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Francesco Perrini: i nuovi manager della filantropia

Il volontariato va bene ma non basta. Perchè aumentare la professionalità delle imprese sociali significa migliorare i loro risultati ed estendere la loro preziosa azione. Parola del titolare della cattedra in Social Entrepreneurship all'università Bocconi di Milano dove si formano i professionisti del futuro. In linea con la filosofia della venture philanthropy

Vincenzo Petraglia
1 luglio 2011

Francesco Perrini, economistaFare profit anche per aiutare il non profit. Il concetto è semplice e sta alla base della cosiddetta social entrepreneurship, abbracciata ormai dai più grandi filantropi del pianeta, da Bill e Melinda Gates fino a George Soros passando per i Rockefeller. Un approccio che si sta sviluppando pian piano anche in Italia e di cui parliamo con Francesco Perrini, direttore del CReSV (Centro di Ricerca su Sostenibilità e Valore dell’Università Bocconi) e titolare della Sif Chair of Social Entrepreneurship, finanziata dalla Società italiana di Filantropia (Sif), il network che riunisce alcune importanti fondazioni italiane e si pone come punto di riferimento per i percorsi filantropici nel nostro Paese.

Lei è titolare in Bocconi della cattedra in Social Entrepreneurship che forma i professionisti del futuro in ambito sociale. Ci spiega meglio di che cosa si tratta?

Questa cattedra è finanziata da sette filantropi visionari che hanno voluto importare in Italia l’approccio alla venture philanthropy, o filantropia attiva, tanto diffusa nel mondo anglosassone, per aumentare la cultura dell’impresa sociale.

La novità sta nel fatto che per la prima volta questo corso sulle imprese sociali è dedicato agli studenti di economia. Viene pertanto svolto nell’ambito dei principi di gestione delle imprese tradizionali, quindi finanza, management e così via, proprio con l’idea di aumentare la professionalità delle imprese sociali senza lasciarle in mano al solo volontariato. Molti studi all’estero dimostrano che se le imprese sociali sono impostate secondo una logica manageriale il loro impatto e i loro risultati migliorano. Facciamo un esempio: se un’impresa sociale utilizzando le regole del no profit e del volontariato riesce ad aiutare 55 bambini malati terminali, quella stessa impresa, svolgendo la stessa attività ma in maniera professionalizzata, si stima riesca ad avere con lo stesso budget un impatto sociale di gran lunga superiore e ad aiutare pertanto circa 80-90 bambini. In una situazione di crisi e scarsità di risorse come quella attuale, è facile capire quanto questo meccanismo possa risultare strategico e dar vita a miglioramenti più che proporzionali rispetto al restringimento dei budget.

SCA sealed a three-year partnership with Oxfam Novib - album di SCA Svenska Cellulosa Aktiebolaget /flickr

Esistono in Italia reti di imprenditori attenti al sociale, realtà che in qualche maniera li mettano in collegamento dando loro la possibilità di confrontarsi su queste tematiche?

La Sif Chair in Social Entrepreneurship nasce dal finanziamento della Società Italiana di Filantropia, un network di soggetti che nel fare beneficenza applicano la filosofia della venture philanthropy. Ne fanno parte realtà molto differenti: finanziatori e filantropi appunto, fondazioni di banche, famiglie o imprese che informalmente si uniscono e cercano di implementare questa filosofia diffondendola fra i tanti altri benefattori che ci sono in Italia. Tanto per farle qualche esempio fanno parte della Sif la Fondazione Dynamo Motore di Filantropia che ha importato in Italia il Dynamo Camp e il format The hole in the wall, inventato negli anni ’80 da Paul Newman per aiutare i bambini con malattie terminali, la Fondazione Magnoni, che con Un campo nel cortile si è portata a standard e indicatori di sostenibilità e di impatto sociale superiori alle attese, e la Fondazione CRT Crescita e Sviluppo, emanazione della Fondazione bancaria CRT di Torino creata ad hoc per implementare progetti di imprese sociali finanziate secondo la logica di filantropia attiva.

Marketing de Paul Newman, album di Pierre-Olivier/flickr

Un approccio a cui lei ha dedicato il libro Social venture capital and venture philantrophy e che viene direttamente dal mondo anglosassone…

Proprio così e oggi quasi tutti i filantropi più ricchi al mondo si stanno orientando su questo modello. Anche molti studenti degli Mba puntano oggi ad andare a lavorare in fondazioni come quelle di Bill e Melinda Gates o di Rockefeller. Si sta ampliando quindi anche il mercato dei manager verso questa nuova filosofia anche se, come sempre avviene in Italia, mentre siamo molto avanti dal punto di vista delle imprese sociali, della sussidiarietà e del volontariato, abbiamo, invece, ancora un po’ di lavoro da fare dal punto di vista dell’organizzazione e del finanziamento per arrivare agli standard internazionali che assicurano impatti migliori. La Sif Chair nasce proprio per diffondere la cultura della social entrepreneurship, dell’impresa sociale e della filantropia attiva in Bocconi e in maniera più allargata all’interno della società in cui viviamo.

Who, album di royblumenthal/flickrQuanto contano, in tema di responsabilità sociale d’impresa, il fattore umano e la sua valorizzazione?

Tornare a dare valore alle persone in azienda è fondamentale. Le risorse umane sono uno stakeholder specifico, elemento cruciale sul quale bisogna tornare a investire e dal quale è necessario partire nel momento in cui un’impresa vuole cominciare ad avere una strategia di sostenibilità. Innanzitutto perché senza le risorse umane non è possibile produrre niente e poi perché le persone sono la prima forma di quel capitale intangibile e inimitabile che permette di trasferire gli investimenti fatti in sostenibilità in risultati economico-finanziari. Con gli ultimi studi condotti nell’ambito del CReSV abbiamo provato che esiste una relazione diretta fra investimento in CSR e performance economico-finanziaria, nel senso che più investo in sostenibilità più creo risorse intangibili che a loro volta producono migliori risultati aziendali. Quindi, paradossalmente, un sacrificio nella performance di breve periodo comporta un risultato più stabile, minori rischi e creazione di valore nel lungo periodo. In altre parole dare valore alle persone e ai dipendenti significa investire in capitale umano per creare valore sostenibile nell’impresa.

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