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Elena Cattaneo: «Bisogna riportare la scienza nelle maglie della società»

Dialogo a tutto tondo con la scienziata e neo senatore a vita sul ruolo della scienza in Italia e non solo spaziando sul caso Stamina e sugli OGM

Fabio Di Todaro
7 novembre 2014

Elena Cattaneo«Sono una che contesta dal secondo giorno di vita», dice di sé con sarcasmo Elena Cattaneo, docente di farmacologia all’Università di Milano e nominata senatore a vita – terza donna dopo Camilla Ravera e Rita Levi Montalcini – dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poco più di un anno fa: assieme a Renzo Piano, Carlo Rubbia e Claudio Abbado. «Contesto perché non bisogna mai lasciare ad altri la responsabilità di tutelare i propri diritti. Si tratta di una libertà inalienabile: chi pone un limite alle competenze, deve assumersi le responsabilità di motivare le proprie decisioni. Viviamo in un momento difficile, ma non dobbiamo aver paura di lottare. Le sfide si vincono anche in solitudine, purché le ragioni siano giuste». Parla davanti a un gruppo di biotecnologi «che non ci stanno a rassegnarsi», una delle massime esperte italiane in materia di cellule staminali. Della sua esperienza in politica, dice: «Combatto ogni giorno per riportare la verità in Italia». Per spiegare ai giovani perché quello che era il Belpaese s’è impaludato, fa un ragionamento che parte dalla scienza e arriva alle radici della crisi attuale. «Parto dagli Ogm perché la loro vicenda è paradigmatica: come il caso Stamina, la diatriba sulla sperimentazione animale e l’ostracismo nei confronti dei vaccini. Abbiamo perso il senso del “vero”. Competenze certe, fatti dimostrabili e dati riproducibili: la scienza è questa. La politica, invece, non cerca mai le prove. Chi legifera e governa spesso lo fa a prescindere da ciò che è vero: il declino attuale dell’Italia si spiega innanzitutto così.

Possiamo dire, senatrice Cattaneo, che l’Italia ha bisogno di applicare il metodo scientifico alla ragion di Stato?

Occorre rimettere al centro l’oggettività per arrivare alla testa delle persone. Finora, invece, s’è preferito parlare alle loro pance. C’è più di qualcuno a cui la scienza fa paura, perché obbliga a fermarsi alle prove inconfutabili: senza appello. Ma ora è necessario che entri nelle maglie della società: così, tra qualche decennio, si potranno osservare le ricadute. La scienza non ha tutta la verità, ma è il suo metodo – basato sulla raccolta delle prove e sulla possibilità di riottenere gli stessi dati – a portarci verso di essa.

Image by © Digital Art/Corbis

Come si può organizzare una ristrutturazione dello Stato che dia più spazio alla scienza?

Partiamo dalla storia, innanzitutto. Abbiamo dei trascorsi scientifici illustri: dalla medicina alla fisica, dalla matematica alla genetica, dalla biologia cellulare alle neuroscienze. Rimettiamo al centro queste competenze e facciamo in modo che nessuno le scalfisca. Sono i punti fermi su cui occorre costruire un futuro che dipende anche, necessariamente, da una maggiore divulgazione. I ricercatori devono uscire dai laboratori e raccontare le loro attività: partendo dai fallimenti della scienza, dietro cui si cela sempre il coraggio e il senso di responsabilità di chi fa questo lavoro, e arrivando anche a spiegare al grande pubblico i risultati di una Pcr. L’evidenza scientifica va spiegata, non somministrata come una verità calata dall’alto.

Qualche scienziato, evidentemente, non ha compreso a fondo il proprio ruolo all’interno della società.

La comunità scientifica ha problemi quotidiani di sopravvivenza, che in parte sono anche la conseguenza delle scelte sbagliate della classe politica. Così si chiude in se stessa, comunica sempre meno, fatica a farsi capire. C’è anche un po’ di narcisismo a complicare il lavoro: chi si compiace, non fa altro che aumentare lo scetticismo e allargare il divario rispetto al resto della popolazione. Questi comportamenti vanno messi da parte: soltanto a quel punto chi tiene le fila del Paese non avrà più alibi».

Parliamone, allora: perché l’ingegneria genetica può essere un primo volano per la ripresa dell’Italia?

Mi rifaccio all’agricoltura: ci sono dati inconfutabili che segnalano come l’Italia abbia perso cospicue quote di mercato rispetto alle nazioni che coltivano gli organismi geneticamente modificati. Cito il caso dell’India, che nei dieci anni in cui s’è impegnata nella coltivazione del cotone bt ha invertito la propria crisi agraria. Ma posso portare anche quello dello Spagna, che ricorrendo al mais Ogm ha evitato di scartarne più della metà perché inquinato dalle fumonisine, cancerogene: esattamente come accaduto in Italia nel 2013. Continuando a dire di no, inevitabili sono anche le ripercussioni per chi fa ricerca: impossibilitato competere per i nuovi finanziamenti europei. Senza tralasciare un dato: contro l’Italia è stata aperta una procedura di infrazione per il mancato rispetto della direttiva europea in materia di Ogm. Siamo l’unico Paese che vieta la sperimentazione in campo aperto, ma importa soia e mais modificati per alimentare gli animali con cui si producono le eccellenze del Made in Italy.

Qualche tempo fa il comitato scientifico ha sentenziato: «Nessun appello per Stamina». La sperimentazione clinica non partirà: la questione è chiusa?

Mi auguro che dopo questo secondo parere, le inchieste della magistratura e i commenti apparsi sui giornali, i giudici ci pensino prima di autorizzare un’altra infusione. L’ho detto in Aula e lo ripeterò per sempre: questo caso rappresenta il più grande deragliamento deontologico della storia della medicina italiana. E purtroppo, in un Paese in cui la scienza e la politica non comunicano, situazioni simili possono sempre ripetersi».

Image by © Gregor Schuster/Corbis

Sforziamoci di fare prevenzione, allora: qual è la soluzione per evitare il reiterarsi diquesti fenomeni?

La comunità scientifica deve essere compatta e far emergere la sua forza attraverso i diversi mezzi e spazi a disposizione. Mai, però, abbassandosi al livello del ciarlatano di turno: il confronto, in questi casi, non è mai proficuo. Per il resto mi rifaccio alla realtà degli Stati Uniti, dove Obama può contare su un consulente scientifico per dirimere le questioni tecniche: perché non introdurre una figura simile a supporto della presidenza del consiglio italiana?».

Può, un Paese che lega le proprie sorti al buon esito di Expo 2015, tenere fuori dal dibattito scientifico gli organismi geneticamente modificati e scegliere come “ambassador” la loro principale avversatrice, Vandana Shiva?

Rispondo con fermezza: no. E non perché Shiva abbia una visione diversa dalla mia: manca però delle competenze specifiche. Mi chiedo: cosa porterà a Expo? Una serie di bugie e omissioni, se ripeterà quanto già fatto finora. Parto dal suo curriculum: non ha un dottorato in fisica, come ripetuto per diverso tempo, ma soltanto un master. E mi riaggancio a uno dei suoi mantra: riguardante le responsabilità degli Ogm nei suicidi di diversi coltivatori indiani. Uno studio pubblicato su The Lancet nel 2012 ha smontato questa tesi, riconoscendo le possibili responsabilità dei pesticidi. Per me la sua presenza a Expo rimane fuori luogo. Ci sono competenze specifiche, in Italia: rendiamoci conto di cosa perdiamo ogni volta in cui non le chiamiamo in causa.

Twitter @fabioditodaro

 

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