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Fabio Brescacin: il futuro della terra è nel biologico

La produzione biologica non è diffusa, costa ancora molto e richiede una lunga purificazione del terreno esaurito dall'inquinamento e dalle colture intensive. Eppure, secondo Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì, il biologico è l'unica via per preservare il pianeta e la biodiversità

Francesca Tozzi
1 agosto 2012

sprechi alimentari sfruttamento del terreno prezzi biologico km zero inquinamento Fabio Brescacin carne biologico biodiversità alimentazione agricoltura biologica agricoltura biodinamicaLe catastrofi ambientali che hanno investito il nostro Paese e di cui ancora oggi paghiamo un prezzo in salute, come il disastro nucleare di Chernobyl e la fuga di diossina a Seveso, fanno riflettere su quanto sia contaminato il terreno che coltiviamo perché produca cibo. Quel cibo sempre più discusso perché se in una parte del pianeta, dove di certo la terra non manca, non basta a sfamare le popolazioni, dall’altra viene gettato via in quantità inaccettabili. Spesso è un cibo che non ci nutre davvero e che nasconde insidie per la nostra salute.

Come uscirne? Qualcuno indica la soluzione nel metodo biologico, qualcun altro ne contesta la fattibilità. Se pensiamo che, attraverso il concime naturale (letame), gli antibiotici e i farmaci usati nell’allevamento intensivo dei bovini possono passare nel terreno sotto forma di residui e che i siti agricoli risentono della vicinanza a falde acquifere compromesse da sostanze tossiche o a poli industriali altamente inquinanti, viene da chiedersi come sia possibile coltivare in Italia con il metodo biologico e garantire al consumatore un prodotto sano, sicuro e non contaminato. Anche se fosse possibile, si tratta di un metodo che costa e rende i prodotti non accessibili a tutti. Come può quindi rappresentare il futuro della nostra alimentazione? Infine, come rinunciare alle grandi quantità prodotte dall’agricoltura intensiva e, nelle promesse, dagli OGM, quando metà del pianeta soffre la fame? Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì, che da sempre si occupa di biologico e biodinamico dal punto di vista produttivo, culturale e distributivo, ha risposto a tutte queste domande. Con chiarezza e sincerità.

L’inquinamento è inevitabile ma si può ridurre

 

Molti sono ancora i dubbi sul biologico. Ci si chiede come si possa coltivare un prodotto sicuro su una buona terra quando i fattori di inquinamento nel tempo si sono accumulati…

Sono tutti dubbi legittimi. Viviamo in un mondo inquinato: sono inquinati i terreni ed è inquinato il nostro stesso organismo. Ma il biologico è una possibilità concreta di risanare questo inquinamento: se un agricoltore prende in mano un terreno che è stato concimato, diserbato e trattato con prodotti chimici, seguendo il metodo dell’agricoltura convenzionale, e inizia a fare biologico seriamente, con i sovesci, l’uso di sostanze organiche e la rotazione delle colture, pian piano quel terreno recupera vitalità. La fase di preparazione è molto importante. Si seminano leguminose e graminacee che vengono poi sovesciate, messe sotto, per nutrire il terreno e renderlo ricco di humus cosicché i microrganismi possano riprendere a lavorare. Si inizia così un processo di risanamento dal punto di vista chimico che alla lunga rende quel terreno più forte e vivo, e quindi più capace di metabolizzare sia l’inquinamento atmosferico sia quello derivato dalle attività produttive. I nostri terreni sono impoveriti da anni di agricoltura intensiva ma possono essere recuperati lavorandoci in modo serio e costante. Detto questo, non possiamo annullare l’inquinamento ma almeno possiamo evitare di sommare ai veleni che respiriamo quelli contenuti nel cibo. L’obiettivo del biologico non è abbattere l’inquinamento ma ridurlo il più possibile, ridando vita ai terreni esausti e offrendo prodotti sani e privi di residui chimici.

Il biologico vieta i concimi di sintesi e ammette solo il letame naturale ma cosa succede se gli animali che lo producono hanno preso degli antibiotici?

Il biologico è anche un metodo di allevamento dove tendenzialmente si usano l’omeopatia o la fitoterapia per curare le malattie. In casi eccezionali è consentito anche l’uso dell’antibiotico ed è vero che c’è una possibilità che si trasferisca nelle feci ma, visto l’uso saltuario, le quantità sono irrilevanti e comunque il letame è di per sé un prodotto estremamente attivo dal punto di vista microbiologico e interagisce con il terreno. Quando ci ammaliamo e prendiamo un antibiotico, il corpo lo metabolizza e poi lo smaltisce se l’organismo è sano. Lo stesso accade con il terreno. Il biologico è un ciclo continuo: gli animali mangiano foraggio biologico e quindi producono un letame poco inquinato. Questo viene poi compostato e rivoltato nel terreno per creare humus.

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Il biologico è buono e sicuro ma costa troppo

 

Cosa risponde a chi sostiene che il biologico è un cibo che costa troppo e che possono permettersi solo i benestanti?

Rispondo che il metodo biologico ha tutto un altro costo rispetto al convenzionale. L’agricoltura convenzionale si è diffusa enormemente nell’ultimo secolo soprattutto perché ha consentito di produrre tanto diminuendo i prezzi perché la monocultura, associata alla concimazione chimica, al diserbo e all’uso di antiparassitari ha abbattuto i costi di produzione: un agricoltore con questo sistema su uno stesso terreno trattato chimicamente può fare mais per 20 anni di seguito e più o meno produce tutti gli anni. Nel biologico questo non è possibile: bisogna dare tempo alla terra di rigenerarsi seminando le leguminose, variando le colture, rispettando le rotazioni, e quando è pronta cominciare a concimarla in modo organico attuando poi i trattamenti meccanici necessari a eliminare le erbacce. Tutto questo lavoro richiede molto tempo e la resa per ettaro è inferiore perché nessuna fase produttiva è supportata dalla chimica. Gli additivi e i conservanti non sono ammessi. Ergo, la terra è mantenuta vitale e i prodotti sono sani ma costano necessariamente di più rispetto a quelli da agricoltura convenzionale.

Si può fare qualcosa per rendere questi prodotti più accessibili ai consumatori senza interferire con la loro qualità?

Si può fare tramite adeguate economie di scala lungo la filiera. Consideri che il prezzo del biologico è dato da due componenti: la produzione, che non possiamo toccare se vogliamo sostenere le aziende agricole, e la distribuzione. In questo secondo ambito dobbiamo fare “mea culpa”: noi distributori del biologico costiamo molto di più rispetto al convenzionale perché il biologico in Italia rappresenta l’1% del mercato, abbiamo negozi in tutta Italia mediamente piccoli, e quindi tutto il sistema distributivo è costoso e questo incide sul prezzo. Su questo aspetto penso che si possa e si debba migliorare. Una logistica più efficiente può evitare di far girare per l’Italia camion mezzi vuoti perché c’è poco prodotto da movimentare.

Il km zero potrebbe essere una soluzione?

È una strada importante. Proporre al consumatore del biologico solo prodotti locali e di stagione significa educarlo a mangiare “secondo natura” tagliando le spese di trasporto e abbattendo l’inquinamento che comportano. Ma la faccenda è più complessa. La gente può rinunciare alle fragole ma vuole le banane tutto l’anno. Soprattutto i consumi del territorio non sono in grado di assorbire la produzione. Le faccio un esempio: noi produciamo tramite una nostra azienda dei cereali in Molise perché quella terra vi è particolarmente vocata e, grazie al biologico, siamo riusciti a rivitalizzarla. Così otteniamo un prodotto buono nel rispetto della biodiversità e valorizziamo il territtorio ma se dovessimo vivere con i consumi del Molise avremmo già chiuso.

Foto di Peter Blanchard/flickr

Il biologico e la fame nel mondo

 

C’è chi vede nel metodo biologico una via per la salvaguardia del pianeta. Ma secondo lei, si potrebbe sostituire tutto il convenzionale con il biologico?

Foto di iz4aks/flickrEra il sogno che avevamo quando abbiamo cominciato. Ma le cose le fanno gli uomini e non è possibile convertire tutti gli uomini a un metodo, forse non è nenache giusto. Il biologico serio richiede impegno, dedizione, competenze specifiche: non è facile. Capisco le perplessità di chi dice che con il convenzionale si produce di più e si possono sfamare più persone ma sono convinto che il pianeta sia in grado di produrre cibo per tutti. Il problema è sempre la non equa distribuzione delle risorse alimentari. Intanto mangiamo troppa carne la cui produzione assorbe un’elevatissima quantità di energia e materia prima: la carne sfama meno persone rispetto a quello che potrebbero fare, se mangiati, i cereali usati per alimentare gli animali. Poi c’è la distribuzione: noi in occidente abbiamo una costante sovraproduzione alimenatare: di fatto buttiamo via i prodotti che non consumiamo o non riusciamo a vendere mentre dall’altra parte del mondo c’è una situazione di costante scarsità alimentare. Se noi fossimo in grado di produrre, distribuire e consumare il cibo in modo sostenibile, daremmo da mangiare a tutti.

La conservazione della biodiversità può essere una chiave per uscire da questa situazione?

È molto importante. Nel biologico non puoi esportare dappertutto un sistema produttivo, per esempio andare a coltivare il mais “americano” in Africa perché c’è molta terra e costa di meno. Fare biologico vuol dire trovare in ogni zona agricola le sementi, le piante e le condizioni giuste. E questo è un modo per preservare la terra e la biodiversità. Se per ipotesi in tutto il mondo in ogni pezzo di terra si potesse coltivare quello per cui quella terra è davvero vocata si potrebbe dare da mangiare a molte più persone. Non tutti i popoli sono in grado di farlo: bisognerebbe insegnare a tutte le culture come fare a produrre le cose giuste per il loro Paese ma non in modo invasivo e impositivo. Nella scuola inglese dove ho studiato c’era un corso che si chiamava “Rural development program” con un metodo che poteva sembrare un po’ naif: loro lavoravano con la carriola e il badile, in realtà cercavano di utilizzare mezzi semplici a basso impatto energetico da trasferire ai piccoli coltivatori delle zone povere dell’Africa, dell’India e della Cina. Non ha senso, ricavo economico a parte, esportare gli OGM o l’agricoltura intensiva in Paesi che naturalmente dovrebbero avere altri sistemi agricoli. Così si affama il pianeta.

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