Wise Society : Emma Dante: il mio è un teatro di carne e sangue. Pura tensione verso la vita
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Emma Dante: il mio è un teatro di carne e sangue. Pura tensione verso la vita

Impegno civile e temi sociali, affrontati con coraggio, passione sono la cifra dei lavori dell'attrice e drammaturga palermitana, apprezzata in tutta Europa. Che prepara un nuovo spettacolo sulle donne e denuncia la sua fatica di vivere in mondo troppo "al maschile"

Lia del Fabro
8 luglio 2011

Emma Dante, foto di Carmine MaringolaAttrice, regista e drammaturga, Emma Dante è una delle protagoniste del teatro contemporaneo italiano. Nata a Palermo, dove dirige la compagnia Sud Costa Occidentale: scrive le sue storie nel dialetto duro e aspro della città dove ha deciso, nonostante tutto, di rimanere a vivere e lavorare e cura in prima persona tutti gli aspetti, dai costumi alla musica, dei suoi spettacoli. I suoi lavori, pieni di fantasia e di poesia, ma anche di impegno civile, sono rappresentati in tutta Italia e apprezzati in molti teatri europei. Il suo ultimo lavoro Trilogia degli occhiali, presentato nella primavera del 2011, è già prenotato fino al 2012 nelle principali sale del nostro Paese e all’estero.

Qual è la sua idea di teatro?

Sicuramente nel mio teatro c’è sempre qualcosa che ha a che fare con la tensione della vita e dell’essere umano nelle sue passioni più profonde. L’attore, per primo, è lì sul palco, in balia di tutto: lo spettacolo parte dal corpo, dalla fisicità.

Quali sono le novità del suo teatro?

Non so che cosa ci sia di innovativo nel mio teatro. Sicuramente è un teatro viscerale e carnale: ricerca di conoscenza della vita. So comunque che ci deve essere sempre qualcosa di nuovo in quello che propongo rispetto al mio spettacolo precedente, magari anche in piccoli aspetti che riguardano il linguaggio, la parola, una semplice espressione, perché se non fosse cosi, vorrebbe dire che la ricerca si è fermata. Il pericolo più grande è “fare maniera”, autocitarsi. Quando finisco di lavorare a uno spettacolo, cerco di pensare subito a quello successivo, senza voltarmi indietro.

Eva e la bambola, foto di carmine maringola

Chi sono i protagonisti delle sue storie?

Gli sfortunati, i brutti, le puttane che a Palermo si chiamano pulle, i travestiti, e poi gli anziani, i malati, i poveri… insomma gli emarginati. Perché penso che proprio nella sofferenza sia nascosta la “meraviglia”. Mi sembra che questa scelta di rendere protagonista chi vive ai margini e di affrontare alcuni aspetti dimenticati della vita, sia la più vera e la più vitale. E anche quella giusta per me, più affine a ciò che sento nel profondo e che meglio mi rappresenta come persona.

Carnezzeria, foto Giuseppe di StefanoDove trova gli stimoli e l’ispirazione per scrivere i testi?

Il mio punto di partenza è sempre la consapevolezza che ho delle richieste, delle esigenze che gradualmente, solo mentre  preparo lo spettacolo, capisco e si fanno strada, trovando sfogo nel teatro. All’inizio della preparazione di uno spettacolo ho una specie di vuoto davanti a me, mentre dentro sento di avere una pienezza. La fatica è cercare il modo per trasportare fuori, per fare emergere quello che sento. E questo è molto difficile. Perché  il teatro può rivelarsi come grande gioia e grande felicità, ma anche come cupa disperazione, come luogo mostruoso per chi ci lavora, per me e per gli attori. Siamo esseri imperfetti e psicologicamente labili, e a volte  il teatro ci apre ferite profonde, diventando anche molto doloroso.

Ma c’è posto anche per sentimenti diversi?

Per me il teatro è un’apertura fantastica, favolistica, è sicuramente il luogo della perdizione e della regressione infantile, per cui è sicuramente anche gioia. Ma non una gioia leggera e un intrattenimento fine a se stesso che fa ridere e basta, è una gioia atavica, potente è uno strumento per approfondire le cose. In questa fase della mia vita mi sento anche meno aggressiva, mi accorgo di diventare a volte molto sentimentale. Divento quasi di un’insopportabile tenerezza verso i personaggi che metto in scena.

Il suo teatro è sospeso tra poesia e impegno su temi sociali.  Nell’ultimo lavoro, Trilogia degli occhiali, erano forse privilegiati aspetti più intimi. Sarà così anche il suo prossimo spettacolo?

Anche gli aspetti più intimi parlano di temi sociali. Come dicevo prima, se parto da una domanda che rappresenta una mia esigenza  sincera, penso che  anche il teatro diventi automaticamente un fatto sociale, condiviso da altri. In questo momento sto cominciando a lavorare su uno spettacolo con protagoniste le donne, anche se non so ancora dove mi porterà quest’idea.

Castello Zisa, foto di Carmine Maringola

Un tema molto attuale visto che si è tornati a parlare tanto di ruolo femminile. Questi aspetti ci saranno nel lavoro che sta preparando?

L’idea è nata proprio sull’emozione delle piazze piene di donne che protestavano per i loro diritti, qualche mese fa. Non voglio comunque fare un discorso sul femminismo, voglio parlare di me, di mia madre, di mia nonna,  di che cosa è successo a queste diverse generazioni, e magari, di una figlia, se mai ne avessi avuta una. Voglio parlare del corpo femminile e di come, quando e che cosa è diventato. Voglio parlare dei pensieri, sogni, passioni delle donne e anche delle mie rabbie.

La scimia, regia E.Dante foto G.DistefanoRispetto a cosa?

Mi rendo conto che vivo in un mondo profondamente maschile e di questo mi sono stancata. Per affermare il mio lavoro, il mio merito, il mio talento devo fare molta fatica, sempre. Le donne non si possono mai permettere di essere sotto la media, mentre  siamo circondate da uomini mediocri che godono di privilegi che spesso non meritano, e che una donna a parità di condizioni non avrebbe mai.

Quali sono i valori di cui sente la mancanza?

Credo che non ci sia sufficiente  sincerità, verità, convinzione in quello che si fa.  Ma direi soprattutto che è il coraggio la cosa che sento mancare di più attorno a me. Il coraggio di esprimere la propria opinione che magari non coincide con quella degli altri, e di alzare anche la voce per affermare il proprio pensiero.

A proposito di coraggio, la sua scelta di continuare a lavorare a Palermo ha molto a che fare con questo…

Mah, direi che piuttosto è una specie di suicidio perché il sentimento che mi circonda è l’indifferenza, prima di tutto delle istituzioni. La mia è un’ostinazione che prima o poi sarò costretta ad abbandonare. Ma finora ho scelto di stare qui, a provare con i mei attori in uno scantinato, senza nessun sostegno, né aiuto. Non ho voluto accettare lavori e opportunità migliori che mi sono stati offerti da altre parti e che mi avrebbero garantito di lavorare con più stabilità.  Ma la scelta di restare a Palermo l’ho sempre fatta con gioia. Perché qui  è tutta la mia vita, il mio linguaggio, la mia ispirazione. Palermo scrive per me, parla la mia lingua.

Sembra, da quello che racconta, che i sentimenti e i valori che contano per lei nella vita coincidano con quelli del suo teatro. È così?

Quando da giovane ho iniziato a occuparmi di teatro, ho subito fondato una compagnia perché volevo scrivere di teatro e condividere fortemente pensieri comuni all’interno di un gruppo di persone. La compagnia nel tempo è fisiologicamente cambiata, alcuni hanno lasciato, altri sono arrivati, molti sono rimasti, ma vedere la passione di tanti giovani che vengono da tutta l’Italia e anche dall’Europa continua a farmi sentire viva. Il teatro fa parte della mia vita, è sempre stato per me il modo per incontrare le persone, conoscerle, riflettere insieme, creare legami che sono rimasti nel tempo, arricchendomi.

mPalermu, foto di giuseppe di stefano

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