economisti, politici e amministratori dovrebbero individuare insieme meccanismi, indirizzi e azioni da realizzare, in modo che tutto abbia un ritorno effettivo. Perché è finita l’epoca degli slogan astratti e dobbiamo partire subito se vogliamo almeno avviarci sulla strada del cambiamento.

Recycling storytime for the kids, album di San Jose Library/flickr

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