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Enrico Brizzi, uno scrittore in cammino

Tre mesi, da Bolzano alla Sicilia. Un viaggio di 2191 km a piedi per conoscere (con lentezza) un Paese ricco di sfumature. Che esprime, anche con identità a volte opposte, il significato di essere italiani

di Sebastiano Guanziroli
17 giugno 2010

Per celebrare il centocinquantesimo anno dell’Unità d’Italia, lo scrittore bolognese Enrico Brizzi e il gruppo di amici camminatori di “Francigena XXI” stanno percorrendo a piedi il Paese dal punto più settentrionale, in provincia di Bolzano, fino a Capo Passero, all’estremità sudorientale della Sicilia. Tre mesi di cammino per 2191 chilometri.
Brizzi ha già percorso l’Italia a piedi altre volte – prima dall’Argentario al Conero, poi lungo la Linea Gotica – e ha inoltre intrapreso cammini e pellegrinaggi da cui ha tratto romanzi e libri di viaggio. Ne ha fatta davvero di strada, letteralmente, dall’esordio di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
Lo abbiamo raggiunto in un breve momento di pausa, prima dello sprint finale…

 

Enrico Brizzi, scrittoreA che punto siete del percorso?


Abbiamo già 1600 km nelle gambe e davanti ne abbiamo ancora tra i 400 e i 500. Siamo a buon punto, ma non bisogna illudersi che l’arrivo sia dietro l’angolo. All’inizio, quando raccontavamo che stavamo andando in Sicilia, nessuno ci prendeva sul serio. Ora invece ci credono, in Cilento un anziano ci ha detto addirittura: «Ah sì, da qui è facile»…

 

L’impegno preso alla partenza era: «Voglio vedere dove comincia l’Italia, dove finisce, e tutto quello che c’è in mezzo». Che cosa puoi dire di aver già visto, ben oltre metà percorso?


Ogni giorno gli occhi si riempiono di scene, colori e modi diversi di stare insieme. Gli accenti cambiano nell’arco della stessa giornata, si parte con uno e si arriva con un altro. Siamo partiti dal tedesco e ora siamo arrivati al lucano.
Cosa riporterò a casa nello zaino, l’eredità che mi lascerà questo viaggio, invece ancora non lo so, lo saprò solo alla fine. O addirittura dopo, a casa.

 

Stai compiendo il viaggio nel Centocinquantesimo anniversario dell’Italia Unita: finora hai visto più differenze che rendono ricco il Paese o somiglianze che lo rendono, più o meno, unito?


Finora ho visto un paese ricco di sfumature nel modo di sentirsi italiani. Il passato comune si sente, per quanto sia breve quello che abbiamo alle spalle. Ho visitato a piedi altri paesi che, come la Francia, l’Inghilterra o la Spagna, sono abituati a stare insieme da secoli. Per noi è diverso: fare il nostro cammino solo centocinquant’anni fa significava attraversare continuamente dei confini.

 

Che cosa ti ha sorpreso di più?


Nell’era tecnologica e interconnessa in cui viviamo, mi stupisce che ci siano zone d’Italia in cui avere un account e-mail, per esempio, non stoni con il credere che il vecchio del paese sia in grado di togliere il malocchio. Esiste un’Italia “magica”, soprattutto nelle valli, nelle campagne, che è ignorata dai media. Ci sono territori dove si crede a S. Michele e ai sortilegi, dove paganesimo e cristianesimo convivono sotto i tuoi occhi. E questo non puoi impararlo guardando da un treno o da un’auto: lo fai solo camminando, chiedendo l’acqua nelle fattorie e finendo per chiacchierare con il contadino.
E poi mi colpisce il diverso rapporto col tempo: al Nord prevale la frenesia, al Sud sono capaci di fermare un paese intero per una processione. A Eboli siamo capitati nel giorno del “Corpus Domini”, e io e il mio compagno di viaggio eravamo gli unici in tutto il paese non assiepati sui marciapiedi.

 

Ormai hai alle spalle una lunga esperienza di cammini e una lunga serie di libri che li raccontano. E’ nata prima la voglia di camminare o di scrivere di viaggi a piedi?


E’ nata prima la voglia di viaggiare a piedi. Prima con percorsi modesti che poi si sono allungati. All’inizio camminare era solo un divertimento e pensavo che fosse una cosa estranea alla scrittura, ma dopo aver fatto la tirreno-adriatico ho capito che volevo anche raccontarli, i miei viaggi. Ci sono viaggi che ti lasciano davvero un segno dentro, ed è importante saperli raccontare.

Enrico Brizzi, ph. F.Monti

Perché viaggi proprio a piedi?


Camminare è davvero il modo perfetto di viaggiare. Ci sono arrivato un po’ alla volta, prima andavo molto anche in bicicletta o in Vespa. Andare al mare in Vespa, impiegando otto ore, per me era già un viaggio epico. Pian piano però mi sono spogliato di tanti supporti: quando cammini sei tu il tuo il veicolo, e questa è la cosa più emozionante. Andare leggeri, poi, è magnifico…
A me poi piace camminare in gruppo. Faccio un lavoro solitario, e camminare con altri, soprattutto amici, mi aiuta a riprendere degli spazi di socialità che rischierei di perdere. Ma non credo valga solo per me: anche le persone che si uniscono a noi durante questo viaggio sono quasi sempre almeno in coppia o in gruppi.

 

Una curiosità: cosa leggi quando viaggi a piedi?

Leggo pochissimo perché viaggiare, per me, significa ascoltare. E’ come se andassi in giro con un registratore per mesi per poi, al ritorno, rivivere e rivedere tutto e raccontare la storia. Perciò leggo poco: quando viaggio mi interessa molto di più ascoltare la storia di un estraneo al bar che leggere, per esempio, un romanzo di Dostoevskij.
“Tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un amico”, veniva detto in “Centochiodi” di Ermanno Olmi. Brizzi conferma e aggiunge «Tutti i libri del mondo non valgono un caffé con un estraneo».

Enrico Brizzi, ph. F.Monti

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