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«Per essere longevi occorre vivere in maniera sana fin da giovani»

Elio Riboli, scienziato milanese è tra i massimi esperti di epidemiologia del cancro, spiega come prevenire il tumore attraverso una vita equilibrata e sana.

Fabio Di Todaro
19 gennaio 2018
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I primi studi sul ruolo dei fattori ambientali nei processi di formazione dei tumori risalgono a quasi quarant’anni fa. Nel frattempo, il bagaglio di conoscenze è stato progressivamente riempito. Ci sono tumori per cui è nota la correlazione con cancerogeni di tipo chimico o fisico: è il caso del mesotelioma (amianto), di alcune leucemie (esposizione profesionale alle radiazioni), del melanoma (raggi ultravioletti), del tumore del polmone (mix di sostanze emesse dalle sigarette). E altri per cui, pur non essendo stata provata la correlazione diretta con una sostanza, oggi è possibile dare delle indicazioni frutto di anni di ricerche. «Sappiamo con certezza che la triade composta da sedentarietà, obesità e nutrizione squilibrata riduce la sopravvivenza: rendendo più probabili sia i tumori sia le malattie cardiovascolari», ha spiegato Elio Riboli, direttore della scuola di sanità pubblica all’Imperial College di Londra e ordinario di igiene e medicina preventiva all’Humanitas University di Milano, nel corso della tredicesima edizione di «The Future of Science»: la conferenza internazionale organizzata dalle Fondazioni Umberto Veronesi, Tronchetti Provera e Giorgio Cini. Lo scienziato milanese è tra i massimi esperti di epidemiologia del cancro, avendo coordinato l’«Epic», il più grande studio prospettico al mondo mirato a individuare i fattori di rischio per i tumori: oltre 520mila le persone arruolate da 23 centri di studio sparsi in dieci Paesi europei.

Quanti tumori potrebbero essere evitati adottando uno stile di vita salutare?
Almeno un terzo: ovvero più di centoventimila diagnosi ogni anno, in Italia. Non abbiamo ancora la certezza, ma alla base degli aumenti delle casistiche delle neoplasie al seno, al colon-retto, al fegato e al pancreas che si registrano nella società occidentale ci potrebbero una dieta sempre più abbondante di energia e uno stile di vita divenuto nel tempo meno attivo.

Quanti potrebbero essere i meccanismi alla base del legame tra attività fisica, obesità e cancro?
Sappiamo che alti livelli di insulina e uno stato infiammatorio costante favoriscono l’insorgenza di processi tumorali. Queste condizioni le ritroviamo sempre associate a una dieta di un certo tipo: in cui abbondano gli zuccheri semplici, il sale e i grassi animali e scarseggiano le fibre che invece ci garantiscono la frutta, la verdura e i legumi. «Gli alimenti non sono cancerogeni in sé, ma favoriscono lo sviluppo dei tumori in quanto interferiscono con il metabolismo delle cellule.

Da quale momento della vita ci si dovrebbe preoccupare maggiormente degli alimenti che si mettono a tavola?
Tutto dipende dagli stili di vita che seguiamo soprattutto fra i 55 e i 70 anni: da cosa mangiamo, da quanto movimento facciamo e da quanto pesiamo. Il rispetto delle regole sopra indicate fin dalla età adulta garantisce la possibilità di vivere più a lungo, rispetto a chi mangia peggio e si muove di meno. Un quarantenne che vive bene, tiene sotto controllo la pressione, non beve alcolici e non fuma ha una probabilità pari al 94 per cento di essere vivo a 75 anni. Le chance calano anche di trenta percentuali in chi, negli anni precedenti, ha invece seguito tutt’altro stile di vita.

Si sente parlare sempre più spesso di grasso viscerale: davvero i chili di troppo che s’accumulano a livello addominale potrebbero essere più insidiosi rispetto al generico sovrappeso?
Si tratta di un’evidenza che risulta sempre più solida, soprattutto osservando il decorso della salute delle donne, che rispetto agli uomini tendono ad accumulare il grasso più a livello dei fianchi e dei glutei. Oggi sappiamo che, dopo la menopausa, l’accumulo di grasso addominale rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di tumori, quali quelli del polmone e quelli gastrointestinali, del colon-retto, fegato, pancreas, esofago e ovaie.

Come si fa a tradurre questo ampio bagaglio di conoscenze scientifiche in politiche efficaci in termini di tutela della sanità pubblica?
Le evidenze provenienti dal mondo della ricerca dovrebbero servire all’Unione Europea per incidere sulle scelte della società. La prevenzione primaria, a dispetto delle terapie, coinvolge la cittadinanza e non viene imposta da un medico. Cosa che invece accade con un farmaco. Il problema è che fino a quando si incentiverà il consumo di cibo di scarsa qualità a discapito di quello di frutta e verdura sarà difficile dare un seguito a quanto affermiamo da anni. Oggi sappiamo quali sono gli alimenti che favoriscono un migliore stato di salute nel tempo, eppure continuano a essere quelli più cari e, di conseguenza, più difficilmente accessibili per le persone meno agiate.

Con la vaccinazione per il papillomavirus arriveremo a non vedere più casi di tumore della cervice uterina?
Probabilmente sì, pur considerando che i tassi sono in flessione già da un secolo: per merito dell’acqua e del sapone, innanzitutto. Quanto alla profilassi, l’epidemiologia ci dice che stiamo vaccinando le popolazioni in cui i tassi della malattia sono più bassi. La vera emergenza è in Africa e in America Latina, dove peraltro non esistono programmi di screening per questo tumore. Ma in queste aree, purtroppo, gli Stati non sono in grado di fornire un vaccinazione così importante come questa.

Twitter @fabioditodaro

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