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Enrico Bertolino: il posto fisso? Ormai solo al cimitero

L'ex dipendente bancario diventato attore, non ha mai perso di vista il mondo delle aziende da cui proviene. Per questo anche se torna in teatro con un nuovo spettacolo, continua a occuparsi di formazione, insegnando ai dirigenti come affrontare precarietà e cambiamenti nel mondo del lavoro. Con l'arma, sempre efficace, del sorriso. Sia pure amaro.

di Sebastiano Guanziroli
29 novembre 2010

Enrico Bertolino, comicoLeggere sul sito di Enrico Bertolino un estratto del curriculum lascia interdetti: chi scrive è il comico o il serio il formatore d’azienda? Sembra un pezzo di satira sul linguaggio aziendale: “oltre all’attività artistica, Enrico Bertolino (50 anni, milanese) si occupa di formazione sulla comunicazione, spettacolarizzazione di eventi formativi e convention aziendali: in una parola di Info ed Edutainment, con interesse sul Distance Learning e sul Media Training. Ha seguito numerosi progetti di miglioramento del servizio, di razionalizzazione di strutture organizzative e sviluppo risorse umane, seguendo in modo particolare gli aspetti legati alle problematiche relazionali e comunicazionali”. Rimane il dubbio che qualche sfumatura di autoironia sul linguaggio ci sia, ma non sui contenuti. Bertolino conosce il mondo delle aziende grazie a una frequentazione che parte da molto lontano: un ordinario lavoro in banca. Fatto il grande salto nello spettacolo, non ha mai smesso di seguire gli sviluppi di un settore, quello aziendale, che gli ha fornito molti spunti su cui lavorare e ironizzare. Anche oggi, che è tornato a teatro con il nuovo spettacolo Passata è la tempesta? in tourneè nelle principali sale di molte città italiane (dal Ciak di Milano all’Ambra Jovinelli di Roma, al Colosseo di Torino e altre).

 

moodboard/CorbisNello spettacolo lei parla del “TRC”, il Tasso di Rassegnazione del Cittadino, che ormai accetta come normali avvenimenti un tempo inimmaginabili. Se restringiamo il campo al mondo del lavoro, esiste un Tasso di Rassegnazione del Dipendente?


Sì, e dovremmo chiamarlo comunque “TRC”, il Tasso di Rassegnazione del Collaboratore, visto che i dipendenti non ci sono più. Ci sono solo collaboratori, a cui molte volte si chiede di collaborare gratis, come stagisti. A parte le battute, il discorso è serio. Il mio spettacolo si chiama Passata è la tempesta? con un punto di domanda finale. E’ una domanda di leopardiana memoria, tratta da una poesia. Viviamo in un Paese dove si esulta perché la crisi è alle spalle, senza rendersi conto che è proprio quella la posizione più pericolosa per affrontarla. Anche a livello aziendale possiamo citare Leopardi: lì si è passati direttamente dal sabato del villaggio al lunedì: dopo gli anni di festa, la crisi. Le aziende devono adeguarsi ai mercati che cambiano. Una volta le nostre guardavano quelle cinesi e dicevano con una punta di stupore: «Guarda quelli come si organizzano bene». Però non facevano niente per prendere contromisure. E così è successo che l’ultima volta che sono stato a Shangai: ho visto i cinesi che compravano nella boutique di Gucci e gli italiani che compravano i Gucci taroccati nei negozietti.

 

Verrebbe da pensare “c’è poco da ridere”… è così o l’umorismo può servire anche a uscire dalla crisi?


Ridendo e scherzando "You're Fired", Josh Gosfield/CorbisC’è sempre un buon motivo per ridere. Sorridere, anche se con amarezza, è un antidoto a tutto. In questo momento, però, vedo tanti che sono stufi di ridere. Gli studenti, per esempio. Il problema è che quando il divario tra ricchezza e povertà diventa così ampio, la crisi non è più solo economica, ma attacca i valori che tengono insieme le persone.

 

Come usa l’umorismo e le tecniche dello spettacolo nei suoi corsi per manager?


Le uso per far passare concetti che altrimenti potrebbero risultare irritanti ai manager-allievi. Non si può pretendere che il manager torni a scuola come uno scolaretto e gli si facciano le lezioncine. Molte scuole lo fanno: far fare il ponte tibetano e cose simili ha un po’ la stessa idea alla base. Secondo me non funziona: io cerco di stimolare le competenze con la metodologia dell’edutainment: insegno divertendo.

 

“C’è poco da ridere” viene da pensare anche in relazione al mercato del lavoro, sempre più precario e stressante. Lei frequenta da vicino le “risorse umane”: stanno imparando ad adattarsi alle nuove situazioni lavorative o vivono i cambiamenti sopraffatti dall’ansia?


I lavoratori hanno capito che il loro mondo è cambiato e piano piano si stanno adeguando. Anche perché, come dico durante lo spettacolo, “l’unico posto fisso che ci è rimasto è il cimitero”. Però un concetto può essere toccato: impresa e lavoro devono stare insieme, non ci può essere la prima senza l’altro.

 

Ma le aziende sono ancora davvero interessate a formare i loro dipendenti?


Poco. In Italia investono il minimo indispensabile perché hanno paura di crearsi la concorrenza in casa. Il ragionamento miope è: perché investire in qualcuno che poi se ne andrà dal mio competitor? In Europa, invece, è diverso, e bisognerebbe seguire questa strada. Soprattutto in un momento in cui non si possono strapagare i dipendenti, sarebbe intelligente e lungimirante dargli un’ottima formazione.

 

Bertolino a PititingaLei sostiene un’associazione brasiliana di cui è fondatore: “Vida a Pititinga Onlus”, che si occupa anch’essa di progetti educativi per ragazzi. C’è un nesso con le sue attività professionali?


Siamo un’associazione “yes-profit”, nel senso che vogliamo fare profitti da investire su questi ragazzi. In Italia come in Brasile sono loro il nostro futuro, dobbiamo imparare ad ascoltarli e dargli gli strumenti per traghettarci nel domani. Politica, aziende, persone: dobbiamo tutti imparare a guardare avanti.

 

 

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