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Ervin Laszlo: «Anche l’etica può creare profitto»

Il filosofo ungherese invita l'uomo a riscoprire l'istintività proprie delle culture precedenti e a considerarsi una parte dell'universo

Mariella Caruso
23 ottobre 2014

Ervin LaszloDa bambino prodigio impegnato in sessanta concerti di pianoforte all’anno si è trasformato in adolescente impegnato nello studio della fisica, del cosmo e della coscienza. Laureato alla Sorbona, fondatore del Club di Budapest, già consulente scientifico dell’Unesco e insignito nel 2001 del Goi Peace Award (un premio per la pace assegnato in Giappone), oggi a 82 anni, il filosofo ungherese Ervin Laszlo è considerato tra i fondatori della teoria dei sistemi e teorico di un nuovo paradigma nella scienza. Da qualche anno ha maturato delle visioni comuni con il medico Pier Mario Biava con il quale ha scritto, insieme con Diego Frigoli, “Il manifesto del nuovo paradigma in medicina”. Lo abbiamo incontrato a margine di una tavola rotonda dal titolo “Nuovi paradigmi: le sfide etiche del XXI secolo”.

Professore, Lei è solito affermare che l’uomo sta esagerando con l’individualismo. Quanto influisce questo individualismo nel declino delle società occidentali contemporanee?

Quando l’individuo non riesce più a contemplare la visione d’insieme e fa prevalere l’idea della separazione tra sé e l’universo in cui vive non possono che prodursi effetti negativi. Nessuno può dimenticare di essere parte di un “tutto”.

Per questo è necessario un nuovo paradigma di pensiero per la nostra società?

È importante tornare a scoprire ciò che era istintivo nelle culture precedenti, il senso di appartenenza e di amore che deriva dalla consapevolezza di non essere esseri solitari e, quindi, di non poter pensare esclusivamente ed egoisticamente soltanto a noi stessi. Non viviamo in isolamento, ma in società organizzate. Occorre riscoprire l’empatia verso l’altro, un elemento che era presente nella cultura tradizionale e che oggi tende a essere dimenticato.

Com’è possibile alimentare il cambio di pensiero in una collettività votata all’egoismo e all’edonismo?

Ci sono almeno due strade. La prima è molto personale e prende le mosse dalla riscoperta di un sentimento di appartenenza che, in maniera molto semplicista, i giovani chiamano “amore” e può essere esercitato con l’aiuto della religione e della meditazione. L’altra strada passa, invece, attraverso l’osservazione e l’applicazione delle scoperte scientifiche che non mettono mai al centro l’individuo in quanto tale, ma in quanto elemento di un sistema che confluisce nell’universo.

Image by © Image Source/CorbisTutto il suo pensiero, che l’ha portata a elaborare la teoria dei sistemi e a studiare la fisica della coscienza e del cosmo, parte da una curiosità di fondo mai nascosta. La sua affermazione più conosciuta è : «A me interessano i problemi»…

Da giovane ero un musicista, suonavo il pianoforte quando ho cominciato a pormi il problema di cosa facessi realmente nella vita. La domanda successiva fu: “qual è il senso della mia esistenza?” per arrivare al quesito che, prima o poi, non risparmia alcuno: “Cosa è la vita?”. Da tutto ciò non sono più riuscito a tornare indietro perché dopo ogni risposta mi sovveniva un’altra domanda come ognuno che si occupa di teorie filosofo-scientifiche sa bene.

La filosofia, però, oggi non fa più parte del pensiero dell’uomo come è stata dall’antichità a tutto il Novecento. Generalizzando i concetti ci si allontana dalla filosofia perché l’elaborazione di un certo tipo di pensiero può far male. E l’uomo del Ventunesimo secolo non è disposto a soffrire…

Pensare è pericoloso, non solo per l’uomo comune ma soprattutto per i filosofi. Anche il mondo della filosofia accademica è diventato troppo tecnico e ha smesso di interrogarsi sulla vita, sull’universo e sull’evoluzione. È come se le conoscenze scientifiche avessero banalizzato millenni di pensiero, mentre sarebbe utile che anche il mondo accademico trovasse uno spazio per discettare sulle domande fondamentali senza confinarle alla semplice spiritualità.

Lei si sente più filosofo o più scienziato?

Non sono uno scienziato sperimentale, ma uno scienziato teoretico quindi non separo i due ambiti: la filosofia deve essere basata sulle scoperte della scienza.

La scienza considera l’uomo un sistema?

L’uomo è un sistema che, a sua volta, fa parte di sistemi più complessi sociali e fisici. Nella cultura tradizionale c’è sempre stata consapevolezza che l’uomo fosse una parte del cosmo. Anche la nuova scienza deve andare verso questo paradigma dell’uomo come elemento dell’universo olografico.

Però c’è uno scontro in atto tra il riduzionismo e l’olismo…

La tentazione del riduzionismo è quella di ricostruire il “tutto” a partire dai singoli elementi, ma non ci si può riuscire perché alcuni elementi non possono essere ricondotti a qualcosa di concreto: un neurone, per esempio, non fa la coscienza che esiste per il funzionamento simultaneo di un insieme di neuroni. L’olismo, invece, prende in esame il “tutto” come qualcosa di diverso dalle singole parti da cui è composto. Non dovrebbe esserci uno scontro fra queste due teorie, ma una combinazione tra la fisica meccanistica del riduzionismo e la metafisica classica dell’olismo.

Image by © Stephen Mallon/CorbisÈ vero, quindi, che noi ignoriamo tutto ciò che non riusciamo a vedere?

È ampiamente sperimentato che la convinzione che un fenomeno non esista ce ne preclude la visione: un uomo che non ha mai visto un aereo e non ne ha mai sentito parlare non identifica quell’oggetto volante come un aereo. Noi ci rendiamo conto solo di ciò che già conosciamo.

Riscoprire l’etica può salvare la società?

L’etica non deve essere separata dalla società, ma deve farne parte. Oggi, però, non è considerata produttiva e viene messa da parte. Fortunatamente ci sono aziende e manager che la stanno riscoprendo dimostrando che anche l’etica può essere di successo e creare profitto.

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